mercoledì 13 agosto 2014

Lady Oscar - Versailles no bara: Recensione

 Titolo originale: Versailles no Bara
Regia: Tadao Nagahama (ep.1-12), Osamu Dezaki (ep.13-42)
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Riyoko Ikeda)
Sceneggiatura: Yoshimi Shinozaki, Masahiro Yamada, Keiko Sugie
Character Design: Shingo Araki, Michi Himeno, Akio Sugino (ep.13-42)
Musiche: Koji Magaino
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie televisiva di 42 episodi
Anni di trasmissione: 1979 - 1980

"I just want to make one thing clear: a rose is a rose whether it blooms in red or white. A rose can never become a lilac." - André, rivolgendosi a Oscar.

"Versailles no bara", da noi conosciuto come "Lady Oscar", è uno dei pochi anime giapponesi in grado di trascendere il concetto stesso di animazione, elevandolo a qualcosa di superiore e immortale. Si tratta di arte allo stato puro, di un dramma storico dal carisma e dal fascino inarrivabili; una storia epica, potente, che ha ammaliato intere generazioni di spettatori diventando un fenomeno di culto sia in Italia che all'estero. 


Siamo in Francia, agli albori della sanguinaria rivoluzione che condurrà nell'oblio del terrore il popolo francese. Oscar François de Jarjayes è la figlia indesiderata di un potente generale al servizo della corona di Francia, che ha sempre aspirato ad un discendente maschio per poterlo rendere un degno successore. Tuttavia, superato il cruccio iniziale, il generale Jarjayes deciderà di allevare Oscar comunque, come se fosse un uomo a tutti gli effetti; ed ella, grazie al suo indubbio talento e carisma, riuscirà in breve tempo a diventare il comandante della guardia reale, e, allo stesso tempo, una figura di riferimento per la frivola Maria Antonietta. Tra intrighi di corte, amori sofferti e infelici, quel crescente malcontento del popolo francese, costretto a vivere nella più completa miseria, Oscar vedrà compiersi il suo destino, che farà di lei un'eroina tragica, una novella Atena, un vero e proprio mito intramontabile dall'indiscusso alone di leggenda.

  
Il plot di "Versailles no bara" si rifà pienamente allo shojo storico dell'epoca, con una matrice gender-bending (la figura di Oscar, donna allevata come uomo e dalla sessualità ambigua), degli elementi Yuri, spesso affini ad eventi storici reali (il rapporto tra Maria Antonietta e la duchessa di Polignac, sconfinante nel lesbismo), oppure motivati dall'immenso fascino virile della protagonista, che non mancherà di far infatuare madamigelle di corte e giovani ragazze bisognose di una figura di riferimento forte, decisa, leale e carismatica (Rosalie, la stessa Maria Antonietta).


Devo ammettere che la ricostruzione storica dell'anime è molto curata: non mancano all'appello personaggi realmente esistiti, resi molto affascinanti dalla loro indubbia "giapponesità", generata dal filtro della cultura del sol levante nel suo approcciarsi alla storia europea. Il cast di "Versailles no Bara" vanta di gente come Robespierre, con tutta la sua ambiguità e sete di potere; Saint-Just, rivoluzionario estremista ed assetato di sangue; Luigi XVI, con il suo temperamento indeciso, legato più alla caccia e alla costruzione di lucchetti che alla politica del suo paese; Maria Antonietta, ragazza frivola, superficiale, conservatrice, spendacciona, eternamente sfruttata e in balia dalle sue conoscenze più fidate (Madame de Polignac in primis); Luigi XV, sovrano autoritario che concede privilegi di corte alle prostitute con cui si intrattiene; il conte di Fersen, l'amante di Maria Antonietta, una figura tragica, tormentata da un'amore devastante e senza futuro; Jeanne De-Valois, ladra, imbrogliona e opportunista che in seguito ad una serie di circostanze si ritroverà ad avere un ruolo di rilievo nello scoppio della rivoluzione (è lei che ordisce il famoso scandalo della collana); e tanti altri personaggi, che pur non essendo esistiti nella realtà, sono caratterizzati talmente bene che sembrano "vivi": come non citare André, l'eterno perdente, dapprima compagno di giochi di una giovane Oscar e in seguito spasimante tormentato dal suo amore non ricambiato; Rosalie, che prova per Oscar una venerazione assoluta che sfocia nel lesbismo; Alain, soldato semplice di umili origini dal temperamento apparentemente superficiale, che tuttavia si rivelerà corretto, leale e con un grande senso del dovere.


Nella prima parte della serie la regia è stata affidata a Nagahama Tadao, conosciuto principalmente per la sua triologia robotica formata da "Combattler V", "Vultus V", "General Daimos"; sotto la sua direzione "Versailles no bara" prende una piega ben differente da quella del manga, più affine al gusto dell'autore per intrighi, cambi di fazione, voltafaccia, denuncia sociale; - il comportamento dei personaggi ricorda molto quello dei Baamesi di "General Daimos", sempre impegnati a complottare, cambiare fazione, eliminarsi a vicenda per il tanto agognato potere/prestigio. Questo fatto destò lamentele da parte delle lettrici del manga originale, ed indusse la sostituzione di Nagahama con il più celebre Osamu Dezaki (regista che di certo non ha bisogno di presentazioni), il quale aveva già diretto alcune puntate della prima parte (è facile riconoscerle, in quanto in esse è presente l'utilizzo dello split screen, uno dei marchi di fabbrica del regista). Con Dezaki si ha un salto qualitativo notevole rispetto alla prima parte della serie: il character design del leggendario Shingo Araki diventa via via sempre più maturo ed elegante, le atmosfere si fanno drammatiche, cupe, con un forte nichilismo di fondo, tipico dell'opera originale ed ulteriormente amplificato dall'espressionismo autoriale del regista, dal suo sapiente utilizzo delle inquadrature, di tecniche registiche geniali - tra le quali non posso non citare "l'effetto cartolina", i suggestivi primi piani che esprimono le emozioni ed i tormenti interiori dei personaggi in modo immediato, attraverso la scelta dei colori e l'espressività del tratto di Araki; l'utilizzo saggio della prospettiva e delle musiche, scelte in modo tale da aumentare al massimo l'empatia delle vicende trattate. L'utilizzo continuo del leit motiv di Oscar, che riprende il tema dell'affascinante sigla originale giapponese "Bara wa Utsukushiku Chiru" (brutalmente soppressa dalla pietosa versione italiana), è un'esempio dell'efficacia della ricercata teatralità del titolo, una vera e propria tragedia greca che rimane immolata ad eternum nella mente dello spettatore più sensibile.


"Versailles no bara" deve essere visto con i sottotitoli fedeli e le sigle originali giapponesi. Nonostante il fascino del doppiaggio italiano dell'epoca, le censure (iterate nelle numerose messe in onda della serie) sono veramente troppe, e rovinano il carisma dell'opera originale. Anche la sigla italiana è abbastanza ridicola, per nulla paragonabile all'immortale "Bara wa Utsukushiku Chiru", in cui i suoni e le immagini si fondono in un'alchimia visuale perfetta e suggestiva. 



















Nessun commento:

Posta un commento