domenica 16 novembre 2014

La Storia della Principessa Splendente: Recensione

 Titolo originale: Kaguya-hime no monogatari
Regia: Isao Takahata
Soggetto: basato sull'antico racconto popolare giapponese "Taketori monogatari"
Sceneggiatura: Isao Takahata, Riko Sakaguchi
Character Design: Ken'ichi Konishi
Musiche: Joe Hisaishi
Studio: Studio Ghibli
Formato: film cinematografico
Anno di uscita: 2013


Nel 2013, con "Kaguya-hime no Monogatari", Isao Takahata - uno dei più grandi registi della storia dell'animazione giapponese - lascia ai posteri il suo testamento spirituale, un'opera estremamente essenziale e allo stesso tempo molto profonda e densa di simbolismi. Il film è basato su un antico racconto popolare giapponese, il "Taketori no Monogatari"; tale soggetto, estremamente atavico e quanto mai distante dall'attuale cultura occidentalizzata del Giappone moderno, viene plasmato dall'inconfondibile stile dell'autore, il quale gli conferisce uno stile evanescente e strettamente personale.


Un giorno, un anziano tagliatore di bambù trova per caso un misterioso ed elegante essere luminoso nel fusto di una pianta di bambù. Per l'umile vecchio, tale essere dalle sembianze di una piccola principessa è indubbiamente un dono elargito dal cielo; ergo egli lo accoglie con gioia nella sua casa e decide di crescerlo come un figlio. In breve tempo, da essere magico la piccola principessa è diventata un neonato che cresce a dismisura, e questa rapida crescita porterà in breve tempo Gemma di Bambù - questo è il nome affibbiato alla misteriosa bambina, data la sua sovrannaturale capacità di sviluppo - a diventare una vivace ragazza allegra e piena di entusiasmo. Tuttavia, è impossibile per Gemma di Bambù evitare il momento in cui dovrà dire addio alla felicità: ella verrà condotta dai genitori adottivi in città - venendo costretta a rinunciare a quella simbiosi con la vita che alimentava quelle gaie giornate in cui la meraviglia del vivere era meramente indotta dalle cose semplici e ordinarie -, e dovrà diventare suo malgrado una raffinata dama dell'alta società, perché tale, secondo il vecchio tagliatore di Bambù, è la volontà divina. Ma la volontà divina è molto distante dall'uomo: è un qualcosa di incomprensibile, di sfuggente, di intimamente legato alla natura delle cose. La Principessa Splendente, nata da una canna di bambù e intimamente legata all'essenza della vita, è tristemente sola nel mondo degli uomini; quel mondo di menzogne così distante dal luogo superno in cui ella viveva prima d'incarnarsi sulla terra. 


Il folklore giapponese è denso di simbolismi legati allo shintoismo e al buddhismo; e, in "Kaguya-hime no Monogatari", questi elementi sono altresì presenti in grande quantità. Il film tuttavia propende verso una concezione vitalistica più affine allo shintoismo che al buddhismo: secondo Isao Takahata, le passioni e la vita terrena non vanno disprezzate, ma sono cose necessarie alla propria crescita interiore. La storia della Principessa Splendente è quindi paragonabile ad un percorso in cui la meta/non-meta finale - ovvero il Nirvana, l'annullamento, il distacco ultimo dalle cose terrene - è l'ultima tappa di un cammino fatto di sofferenza, di gioia, di amore, di comprensione, di rabbia, di perdita. Nel film ritorna la poetica dell'autorealizzazione del sé, nonché il contrasto presente tra la ricerca di sé stessi e i vincoli imposti dalle formalità della vita urbana (si pensi al capolavoro "Omohide Poro Poro"). Il finale del film è molto evocativo, e con il suo retrogusto spiccatamente drammatico lascia intendere il messaggio-testamento dell'autore, un grande inno all'esistenza e alla totalità delle cose, ovvero a quell'illimitato mare in cui è ancora possibile trovare sé stessi nonostante l'opposizione delle fredde ed imperturbabili leggi decretate dall'uomo e dalle divinità.


Se da un lato "Kaguya-hime no Monogatari" è puro folklore, dall'altro è pura poesia; e questi due elementi corrispondono tra loro con la giusta armonia. Isao Takahata con quest'opera decide di restare un grande poeta sino all'ultimo, senza smentire la sua fama di artista dotato di un'innata sensibilità e di un'intellettualità particolarissima e ricercata. Con questo film Isao Takahata va a scandagliare le profondità abissali dell'esistenza, perdendosi nei meandri del patrimonio collettivo e atavico della cultura del Giappone antico. Il tema della "ragazza che scompare" è molto ricorrente nel folklore giapponese, e antropologicamente è intimamente legato a quel passato comune a tutti i popoli in cui avvenne la transizione dal matriarcato al patriarcato: non a caso la Principessa Splendente possiede una grande affinità con la Luna e con il raccolto, entrambi elementi considerati sacri nelle varie tradizioni matriarcali appartenenti alle culture ancestrali di tutto il mondo. Il calendario lunare è infatti molto più antico del calendario solare, ed è intimamente legato all'attività agricola, che si pensava fosse favorita da una grande "Dea Lunare" e/o "Dea Madre". Gradualmente, il potere passò dalle mani delle donne a quelle degli uomini; e studiando il patrimonio mitologico di tutte le culture è possibile trovare moltissimi indizi di questa profonda trasformazione sociale avvenuta migliaia di anni fa (uno studio del genere è stato fatto da Robert Graves nel suo illuminante libro "La Dea Bianca"). A mio avviso una completa trattazione di stampo antropologico - la quale andrebbe comunque fatta in altra sede - permetterebbe una maggiore comprensione della natura degli archetipi comuni alle culture di tutta l'umanità.
Chiudendo la precedente divagazione e tornando a parlare dell'opera in sé, la Principessa Splendente di Takahata non è soltanto un mero archetipo, giacché egli la plasma infondendole una caratterizzazione molto particolare, più vicina a quella di una vera ragazza in carne ed ossa che a un simbolo dai connotati mitologici. La Principessa ride, piange, si tormenta, e viene altresì colta dal dubbio. Ella è sacra e profana allo stesso tempo.


Tra le numerose scene del film, una in particolare è rimasta gradevolmente impressa nella mia memoria: quando la protagonista fa notare alla madre adottiva che, se visto da una prospettiva differente, il giardino presente nella loro casa in città sia in realtà molto simile alle campagne dalle quali si erano trasferiti. Tale scena, nella sua estrema semplicità, a mio avviso nasconde un significato molto profondo: la natura ripete sé stessa su scale differenti, differenziandosi e allo stesso tempo conservando la stessa sostanza in tutte le sue innumerevoli manifestazioni. Su un diverso piano di lettura, gli steli che paiono alberi e le formiche che paiono animali di campagna stanno lì a simboleggiare che le cose sono strettamente legate al modo con cui le si osserva; e che neanche un'artificiosa città abitata da degli altrettanto artificiosi uomini si può sottrarre alle sostanziali ricorrenze della natura. 


Per quanto concerne gli aspetti tecnici del film, la regia estremamente d'autore si dimostra in grado di trasmettere lo stato d'animo della protagonista facendo esprimere ai fondali, ai colori e ai suoni l'essenza della sua stessa anima. In una scena, ad esempio, la disperazione della Principessa viene rappresentata mediante un tetro lamento dell'intera natura circostante: gli alberi diventano improvvisamente scuri, aggrovigliati, il tutto si fa angoscioso, frenetico, opprimente. Takahata fa parlare direttamente l'immagine come se fosse una poesia dai versi aspri e cupi, fornendo alla sua opera affascinanti risvolti espressionisti. Lo stile di disegno è alquanto particolare, un misto tra design tradizionale e sperimentalismo grafico; gli acquarelli e l'indeterminatezza del tratto - che rimane sul vago risultando allo stesso tempo estremamente espressivo - rendono la visione molto simile a un sogno ad occhi aperti. La vivacità della Principessa Splendente si riflette come d'incanto nelle suggestive ed eteree visioni naturalistiche dell'autore, quei luoghi dal cielo bianchissimo e imperturbato tipici della sua poetica. 


In conclusione, a mio avviso questo non è affatto un film per tutti, ma un prodotto estremamente di nicchia, godibile appieno soltanto da chi ha una certa dimestichezza con la cultura giapponese. E' una fiaba molto profonda, "Kaguya-hime no Monogatari", che andrebbe rivista più volte per poterne coglierne le molteplici sfaccettature. 









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