venerdì 25 novembre 2016

La postmodernità: considerazioni e spunti di riflessione


«E così sei tornato, farabutto, ficcanaso che non sei altro? Vuoi tornare ad affliggerci e tormentarci, desideri ancora esporre i nostri corpi ai pericoli e costringere i nostri cuori a prendere sempre nuove decisioni? Com'ero felice; potevo sguazzare nel fango e crogiolarmi al sole; potevo trangugiare e ingozzarmi, grugnire e stridere, ed ero libero da pensieri e dubbi: “Che devo fare, questo o quello?”. Perché sei tornato? Per rigettarmi nell'odiosa vita che conducevo prima?» [Elpenoro si rivolge a Ulisse dopo la sua liberazione dall'incantesimo di Circe]

Spesso, nei miei scritti, utilizzo molte volte il termine “postmodernità”, un nome “totalizzante” che di fatto serve ad etichettare l'assetto sociale tipico del mondo occidentale, soggetto al modello capitalistico e consumistico esportato dagli Stati Uniti in (quasi) tutto in mondo industrializzato. Ma che cos'è precisamente questa “postmodernità”? Che caratteristiche ha? Questo dossier ha lo scopo di chiarire ai miei lettori e alle mie lettrici cosa effettivamente essa sia, sperando che questi ultimi, dopo averlo letto, non soltanto comprenderanno meglio cosa intendo dire quando parlo di “bambini vecchio”, “animalizzazione”, “simulacri” et similia, ma che si facciano altresì un'idea ben più chiara del mondo in cui vivono e della sua confusionarietà ed insensatezza, sperando che, nel loro piccolo, possano migliorare il loro stile di vita grazie ad una certa presa di coscienza, rendendolo meno disumano. Fatta questa premessa, ho reso la bibliografia del dossier molto corposa al fine di fornire numerosi strumenti di comprensione e approfondimento a chi legge: in essa troverete tutti i testi che vi servono per acquisire consapevolezza della famigerata condizione postmoderna nella quale siete vostro malgrado invischiati. Buona lettura. 

Definizione di postmodernità


Prima di iniziare la dissertazione è bene specificare, come fa notare Zygmunt Bauman, che la postmodernità non trascende la modernità fordiana (il cosiddetto “modello capitalistico pesante” che ispirò la distopia del romanzo “Brave New World” di Huxley, per intenderci). Per questo motivo, l'utilizzo di questo termine è impreciso (Bauman infatti parla di “modernità liquida”, ovvero di una “liquefazione” della modernità pesante e dei suoi punti di riferimento fissi); ciononostante, in modo da essere coerente con tutti gli altri miei scritti, da qui in poi chiamerò la “modernità liquida” nel modo in cui è più conosciuta, ovvero “postmodernità” (definizione dovuta al filosofo Jean-François Lyotard).
Innanzitutto, è bene definire cosa si intende per postmodernità: associandomi a Lyotard, che ne ha fornito una definizione semplice e sostanziale, la definirei come l'incredulità nei confronti delle metanarrazioni. Cosa vuol dire ciò? Per comprendere il concetto, è opportuno far notare che l'umanità ha sempre avuto bisogno di legittimare in qualche modo il suo operato (almeno, prima che entrasse nella sua fase postmoderna, ma su questo punto insisterò più avanti). I grandi ideali (come ad esempio il comunismo, la libertà, l'uguaglianza e così via), i rituali religiosi, la disposizione della chiesa e del municipio (istituzioni di potere centrali nella gerarchia sociale) nelle piazze dei paesi agricoli... insomma, è tutta una questione di attribuire un senso alle cose, in particolare a determinati assetti sociali. Nell'antico Egitto, ad esempio, l'autorità del Faraone era legittimata dal suo essere un Dio in terra; nella Chiesa, invece, l'autorità del Papa è legittimata dal fatto che egli sarebbe il rappresentante di Gesù Cristo (e pertanto, di nuovo, di Dio) in persona. Considerando questi due esempi, la metanarrazione che li caratterizza sarebbe la presunta divinità delle due figure istituzionali sopracitate, che ovviamente è giustificata da un insieme di norme, usi e consuetudini radicati nei rispettivi contesti di appartenenza. Nel comunismo, facendo un altro esempio, la metanarrazione sarebbe la superiorità del proletariato rispetto alla borghesia, altra concezione intrinseca di un determinato contesto storico giustificata da un insieme di norme e disposizioni politico-sociali (il marxismo, il leninismo e la degenerazione dello stalinismo). Anche la famiglia, nucleo centrale delle società patriarcali, è giustificata dal matrimonio, il quale è disciplinato da un insieme di regole ben precise. Volendo, anche in questo caso si può parlare di metanarrazione (il matrimonio, di nuovo, viene approvato direttamente da Dio, o meglio, dai suoi rappresentanti in carne ed ossa, oppure viene celebrato in municipio). Ciò detto, è bene far notare che il “bisogno di legittimazione” di cui parlo viene spesso esternato in rituali: ci sono rituali per accedere al partner, rituali religiosi, i rituali della massoneria, i rituali dell'alta società - che la tengono ben a distanza dal mondo degli indigenti e dei barboni delle strade, aiutando a demarcare il confine tra “alto” e basso”, tra “sopra” e “sotto”, tra “Dio” e “uomo”. Quando c'è una metanarrazione a fare da pilastro, si può pertanto parlare di una concezione verticale delle strutture sociali, in una netta divisione tra ciò che è “nobile” e ciò che non lo è. I valori, sopratutto, sono altre cose che rendono l'uomo “nobile”: l'amore per la famiglia, la fedeltà, le leggi della cavalleria... ma anche i valori politici, la netta divisione tra “destra” e “sinistra”, tra “stato” e “popolo”, l'amore che nutrivano i giapponesi dell'immediato dopoguerra per il loro imperatore... e via dicendo.
Fatti tutti questi esempi, capire la definizione di postmodernità diventa abbastanza semplice: essa è la de-legittimazione di quanto scritto sopra. Alla luce di ciò, Dio viene ucciso (come aveva predetto Nietzsche) e la Chiesa si indebolisce; il comunismo viene distrutto dalla “borghesizzazione” della classe operaia, dacché l'assetto verticale con in cima il proletariato e in basso la borghesia diventa orizzontale (si pensi ai film di Michelangelo Antonioni, nei quali l'operaio nutre le stesse ambizioni del borghese: comprarsi beni di consumo per soddisfare effimeri desideri); la famiglia si sgretola; la propria patria diventa una terra di nessuno; si combatte per il piacere effimero e non per gli ideali della piazza; l'imperatore si sottomette alla democrazia forzata degli americani; i rituali vengono indeboliti e cresce la diseducazione, la sfiducia nei confronti delle autorità ecc.
Ma a che cosa è dovuta questa de-legittimazione? Per rispondere a questa domanda in modo comprensibile, mi occorre stendere alcuni paragrafi a parte.

La Seconda Guerra Mondiale, il progetto Manhattan, ARPANET e il sessantotto


«Zitto e calcola!» [David Mermin]

«I've seen two world wars
I've seen men send rockets out into space
I foresee a holocaust
An angel of death descending to destroy the human race
» [Thin Lizzy, “Angel of Death”]

La WWII è stata indubbiamente una delle più grandi tragedie della storia dell'umanità. Il motivo di ciò non rientra più di tanto nella naturale bellicosità ed aggressività degli esseri umani (le guerre sono sempre esistite e sempre esisteranno), ma nel ruolo che la tecnica ha avuto come entità a sé stante nella messa in atto delle più raccapriccianti mostruosità. Con il secondo conflitto mondiale, in tutti gli schieramenti opposti, fu aumentata ai massimi livelli la separazione tra “uomo che uccide” e “uomo che viene ucciso”, e l'efficientismo diventò il paradigma fondamentale per stroncare le vite altrui – faccio notare che nella sua teoria della postmodernità Lyotard parla di «subordinazione del sapere ai criteri di efficienza»; di mio, aggiungerei altresì i termini “coscienza” e “consapevolezza” alle cose subordinate all'efficientismo, e, più in generale, alla tecnica fine a sé stessa (che come suggerisce Heidegger, priva l'uomo del suo essere, sottraendogli uno scopo e declassandolo a mero operatore di uno strumento indipendente dal suo volere che priva le cose della loro vera natura, oggettivandole asetticamente e rendendole meri simulacri da classificare e calcolare).
Come fa notare Fromm nel suo "Essere o Avere?", quando i criminali di guerra nazisti venivano processati, ribadivano a più riprese, come degli automi, che loro eseguivano soltanto gli ordini, e che i loro sforzi erano mirati a uccidere più ebrei possibili nei campi di concentramento, ottimizzando la resa finale dello sterminio tramite numerosi espedienti di natura puramente tecnico-logistica. Allo stesso modo, i piloti che sganciarono il “Little Boy” e il “Fat Man” (da notare la stupidità dei nomi dei due ordigni di morte) su Hiroshima e Nagasaki, dissero che loro avevano semplicemente “fatto il loro lavoro”: se non ci fossero state quelle due persone, se ne sarebbero trovate altre due pronte ad adempiere la stessa mansione – componenti intercambiabili, insomma. Ma anche gli scienziati del progetto Manhattan non scherzavano in quanto ad alienazione:

«Dopo che la bomba fu esplosa, Los Alamos fu travolta da una grande eccitazione. Tutti festeggiavamo, correvamo in giro. Io mi sedetti su una jeep a suonare i bongos, e così via.
Solo un uomo, ricordo, Bob Wilson, se ne stava seduto con aria affranta.
Gli chiesi “Perché sei cosi avvilito?”.
Lui rispose “È una cosa terribile quella che abbiamo fatto”.
Gli dissi “Ma sei stato tu ad iniziarla. Ci hai coinvolto tu”.
Vedete, quello che mi era successo – quello che era successo a tutti noi – è che avevamo cominciato per una buona ragione, ma poi si inizia a lavorare duramente per realizzare qualcosa e diventa un piacere, eccitazione. E si smette di pensare, no? Si smette e basta. Bob Wilson era l’unico che stesse ancora pensando, in quel momento.» [Richard Feynman]

Il progresso tecnologico alla fine della WWII era cresciuto a dismisura: grazie al perfezionamento del radar, fu realizzato un esperimento epocale, quello del Lamb Shift (1947), che permise agli scienziati di elaborare complessi modelli teorici di fisica delle particelle (grazie ad esso, Feynman, Swinger e Tomonaga poterono elaborare in modo indipendente la teoria dell'elettrodinamica quantistica con tre approcci diversi che davano gli stessi risultati). Già durante la costruzione della bomba atomica venivano impiegati calcolatori grandi come stanze al fine di risolvere complessi algoritmi di fisica nucleare, e durante la Guerra Fredda tale tecnologia si perfezionò ulteriormente; nel 1969, il dipartimento di difesa degli USA creò ARPANET, il più lontano parente di internet, uno dei capisaldi della postmodernità attuale (ARPANET di fatto diventerà internet nel 1974, con l'avvento del protocollo TCP/IP).
La seconda guerra mondiale, con la sua modernità pesante figlia del fordismo perfezionata al massimo dell'efficientismo, e la Guerra Fredda, con il suo scontro tra modello americano e modello sovietico (che crollerà come un castello di carte lasciando dietro di sé un forte vuoto ideologico quando il comunismo perderà il suo primato tecnologico rispetto all'America), contenevano in sé già tutte le premesse per la nascita del postmoderno, e avevano “resettato” il terreno sul quale ricostruire tutto partendo da zero con la nuova tecnologia sviluppata durante la guerra (il boom economico settantino e l'iperproduttività statunitense ottantina). La potenza vincitrice della WWII, l'America, era diventata il “grande padre putativo” di tutto il mondo, e il suo modello di vita veniva esportato come quello “vero e giusto”, volendo l'unico possibile. Si afferma così il modello della globalizzazione: la democrazia è la forma più elevata di governo e tutte le varie etnie che non si uniformano ad essa e al modello americano vanno “rieducate”, magari con bombardamenti o colpi di stato pilotati dai servizi segreti; l'occidente, con in testa l'America – il cui simbolo è l'aquila, il predatore in cima alla catena alimentare -, consolida il suo status di egemone facendo leva sul suo apparato industriale, economico e tecnologico (anche se questa cosa nell'oggidì è soltanto un'illusione, dacché le potenze industriali dell'oriente, in primis la Cina, hanno scalzato yankee e soci dal loro primato economico: oggigiorno l'occidente è decadente e in crisi, proprio come lo era l'Impero Romano prima delle invasioni barbariche).

«E' difficile
Resistere al mercato, amore mio.
Di conseguenza andiamo in cerca di
Rivoluzioni e vena artistica.
Per questo le avanguardie erano ok,
Almeno fino al '66
Ma ormai la fine va da sé.
E' inevitabile.» [Baustelle, “Il liberismo ha i giorni contati”]

Quando nasce effettivamente la postmodernità? Quando si “liquefa” la rigidissima modernità pesante? A parer mio, l'anno che fa da spartiacque è il 1968: se durante la fase fordiana del moderno l'occhio della tecno-scienza aveva de-legittimato le precedenti metanarrazioni rendendo l'uomo un suo mero subordinato/automa privo della sensatezza che usava attribuirsi in passato, nel '68 viene fatto crollare l'assetto sociale verticale precostituito, che diventa orizzontale; usando le parole di Galimberti: «A partire dal Sessantotto si è registrato un passaggio dalla "società della disciplina" dove ci si dibatteva nel conflitto tra permesso e proibito alla "società dell’efficienza e della performance spinta" dove ci si dibatte tra il possibile e l’impossibile, senza nessun riguardo e forse nessuna percezione del concetto di "limite". […] La parola d’ordine dell’intero continente giovanile era "emancipazione" all’insegna del "tutto è possibile", per cui la famiglia era una camera a gas, la scuola una caserma, il lavoro un’alienazione, il consumismo un aberrazione, e la legge uno strumento di sopraffazione di cui ci si doveva liberare. La parola d’ordine era: "vietato vietare". Su questa cultura preparata dal Sessantotto, ma che il Sessantotto aveva pensato in termini "sociali", si impianta, per uno strano gioco di confluenza degli opposti, la stessa logica di impostazione americana, giocata però a livello "individuale", dove ancora una volta tutto è possibile, ma in termini di iniziativa, di performance spinta, di efficienza, di successo al di là di ogni limite, anzi con il concetto di limite spinto all’infinito [...]»

Ebraismo, modello americano e self-made man


«Look at me now, a shadow of the man I used to be
Look through my eyes and through the years of loneliness you'll see
To the times in my life when I could not stand to lose, a simple game
And the least of it all was the fortune and the fame
But the dream seemed to end just as soon as it had begun, was I to know?
For the least thing of all that was on my mind, was the close at the
end of the show
The shadow of a lonely man, feels nobody else
In the shadow of a lonely, lonely man
I can see myself» [The Alan Parsons Project, “Shadow of a Lonely Man”]

«This is the car at the edge of the road,
There's nothing disturbed, all the windows are closed,
I guess you were right, when we talked in the heat,
There's no room for the weak, no room for the weak.
» [Joy Division, “Day of the Lords”]

Se la scienza moderna, l'industrialismo e il riduzionismo scientifico hanno distrutto le metanarrazioni e trasformato l'uomo in un automa che non è più in grado di definirsi, dacché i punti di riferimento fissi di cui per sua natura abbisogna sono venuti meno, è lecito chiedersi da dove provengano queste tendenze. Andando a guardare la religione ebraica, si scopre che il suo potentissimo Dio separato dalla Terra possiede il potere di creare da nulla l'intero universo - che può lasciar espandere all'infinito (cosa confermata dalla cosmologia moderna) – e non concede alcun paradiso ai suoi seguaci (che pertanto dovranno impegnarsi ad ottenerlo con le loro forze, nel mondo reale, data l'assenza di una premiazione oltrevita: l'ebraismo pertanto non è una religione di salvezza come il cristianesimo, ma una religione estremamente pragmatica). Capitalismo, banche, efficientismo et similia a parer mio sono il frutto del pragmatismo ebraico; e, ironia della sorte, l'unico Dio della postmodernità, ovvero il denaro, ormai è anch'esso diventato un'entità astratta separata dalla terra, proprio come YHWH: oggigiorno, i soldi sono diventati dati, e le banche sono gli archivi di dati che producono la base effimera e fluttuante sulla quale si basa un sistema completamente alienato basato sulle reminiscenze della dottrina ebraica (in fondo, la separazione dalla terra per un animale come l'uomo implica la separazione da una sua condizione naturale, e pertanto, in ultima sintesi, dissociazione; in altre parole, come fa notare Feuerbach, l'idea di una divinità tutta soggettività – il famoso Dio/Io unico – è indissolubilmente legata all'alienazione delle qualità tipiche dell'essere umano, che vengono oggettivate in un'entità a lui contrapposta). Ciò detto, dato che la natura umana rimane invariata nel corso delle epoche, nella postmodernità l'uomo possiede pur sempre la volontà di legittimare qualcosa. Legittimando il denaro (e pertanto l'economia) a unica metanarrazione possibile, di fatto diventa immediato ottenere l'equazione essere=avere, il paradigma fondamentale del consumismo. In fondo, il denaro è immune alla de-legittimazione operata dalla tecno-scienza, dacché è il combustibile che la alimenta (e la tecno-scienza ha per unico fine il suo auto-potenziamento, che di per sé, visto da un punto di vista esterno alla postmodernità, è una cosa completamente insensata nel momento in cui l'uomo ne diventa succube).
Quasi come se volesse rimediare alla mancanza di un messia divino nell'immaginario collettivo ebraico, il modello americano crea la figura del self-made man, una sorta di superuomo capitalistico che da solo può realizzare il suo sogno (ovviamente guadagnare di più, produrre di più, arrivare più in alto nella gerarchia sociale/aziendale ecc.) Il self-made man esercita la sua divinità comprando la macchina più veloce e potente in circolazione, sposando la donna più bella (ovviamente secondo gli standard estetici imposti dalla moda del momento o dal senso comune, dacché fortunatamente non esiste una bellezza oggettiva) e vestendola con i vestiti più costosi, facendo più figli possibili, gestendo il potere nel migliore dei modi spingendo il suo ego – ovviamente privato di ogni forma di spiritualità, dacché essa non si confà ai famosi criteri di efficienza imposti dalla supremazia della tecnica – all'estremo, espandendolo all'infinito in un mondo in cui bisogna produrre sempre più, crescere sempre più, andare sempre più veloci, perché altrimenti questa grande illusione verrebbe meno. Ma cosa succede a chi non riesce a diventare self-made man? Ovviamente maturerà un marcato senso d'inadeguatezza nei confronti di chi, diversamente da lui, ce l'ha fatta. Non c'è proprio spazio per i deboli nel modello americano. Eppure, sia perdenti che vincitori sono succubi della loro solitudine ed alienazione.
Lo studente con i voti più alti (anche i voti dopotutto vengono monetizzati), l'imprenditore di successo, lo scienziato più brillante ecc. sono tutte forme di self-made man. Nella postmodernità, l'individualismo è tutto, e se un individuo non è abbastanza forte, nonché poco avvezzo ai cambiamenti repentini ed insensati che caratterizzano tale assetto sociale, va escluso o mandato dallo psichiatra, che lo sederà mediante gli opportuni psicofarmaci. Il sentirsi inadeguati, sentimento tipico dei giovani postmoderni, li porta a fuggire da una realtà troppo caotica e mutevole, e la sedazione – o reclusione volontaria, si pensi al sempre più crescente numero di hikikomori occidentali - diventa un modo per annegare nella “liquidità” senza rendersi conto di star per soffocare. In fondo, una volta entrati nel mondo lavorativo, diventerebbero tutti componenti di ricambio di un sistema cinico e insensato in cui, mediante il loro lavoro, il self-made man della situazione potrà comprarsi l'ennesima Ferrari con la quale sfrecciare ai trecento all'ora sull'autostrada, senza scopo alcuno, magari con la radio accesa in modo tale da cancellare quel silenzio che opprime, che mette faccia a faccia con un vuoto interiore terribile, un tipo di solitudine che è meglio nascondere o far finta di non vedere, altrimenti si scoprirebbe di essere in balia della depressione.
Dal punto di vista lavorativo, le fluttuazioni continue del mondo postmoderno impongono un sempre più marcato antiprofessionalismo: dato che il mondo deve cambiare in continuazione, al massimo della velocità, non serve saper eccellere in un determinato mestiere che assicurerà il mantenimento della famiglia – istituzione ormai in crisi - per tutta la vita del lavoratore (questa era una prerogativa del modello capitalistico pesante, nel quale non raramente l'operaio aveva la garanzia di rimanere vincolato alla sua mansione vita natural durante). Il lavoratore postmoderno modello è un essere fluttuante senza alcuna radice, che si adatta ad ogni nuovo contesto immagazzinando dati sempre diversi, in un continuo divenire. Non saper correre dietro al flusso dei dati diventa un fallimento, un'obsolescenza, dacché la crescita – anche se in sostanza non si va da nessuna parte - è virtualmente infinita, proprio come la produzione. “Crescita” è infatti la parola preferita dei banchieri, dei politici, degli imprenditori, ma anche degli psicologi – nella postmodernità, la psicologia, come fa notare Fromm nel suo “La crisi della psicanalisi”, diventa psicologia dell'adattamento, una specifica tipologia di conformismo necessaria a forzare chi non riesce ad adattarsi al sistema a divenire tutt'uno con esso.

La società postmoderna


«La società non esiste.» [Margaret Tatcher]

Se nella modernità pesante il controllo sociale veniva esercitato dall'alto verso il basso, da dopo il sessantotto la completa libertà dell'individuo diventa il paradigma fondante della società. L'autorità precostituita viene vista come il male assoluto, come un muro da abbattere, e il tessuto sociale si sfalda, diventando simile ad un gas in cui ogni persona corrisponde ad un atomo spinto ad alta velocità verso il nulla, che interagisce con le pareti fisse della scatola/società mediante urti altamente energetici. Ci sono tante persone, troppe persone - guardacaso YHWH diceva «Andate e moltiplicatevi» -, e ognuno vuole diventare un self-made man, prevaricare il prossimo per il proprio successo, e la sua individualità non va messa in discussione, per nessun motivo. Anche quando risulta invadente, inconsistente e insensata. L'unica misura delle cose diventa il proprio ego, e pertanto il contesto reale oggettivo dei fatti/eventi e delle correlazioni che li legano tra loro perde di significato; ed ecco che negli individui postmoderni viene a mancare la capacità fondamentale di contestualizzare. Le persone adulte nelle società postmoderne spesso esibiscono quel narcisismo infantile tipico degli otaku; pensano che tutto sia dovuto, si credono al centro dell'universo quando invero ne sono soltanto una parte infinitesimale. Eppure, paradossalmente, un eccesso di libertà conduce al suo opposto, ovvero ad una nuova forma di schiavitù, in parte imposta dal conformismo e in parte dall'incapacità di comunicare e di buttar giù le barriere del proprio ego. Ovviamente, l'establishment approfitta di questa situazione, si nasconde nell'ombra ed esercita il controllo facendo leva sul narcisismo e sull'ottusità dell'uomo postmoderno, manipolandolo con strategie molto subdole, capziose e sottili, dandogli la sensazione di essere libero quando invero non lo è, dacché non ha neanche avuto la possibilità di crearsi un proprio mondo interiore, di acquisire consapevolezza, di fermarsi a pensare, di dare un senso alla propria vita. Il conformismo (già messo a punto nell'era fordiana) nella postmodernità diventa una sorta di spettro che nessuno riesce a percepire pienamente, ma che tuttavia si assume l'onere di fare ciò che in passato facevano le squadracce dei regimi con i loro manganelli, evitando tuttavia qualsiasi forma di violenza fisica e prediligendo lo svuotamento psicologico di tanti individui lasciati al loro vuoto interiore; individui i quali, illudendosi di avere una propria volontà, si lasciano trascinare dalle strategie di marketing, dalle mode, dagli imprinting aziendali, dal settarismo, da quello che vedono in televisione o su internet. Si crea quindi un paradossale “individualismo conformista” in cui le arcaiche strategie per “scannarsi per un pezzo di pane” diventano delle commediole molto elaborate giocate da attori dalle molteplici maschere manipolati da pochi burattinai insensati come loro, ma che a loro differenza detengono la maggiorparte del patrimonio economico mondiale. Sconfiggerli è impossibile, dacché sono parte integrante di un sistema dal quale è impossibile emanciparsi completamente, a meno di diventare dei barboni delle strade.
Aveva quindi ragione la Tatcher quando diceva che la società non esiste: in un certo senso non esiste neanche più la famiglia, l'istituzione centrale delle società del passato. Famiglia significa sacrificio per l'altro, coesione sociale, amore. Tutte cose poco efficienti e “libere”. Le famiglie postmoderne sono precari aggregati di cinismo e discomunicazione, nelle quali il figlio unico è favorito rispetto a molteplici fratelli (quest'ultimo assetto a parer mio è il più sensato, dacché spesso il figlio unico tende ad essere viziato e a isolarsi). D'altro canto, i bambini vengono lasciati a loro stessi fin da piccoli, ed esposti ad un sovraccarico di informazioni che sopprime la loro sensibilità ed emotività, rendendoli fin da subito dei piccoli simulacri accumula-dati egoisti, incapaci di rapportarsi col mondo in cui vivono e di costruirsi una storia personale che vada al di là del virtuale. Il famoso assetto sociale verticale in un certo senso viene rotto pure all'interno della famiglia: il genitore non è più l'autorità da temere e riverire, ma un compagno di giochi ancora più infantile del bambino che – almeno in teoria - dovrebbe allevare. “Il contrattacco dell'impero degli adulti” di Hara in fondo non è una cosa molto distante dalla realtà.

Luoghi e non-luoghi


«Se un luogo può definirsi come identitario, relazionale, storico, uno spazio che non può definirsi identitario, relazionale e storico definirà un nonluogo. L'ipotesi che qui sosteniamo è che la surmodernità è produttrice di nonluoghi antropologici e che, contrariamente alla modernità baudeleriana, non integra in sé i luoghi antichi: questi, repertoriati, classificati e promossi a “luoghi della memoria”, vi occupano un posto circoscritto e specifico. Un mondo in cui si nasce in clinica e si muore in ospedale, in cui si moltiplicano, con modalità lussuose o inumane, i punti di transito e le occupazioni provvisorie (le catene alberghiere e le occupazioni abusive, i club vacanza e i campi profughi, le bidonville destinate al crollo o a una perennità putrefatta), in cui si sviluppa una fitta rete di mezzi di trasporto che sono anche spazi abitati, in cui grandi magazzini, distributori automatici e carte di credito riannodano i gesti di un commercio “muto”, un mondo promosso alla individualità solitaria, al passaggio, al provvisorio e all'effimero propone all'antropologo (ma anche a tutti gli altri) un oggetto nuovo del quale conviene misurare le dimensioni inedite prima di chiedersi di quale sguardo sia passabile. […]
Luogo e non-luogo sono piuttosto delle polarità sfuggenti: il primo non è mai completamente cancellato e il secondo non si compie mai totalmente; palinsesti in cui si reinscrive incessantemente il gioco misto dell'identità e della relazione.» [Marc Augé, “nonluoghi”, pag 77]

Nel contesto postmoderno, nel quale la de-legittimazione operata dalla tecno-scienza svuota ogni cosa di significato umanistico e finalistico, è naturale che prendano piede delle terre di nessuno prive di significato antropologico. I luoghi in perenne transizione, ovvero metropolitane, aeroporti, autostrade, supermercati ecc. di fatto annullano – allo stesso modo di internet – le distanze tra un posto e l'altro, rendendo la percezione del mondo omogenea e priva delle sue differenze intrinseche. In un non-luogo non sorgono chiese e municipi: l'orizzontalità senza meta è l'unica realtà antropologica possibile di questi spazi privi di storia (e pertanto identità) in cui molteplici persone transitano senza mai fermarsi, magari con lo smartphone in mano e le cuffie nelle orecchie, dando l'idea che, se nei luoghi “storici” la disposizione degli edifici era subordinata alla preservazione dell'assetto sociale radicato nel territorio, nei non-luoghi (ovvero nei luoghi a-storici) ogni singolo particolare strutturale è caratteristico di un'etologia basata sulla solitudine.
Il principe dei non-luoghi, manco a dirlo, è internet, l'archivio di dati fluttuante che collega il mondo intero e che varia in continuazione, repentinamente, trattandosi di un vero e proprio mare artificiale dalla natura ontologicamente transitoria in cui vagano miliardi di individui ridotti a meri avatar (avatar che transiscono pure loro, indefinitamente, anche se la persona che li indossa è sempre la stessa, fenomeno che rimarca la fluttuazione postmoderna dell'identità). L'hikikomori che decide di chiudersi in casa trasferendo la sua vita su internet, magari per mezzo di qualche videogioco online o social network, di fatto abita in un non-luogo, e la sua transizione è perenne, anche se, paradossalmente, rimane pur sempre confinato all'interno delle sue quattro mura.

La globalizzazione


«Who are these men of lust, greed, and glory?
Rip off the masks and let see.
But that's no right - oh no, what's the story?
There's you and there's me
That can't be right.
» [Supertramp, "Crime of the Century"]

«Il Sessantotto è stato il primo esplicito anticipo della globalizzazione.» [Marco Revelli]

«Da qualche parte c’è qualcuno, per il quale nessuno ha votato, che spinge perché il mondo giri sempre più alla svelta, perché gli uomini diventino sempre più uguali in nome di una roba chiamata “globalizzazione” di cui pochi conoscono il significato e ancor meno hanno detto di volere.» [Tiziano Terzani]

«La globalizzazione è stata per il capitalismo una tappa decisiva sulla strada della scomparsa di ogni limite. Infatti permette di investire e disinvestire dove si vuole e quando si vuole, in spregio degli uomini e della biosfera.» [Serge Latouche]

Nel postmoderno fluttuante si viene a creare un neo-nomadismo tanto solitario quanto precario in cui chi rimane troppo attaccato ad un determinato luogo e ai suoi usi e consuetudini va controcorrente, apparendo all'establishment politico/industriale occidentale come un “populista” e/o “selvaggio” che si nega le “infinite” possibilità della vita (intesa esclusivamente come “progresso”, una definizione molto astratta che invero non fa altro che creare ulteriore confusione e frammentazione presso i vari popoli del globo). Globalizzazione vuol dire delocalizzazione di industrie e aziende (e pertanto disoccupazione, disagio, precarietà, antiprofessionalismo) e delle usanze locali (ed ergo perdita d'identità culturale e “postmodernizzazione” forzata di individui di culture agli antipodi rispetto a quella occidentale), nonché rinuncia al sacrosanto relativismo politico (dopotutto, ogni popolo ha il governo che si merita e va lasciato politicamente libero, senza alcuna intrusione da parte di popoli che si sentono moralmente/economicamente/politicamente superiori). Dice infatti J. Baudrillard: «E' inaccettabile per l'Occidente che la modernità possa essere rinnegata nella sua pretesa universale. Che non appaia come l'evidenza del Bene e come l'ideale naturale della specie, che sia messa in dubbio l'universalità dei nostri costumi e dei nostri valori – sia pure da certi personaggi bollati come fanatici -, tutto questo è un crimine contro il pensiero unico e contro l'orizzonte consensuale dell'Occidente.» Ciò detto, sempre nel suo “Power Inferno” (pag 57), il filosofo ammette: «La globalizzazione degli scambi pone fine all'universalità dei valori. E' il trionfo del pensiero unico sul pensiero universale. […] Alla fine del processo non si ha più differenza tra il globale e l'universale. Anche l'universale viene globalizzato, la democrazia e i diritti dell'uomo circolano esattamente come qualsiasi prodotto globale, come il petrolio o come i capitali.» Infatti, libertà, democrazia e performance spinta all'estremo, tutte illusioni sessantottine fondate, come ogni altra ideologia, sul primato tecnologico, industriale ed economico di una determinata area del globo, alla luce della globalizzazione diventano l'unica verità possibile per ogni popolo sulla faccia della terra, dei beni di consumo da vendere a buon prezzo distruggendo la precaria stabilità di molteplici paesi sottosviluppati, nei quali ovviamente verranno impiantate industrie occidentali per contenere i costi di produzione e speculare sulla finanza, sempre in virtù del famigerato principio del “villaggio globale progressista”.

«Il processo di globalizzazione ha ridotto drasticamente la capacità degli Stati di mantenere sotto il proprio controllo l’organizzazione, la dislocazione e la distribuzione delle forze produttive; ha concentrato contemporaneamente enormi poteri nelle mani di ristrette oligarchie industriali e finanziarie internazionali, le quali hanno preso ad agire senza sottostare al potere sovrano di alcun parlamento e corpo elettorale e senza disporre di alcuna legittimazione democratica, e a dotarsi di possenti mezzi di informazione al fine di orientare l’opinione pubblica a favore dei loro interessi.»
[Massimo L. Salvadori]

«La globalizzazione non è un processo che ha luogo da qualche parte lontana, in qualche spazio esotico. La globalizzazione sta avvenendo a Leeds così come a Varsavia, a New York e in ogni piccola città in Polonia. E’ proprio fuori dalle nostre finestre, ma anche dentro. E’ suf­ficiente camminare per le strade per vederla. Gli spazi globali e locali possono essere separati solo con un’astrazione, nella realtà essi sono interconnessi. Il vero problema è che la globalizzazione che stiamo oggi affrontando è principalmente negativa. E’ basata sulla rottura delle barriere, per permettere la globalizzazione dei capitali, il trasferimento dei beni, dell’informazione, del crimine e del terrorismo, ma non delle istituzioni politiche e giuridiche, le cui basi risiedono sulla sovranità nazionale. Questo aspetto negativo della globalizzazione non è stato accompagnato da altrettanti aspetti positivi e gli strumenti per la regolazione dei processi eco­nomici e sociali non sono stati sufficientemente consolidati per affrontare le conseguenze della globalizzazione.» [Zygmunt Bauman]

Rottura delle barriere” significa anche mancanza di delimitazione, e come l'Io dell'uomo postmoderno viene lasciato espandere all'infinito lasciando spazio a nevrosi e fluttuazione dell'identità, anche la postmodernità in sé stessa necessita di espandersi illimitatamente, rompendo i vincoli che la costringono all'interno di certezze e canoni prefissati, tutte cose obsolete da eliminare in virtù della velocità, della frenesia e dei simulacri; ma questa volta la “malattia” che ne consegue è di ben più larga portata, e consiste in innumerevoli guerre-satellite, in atti terroristici, nella violazione dei diritti umani (roba tanto decantata dal famoso establishment “progressista” più nelle parole che nei fatti). Manco a dirlo, le popolazioni radicate nel loro territorio, alle loro usanze, tradizioni e metodi di governo, infelici della globalizzazione e della delocalizzazione che ne deriva, reagiscono come ragazzini frustrati che si ribellano contro il grande padre occidente, magari attaccando direttamente i suoi non-luoghi mediante efferati atti di terrorismo (metropolitane, ponti, stazioni, supermercati, aeroporti... guardacaso tutte ricorrenze nell'agenda del terrore). In fondo, il grande prototipo di tutte le sette terroristiche postmoderne, l'Aum Shinrikyo, rigettava l'americanismo, l'ebraismo e i mutamenti sociali da essi introdotti nel Giappone del dopoguerra, e guardacaso attaccò la metropolitana di Tokyo, il non-luogo più celebre della città. Il terrorismo islamico, quello diventato famoso in occidente dopo l'undici settembre, sembra quasi essere mosso dalle stesse ragioni; ma in fondo, anche se così non fosse, quando tutto diventa globale anche il terrorismo diventa un “bene” d'importazione, un terrorismo che vede nel non-luogo postmoderno il simbolo di quella perenne fluttuazione senza alcun appiglio consolidato, che mette in pericolo quelle poche certezze che garantivano un minimo di stabilità, sia psicologica che politica. A tal proposito, è esemplare ciò che dichiarò il presidente egiziano Mubarak durante una sua visita in Italia nel 2004: «Non si può imporre agli arabi la democrazia a tutti i costi, perché questo può spalancare le porte dell'inferno e farci piombare in un vortice di violenza e di anarchia che non risucchierà soltanto noi, ma anche chi ci è vicino. E allora addio a ogni barlume di democrazia nel mondo arabo. E questo perché da un lato il Medio Oriente allargato è un mosaico di popoli, di tradizioni, di modi di vita, di economie, dove non si può imporre un'unica soluzione preconfezionata ad un'area sconfinata che va dalla Mesopotamia al Pakistan, e dall'altro lato perché l'introduzione della democrazia non si fa con la bacchetta magica. Servono tempo e il rispetto delle tradizioni e della cultura che si modificano gradualmente. Altrimenti si finisce per rafforzare gli elementi più radicali, come è successo in Algeria e cime può succedere ovunque se al parlamento vincesse una maggioranza estremista.»

Dopotutto, la globalizzazione è anch'essa una manifestazione di quel conformismo “spettrale” di cui parlavo nel paragrafo sulla società postmoderna. Di fatto, ne è l'esportazione forzata verso altre società che non lo vogliono, dacché una nazione è tale in quanto ha dei confini e una persona è tale in quanto ha identità ben precisa, legata ad un determinato contesto. Ma siccome “postmodernizzazione” significa anche “decontestualizzazione”, implicitamente la “delocalizzazione” ne emerge come uno strumento di potere e controllo il quale, paradossalmente, impone il famigerato sessantotto anche altrove, in modo tale da somministrare ovunque il suo radicale paradosso: la libertà assoluta che diventa prigionia invisibile. Eppure, questa cosa non potrà mai funzionare; infatti, usando le parole di Jean Baudrillard, «La globalizzazione trionfante fa tabula rasa di tutte le differenze e di tutti i valori, inaugurando una cultura (o un'incultura) perfettamente indifferente […]. Non avendo più nemici, la globalizzazione li genera dall'interno e secerne metastasi disumane di ogni genere.»

Animali accumula-dati


«Grazie all'elettronica digitale, gli studenti sfornano risposte senza elaborare concetti: la soluzione di problemi diventa la pressione di tasti. Non è necessario capire come formulare quantità astratte, si va direttamente dai numeri alle risposte. Le calcolatrici sfornano risposte senza richiedere il minimo pensiero. Di fronte a un problema matematico gli studenti ovviamente scelgono l'elettronica piuttosto che l'esperienza.» [C. Stoll, “High Tech Heretic”, pag 66]

Quando l'esigenza principale di un intero modo di vivere diventa l'accumulare dati, le autorità politiche di certo non rinunciano ad imporre l'informatizzazione dell'istruzione (fenomeno molto recente, tra l'altro), in modo tale da inculcare fin da subito ai futuri uomini postmoderni il modo di pensare tipico delle macchine, ovvero quello binario. Uno o zero, vero o falso. Mentre gli antichi orientali – ma anche i greci - invitavano alla consapevolezza e alla pienezza del Sé, allo sviluppo eterogeneo della mente e delle sue innumerevoli sfaccettature, nella postmodernità il pensare diventa inutile, le emozioni diventano inutili, l'interiorità diventa inutile; l'unica cosa che conta è che l'uomo diventi fin da subito simile ad una macchina, in modo tale che possa interfacciarsi al meglio con altre macchine grazie al vantaggio fornito dall'assimilazione inconsapevole del loro stesso modo di non-pensare. Nella postmodernità si va quindi incontro ad una binarizzazione del pensiero e della memoria, e la priorità degli uomini diventa il rapporto “organico” con il proprio computer e con la rete, che diventano estensioni di un corpo “scollegato” da una mente che non si chiede il perché delle cose, ma le cataloga passivamente subordinandosi ai ciechi paradigmi dell'efficientismo. Il sistema contribuisce alla sedazione dell'uomo - si pensi alle pubblicità martellanti e invasive della televisione, alla dipendenza compulsiva da social network e alla privazione dell'intimità personale che ne deriva, e così via -, che essendo diventato macchina, quando verrà impiegato nella catena produttiva, molto probabilmente sarà sottoposto ad una serie di “test comportamentali” i quali, in base al movimento dei suoi occhi o al suo abbigliamento, decreteranno se si tratta di un oggetto più o meno idoneo per il bene dell'industria e per la sua perenne caccia ai soliti dati/simulacri/denari. Non c'è proprio spazio per l'interiorità e la riflessione filosofica nella postmodernità, basta soltanto pensare alle asfissianti e fugaci mode sempre in transizione, che congiunte al paradigma “io sono quello che vesto” contribuiscono alla fluttuazione dell'identità/maschera dei poveri automi inconsapevoli che le seguono, oppure all'obsolescenza programmata di determinate tendenze pseudo-culturali, pseudo-politiche e pseudo-religiose – le sette new age, le religioni-simulacro, l'esoterismo per casalinghe, i partiti politici online, il complottismo e chi più ne ha più ne metta. Le parole d'ordine sono sempre le stesse: confusione, vuoto interiore, dissociazione e frivolezza. Volendo unire tali leit motiv in un unica formula totalizzante, la parola “animalizzazione” diventa quanto mai calzante.

«Gli otaku sono dei clandestini, ma non necessariamente si oppongono al sistema. […] Trasformano, manipolano e sovvertono prodotti e idee già confezionati, ma nello stesso tempo rappresentano l'apoteosi del consumismo giapponese. Nonché una forza lavoro ideale nel capitalismo contemporaneo. Una società in cui le posizioni migliori vengono occupati da chi vince i test di selezione a scelte multiple è una società otaku: più propensa alla collezione di dati che alla loro analisi.» [Karl Taro Greenfield, “Babaru”, pag 327]

Tralasciando un discorso specifico sull'otakuzoku – che necessiterebbe di un dossier a parte – e approssimando alla buona la figura dell'otaku descritta da Greenfield come la controparte orientale del nerd americano (anch'esso cresciuto nel contesto di una società informatizzata con un sistema educativo nozionistico e test a scelte multiple), emerge che questa tipologia di individuo, altamente asociale e solitario, nonché in perfetta simbiosi col suo computer e propenso fin dalla tenera età all'immagazzinamento di dati, sia l'individuo postmoderno per eccellenza, come fa anche notare Hiroki Azuma nel suo celebre “Generazione Otaku”, rimarcando a più riprese le origini americane della subcultura otaku. Le società completamente postmoderne sono società completamente otaku, e in esse la definizione stessa di otaku perde completamente di significato, dacché non è più possibile distinguere ciò che è otaku da ciò che non lo è. Ma l'otaku sostanzialmente è un bambino troppo cresciuto, un eterno adolescente radicalmente legato alle sue pulsioni infantili: in un mondo in cui non esistono più la sofferenza ed una realtà legittima e solida con la quale confrontarsi, è impossibile diventare adulti. Sono le difficoltà e i pericoli intrinsechi presenti nell'ambiente naturale a far crescere ed evolvere l'uomo; nel momento in cui l'abuso di tecno-scienza lo rende apatico e una finanza fantasma – illusoriamente – benestante, egli non ha più motivo di andare avanti, di crescere, di progredire come persona. In fondo, metanarrazioni che legittimino uno sviluppo spirituale e personale dell'individuo in un contesto del genere sono diventate o della fuffa new age per pochi disadattati, o delle parole al vento sussurrate da pochi pseudo-superuomini isolati, frustrati e succubi del loro nichilismo attivo –magari alimentato da qualche ideale romantico preconfezionato – del tutto privo di attrattiva per i più.

Bambini-vecchio, bulli e mele marce


«Divertirsi e' in gran parte soddisfazione di consumare e di "metter dentro": merci, vedute, cibi, bevande, sigarette, gente, conferenze, libri, film, tutto è consumato, ingoiato. Il mondo è un solo grande oggetto offerto al nostro appetito, una grossa mela, una grande bottiglia, una grande mammella; noi siamo quelli che succhiano, quelli che aspettano eternamente, quelli che sperano e sono eternamente delusi. Come potremmo evitare di essere delusi se la nostra nascita si è fermata al seno materno, se non siamo mai svezzati, se restiamo psichicamente bambini, se non abbiamo mai superato l'orientamento ricettivo?
Cosi' gli uomini s'annoiano, si sentono inferiori, insufficienti, colpevoli. Sentono di vivere senza vivere, e che la vita sfugge come sabbia attraverso le loro dita. Come faranno fronte al loro disagio, che sorge dalla passività del continuo ingerire?» [Erich Fromm, “Psicanalisi della società contemporanea”, pag 164]

Nella mia recensione di “Akira”, citando l'artista Takashi Murakami, avevo già illustrato il significato della simbologia dei bambini-vecchio utilizzata nel film. Il bambino-vecchio è di fatto l'uomo postmoderno, “congelato” nella sua eterna infanzia/adolescenza da tutti i vizi e le comodità che gli hanno fornito il consumismo, il capitalismo e l'americanismo. Gli orrendi infanti di “Akira” sono proprio quelli di cui parla con grande lucidità Fromm, quelli di tutti i giorni, che infestano supermercati, strade, posti di lavoro, istituzioni, banche, uffici altolocati, parlamenti, posizioni di potere. Il bambino-vecchio vuole soltanto soddisfare piaceri effimeri e consumare ripetutamente, meccanicamente, senza mai diventare adulto - sebbene l'asincronia presente tra un corpo che invecchia e la mente di un infante sia raccapricciante e mostruosa al tempo stesso. Rimanere completamente bambini nello spirito – in modo negativo s'intende, dacché la percezione del mondo tipica dei bambini rende un vero adulto o mistico o poeta a seconda delle circostanze – in fondo è comodo: venir allattati perennemente, senza alcuna perturbazione esterna, senza dolore e senza sofferenza - entrambe cose decisamente fuori moda e non quotate nel mercato azionario -, non fa crescere; ma va bene così, in fondo nel contesto del capitalismo contemporaneo non esiste più l'interiorità e non esistono più percorsi legittimati che vanno da un punto A a un punto B seguendo un determinato fine che non sia il profitto e il consumo ad esso correlato. Perché crescere significa anche pensare, porsi delle domande, filosofeggiare e abbandonarsi al vuoto terrificante del dubbio, nonché alla consapevolezza dolorosissima del divenire perpetuo delle cose, una legge di natura che la sedazione postmoderna non potrà mai sconfiggere. La perenne fase di allattamento nella quale vivono i bambini-vecchio, con la sua agrodolce comodità, può esistere soltanto in virtù del benessere, del benessere costruito sul malessere altrui, come ogni cosa al mondo. Ciò detto, anche i violenti bulletti di “Clockwork Orange” (uscito nel settantuno, guardacaso tre anni dopo il famigerato sessantotto) all'inizio del film bevono del latte, proprio come se fossero rimasti bambini. Sono simulacri vuoti, che ricercano piacere e violenza come animaletti insensati e coccolati dal sistema, che sfrutta la loro povertà di spirito come meglio gli aggrada. Non sono molto diversi dai bulli dell'oggidì (il bullismo è un fenomeno tipico della postmodernità ed è sempre più in crescita), che mettono in pratica il conformismo delle televisioni e i penosi miti di un modo di vivere malato facendo branco e ghettizzando i diversi, che diventano oggetti – oggetti, non persone: l'umanità non è più consentita, neanche ai giovanissimi – sia di violenza fisica che psicologica, perché anche se ognuno è estremamente libero e non può venir toccato dalle autorità, pena l'immoralità e la violazione della sacrosanta ideologia sessantottina tanto amata dall'establishment, deve comunque adeguarsi alla povertà spirituale e alla frivolezza di tutti gli altri, altrimenti è uno/a “sfigato/a”, una persona da fare a pezzi, che non merita di esistere perché chissà quale modello mediatico ha decretato la sua condanna ai più capziosi tormenti fisici e psicologici (i quali ovviamente si ripercuoteranno sulla sua crescita e sulla sua integrità personale, fomentando un marcato senso d'inadeguatezza, lo stesso che si prova quando non si riesce a stare al gioco della performance spinta e del successo in solitudine). Citando Galimberti, «Le frontiere della persona e quelle tra le persone sono saltate, determinando un tale stato d’allarme da non sapere più chi è chi. Questa è la ragione per cui i giovani non si sentono mai sufficientemente se stessi, mai sufficientemente colmi di identità, mai sufficientemente attivi se non quando superano se stessi, senza essere mai se stessi, ma solo una risposta ai modelli o alle performance che la televisione e internet a piene mani distribuiscono, con conseguente inaridimento della vita interiore, desertificazione della vita emozionale, insubordinazione alle norme sociali. [...]
Di fronte a questi ragazzi, che inconsciamente avvertono l’incertezza del futuro che li induce ad attardarsi in una sorta di adolescenza infinita, resta solo da dire a genitori e professori: non interrompete mai la comunicazione, buona o cattiva che sia, qualunque cosa i vostri figli o i vostri studenti facciano.»

Invece, sul versante femminile, si afferma la figura della “mela marcia”, ovvero della cinica disillusa la quale, svuotata interiormente e dissociata da ciò che la circonda, si dà all'abulia e all'apatia, maturando un vittimismo narcisistico che va di pari passo con una feroce rabbia che grida “amatemi!”, “accettatemi!”, “apprezzatemi, altrimenti vi distruggo!”. Proprio come se fossero delle sorelle incattivite di Hotaru Tomoe - che veniva maltrattata dai compagni di classe e che si rinchiudeva nella sua cameretta gremita di oggetti il cui scopo era sostituire l'affetto non ricevuto dalle altre persone -, una volta giunto il momento, le “mele marce” invocano una sorta di apocalisse personale in cui l'ego, spinto in avanti al di là di ogni limite, si abbatte come una falce su ogni cosa, decretando la distruzione inconscia di un sistema che priva di affettività e (vera) femminilità, ripagandolo con la sua stessa moneta. Nel testo del brano a seguire, in fondo, vi è un po' tutta la condizione postmoderna, non soltanto femminile. Dalla dissociazione («il mio animo si sta allontanando da me») all'alienazione («Sto sognando? O forse sono nel buio?»/«il mio animo tra le nuvole se ne starà»), passando per cinismo e disinteresse («Non mi importa niente di quel che mi sta intorno»/«E di tutti gli altri o che, neanche saperne vorrei»), sino ad arrivare all'apocalisse intima di cui sopra, ovvero nell'incapacità di vedere le varie sfumature tra bianco e nero, ma soltanto i due colori – entrambi effigi dell'annullamento totale – in maniera ben distinta.

«Pure dentro al tempo che se scorre via
L'abulia sai – guarda – gira gira gira in tondo.
Anche il mio animo si sta allontanando da me,
Non lo vedo più ma che me ne importa?»

«Anche se di mio movimenti non ne faccio,
Nel solco del tempo continuo ad esser trascinata.
Non mi importa niente di quel che mi sta intorno,
Io sono io, e questo è tutto.»

«Sto sognando? O forse sono nel buio?
Anche di parole mie, pronunciarne è inutile?
Ad affliggermi o che, solo mi affaticherei,
Basterà lasciarmi andare alla completa apatia.»

«Se anche mi rivolgono sconcertanti parole,
il mio animo tra le nuvole se ne starà.
Se mai di intenzione mia mi dovessi muovere,
se cambiassi tutto quanto, nero lo renderei.»

«Per una me che è così un futuro ci sarà?
In un mondo che è così io esisto oppure no?
Ora addolorata son? Ora rattristata son?
Anche in merito a me stessa, io ancora non ne so.»

«Anche giusto a camminar, solo mi affaticherei,
E di tutti gli altri o che, neanche saperne vorrei.
Se anche io che son così, chissà potessi cambiar,
Se mai potessi cambiare, bianca mi renderei.» [Versione italiana del brano “Bad Apple!” di Touhou]

Amore postmoderno


«L'amore non è quella cosa tiepida di cui le persone parlano. E' un brutale, severo, terrorizzante e crudele mostro. Così è il capitalismo.» [Kyoko Okazaki, dalla postfazione del suo manga “Pink”]

«In una cultura consumistica come la nostra, che predilige prodotti pronti per l’uso, soluzioni rapide, soddisfazione immediata, risultati senza troppa fatica, ricette infallibili, assicurazione contro tutti i rischi e garanzie del tipo “soddisfatto o rimborsato”, quella di imparare ad amare è la promessa (falsa, ingannevole, ma che si spera ardentemente essere vera) di rendere l’esperienza dell’amore simile ad altre merci, che attira e seduce sbandierando tutte queste qualità e promettendo soddisfazioni immediate e risultati senza sforzi.» [Zygmunt Bauman, “Amore Liquido”, pag 11]

Nella postmodernità, il vero amore è una cosa decisamente inefficiente e poco produttiva, nonché del tutto incompatibile con le logiche del breve periodo e con l'oggettificazione delle persone, che diventano partner usa e getta, dei “prodotti” da consumare sessualmente e via, senza che ci sia alcun bisogno di fornire loro attenzioni, garanzie di un futuro insieme, affetto, stimoli utili alla crescita spirituale e alla comprensione reciproca. Sebbene nei giornaletti, nei forum e nei romanzi per ragazzine si parli di amori interminabili e definitivi, nei fatti i giovani sono terrorizzati dalla solidificazione dei legami affettivi, che anzi di essere visti come un qualcosa di sicuro e confortevole, danno l'impressione di essere delle gabbie nelle quali, una volta rinchiusi, non è più possibile assaporare quell'infantile desiderio di libertà assoluta che mette l'individualismo, la soddisfazione immediata del piacere e l'egoismo al primo posto in un rapporto di coppia che lo è soltanto sulla carta, mentre nei fatti si tratta di un coacervo di cinismo, ipocrisia, utilitarismo e discomunicazione. L'importante è il disimpegno, l'emancipazione da una presunta schiavitù che potrebbe condurre a quel mostro chiamato “matrimonio” e a quell'aberrazione denominata “famiglia”, istituzione la quale, almeno in teoria, dovrebbe essere il nucleo sul quale si regge l'intera società – una cosa che, come si diceva in precedenza, ormai è ben difficile da definire.
La mancanza di punti di riferimento fissi e la generale frivolezza del vivere, che affonda le sue radici in un'ontologica incertezza che si autoalimenta perennemente non esistendo alcun contesto sul quale sedimentare un insieme solido di valori, di fatto impediscono all'uomo postmoderno tout court di costruire con il proprio partner un legame sentimentale sostanziale, profondo e stabile. Insomma, la moda e il mercato impongono sempre l'obsolescenza programmata, anche quando si parla di legami affettivi.

«Il mercato ha fiutato nel nostro bisogno disperato di amore l'opportunità di enormi profitti. E ci alletta con la promessa di poter avere tutto senza fatica: soddisfazione senza lavoro, guadagno senza sacrificio, risultati senza sforzo, conoscenza senza un processo di apprendimento. L'amore richiede tempo ed energia. Ma oggi ascoltare chi amiamo, dedicare il nostro tempo ad aiutare l'altro nei momenti difficili, andare incontro ai suoi bisogni e desideri più che ai nostri, è diventato superfluo: comprare regali in un negozio è più che sufficiente a ricompensare la nostra mancanza di compassione, amicizia e attenzione. Ma possiamo comprare tutto, non l'amore. Non troveremo l'amore in un negozio. L'amore è una fabbrica che lavora senza sosta, ventiquattro ore al giorno e sette giorni alla settimana.» [Zygmunt Bauman, da un'intervista apparsa sul quotidiano “La Repubblica”]

D'altro canto, la solitudine imposta dal modello americano, con tutti i suoi miti di invincibilità del self-made man, non può essere compatibile con l'amore, l'unione col proprio partner e tutti gli sforzi volti ad alimentare tale legame, una cosa molto importante per la stessa definizione di umanità, dacché fa sì che l'Io, anzi di perdersi all'interno di un gioco di specchi dominato dall'edonismo e dal narcisismo, possa perdersi nell'altro per poi ritrovare sé stesso, arricchendosi e limitandosi al tempo stesso, in quel gioco di reciproche armonie sulle quali la natura ha basato il suo linguaggio. E' l'unione che rende “invincibili”: l'unione vera, quella consapevole. Di certo, il non-pensare, il non-provare emozioni e la presunta superiorità del singolo solo, veloce, produttivo ed efficiente, non sono nient'altro che ulteriori sintomi di una generica malattia dissociativa strettamente ancorata ad un contesto ben preciso. La situazione è talmente drammatica che Bauman addirittura non parla più di “desiderio”, ma di “voglie”, dacché il mero desiderare è ormai diventato troppo impegnativo. Ciò detto, venendo privato di amore e comprensione, l'uomo postmoderno deve sedarsi per non provare disagio, per mettere a tacere quel vuoto interiore lasciato dalla privazione della propria umanità. Può trattarsi di una sedazione innocua per gli altri, tipo droghe, psicofarmaci, dipendenza ossessivo-compulsiva da internet e così via; oppure una distorsione della sfera affettiva che sfocia nell'annullamento del partner e nella violenza nei suoi confronti: giacché la relazione “amorosa” - per chi ha ancora il coraggio di viverne una - è uno dei pochi punti di riferimento fissi rimasti in un mondo di incertezze e confusione, nel momento in cui si viene lasciati o sorgono delle incomprensioni, anzi di comunicare si fa del male alla persona che in teoria si dovrebbe amare, come se si provasse gusto a fare del male a sé stessi (perché distruggere chi si ama equivale a distruggere sé stessi), seguendo quell'impulso autodistruttivo che grida alla coscienza di svegliarsi da un incubo fatto di puro, violento disagio esistenziale. Non è raro oggigiorno leggere di efferati omicidi passionali talvolta apparentemente insensati: questo è uno dei tanti prezzi da pagare per una vuotezza spirituale che ha altresì colpito una delle fondamenta più preziose della natura umana: la capacità di amare e comprendere il proprio/a compagno/a. Ciò detto, sempre in preda a questo stato di svuotamento e fluttuazione dell'ego (esasperato e rinchiuso nella propria gabbia gremita di specchi), gli aspiranti self-made man, hikikomori, otaku e via dicendo mostrano di non credere più all'affidabilità dell'altro, al suo calore umano, alla sua capacità di donare amore e conforto. Ci si sente forti, superiori, inattaccabili, intelligenti, razionali. Ed ecco che il rapporto di coppia diventa una cosa inutile, poco interessante, da razionalizzare e schematizzare con mille teorie – il più delle volte contorte, decontestualizzate e sbagliate. E se tutte queste razionalizzazioni e teorizzazioni non fossero nient'altro che un modo per sopprimere l'estrema paura che si prova al solo pensiero di perdersi nell'altro, di mettere per un attimo da parte il proprio narcisismo? Di certo, in una situazione del genere, il vuoto di cui sopra si manifesterebbe in tutta la sua potenza, spezzando i precari miti della solitudine - nonché della relazione ipocrita, leggera e utilitaristica -, per poi lasciar spazio al terribile abisso della follia.

Sessualità postmoderna


«Dianne aveva ragione: il mondo sta cambiando, la musica sta cambiando, le droghe stanno cambiando, perfino gli uomini e le donne stanno cambiando. Tra mille anni non ci saranno più maschi e femmine, solo segaioli. Per me va benissimo.» [Mark Renton, dal film “Trainspotting”]

«Secondo Taku Hachiro, grande otaku ed esperto del settore, sostanzialmente a loro il sesso non interessa. La mette così: - Vedo tantissimi video, leggo fumetti e so bene come funziona, ma forse mi fa un po' paura. Mi piace guardare e masturbarmi. Ma il contatto fisico con un'altra persona mi terrorizza. Alla fine far da soli è davvero la cosa migliore. Molto più... efficiente.
Anche Snix è d'accordo: - Sto meglio con dati e oggetti materiali che con la gente. Se fosse possibile fare sesso con le macchine, lo troverei più stimolante.» [Karl Taro Greenfield, “Babaru”, pag 329]

«La sessualità è il luogo dello stupore. Ci lasciamo sorprendere dall'altro e dal nostro desiderio senza sapere esattamente come potrà svilupparsi l'incontro , e questo grazie alla “presenza irriducibile” dell'altro che ci rivela ciò che ci manca.
La pornografia, dal canto suo, è invece il luogo degli stereotipi: ogni scena risponde ad un'esigenza, ogni gesto viene pensato in base alla legge dell'utilità. Ciascuno utilizza gli altri ed è a sua volta utilizzato. Di conseguenza, l'uomo e la donna diventano semplici “marionette”, le cui pose ripetono standard codificati.» [Michela Marzano, “La fine del desiderio”, pag 23]

Sessualità, prima di tutto, significa comunione con l'altro. Scambio di calore, emozioni, tensione, abbandono del sé e allo stesso tempo pienezza, gioia, armonia, completezza. E' necessaria una comunicazione continua tra i due partner in gioco, il mantenimento del desiderio, la contemplazione del mistero della corporeità, la comprensione e l'accettazione del proprio compagno/a, un gioco d'interiorità diverse ma complementari che trovano nello spirito e poi nel corpo il modo di manifestare la propria unione, la cui unicità è relegata nell'intimità e nella complicità di due singole individualità, che invero sono allo stesso tempo sia uno che molteplice, sia perfette che imperfette. Ma nel momento in cui la solitudine, l'isolamento e il narcisismo irrompono in quella dinamica della natura umana così nobile e sacrale – in fondo, dà la vita -, tutto ciò viene meno. Il contatto con l'altro fa paura, perché potrebbe ferire, nonché danneggiare il proprio animo di bambino-vecchio/mela marcia che ha prolungato l'infantilismo nell'età adulta congelandosi in una situazione di non-vita – e pertanto non-sessualità - in cui la masturbazione è diventata una forma meccanica di godimento immediato, adibita a soddisfare in modo efficiente e poco dispendioso delle vogliuzze dettate da quel che resta di alcune impellenze naturali non ancora soppresse dalla condizione postmoderna. In questo caso non si può neanche parlare di desiderio sessuale: essendo quest'ultimo un impulso di unione e condivisione, non c'entra nulla con l'autoreferenzialità assoluta dell'atto solitario, magari coadiuvato dall'utilizzo di materiale pornografico e/o bambole sessuali (inventate da nientepopodimenoche Hitler per i suoi soldati), ovvero simulacri di corpi svuotati del loro mistero e della loro individualità. Allo stesso modo dei molteplici rapporti sessuali occasionali dell'oggidì, tenuti dai più con persone usa e getta, la pornografia snatura l'atto in sé e l'erotismo, degradandoli a meri beni di consumo con tutti i loro luoghi comuni preconfezionati, automatismi e schematismi fini a loro stessi. La pornografia - diventata un prodotto industriale all'inizio degli anni settanta, ovviamente in America, e poi esportata in Europa - pertanto non è sesso e non è desiderio, ma la negazione subdola di entrambi. Ciò detto, il sesso occasionale, volendo in uno stato mentale sedato da droghe e/o alcool – cosa molto comune nelle discoteche frequentate dai più giovani -, non è poi così diverso dalla masturbazione: è un incontro tra solitudini diverse che rimangono confinate all'interno delle loro barriere dell'animo, che rifuggono dalla loro vuotezza interiore mediante soddisfazioni effimere e poco durature. Ebbene sì, anche questa è animalizzazione, e questa volta la de-legittimazione della tecno scienza colpisce il corpo e l'atto sessuale in sé, che vengono entrambi scomposti in mille pezzi e analizzati, decontestualizzati, classificati, etichettati, omologati, inquadrati dentro schemi razionali fini a loro stessi e poi dati in pasto all'industria e al mercato.

«In circostanze patologiche, come la patologia narcisistica grave, lo smantellamento del mondo interno di relazioni oggettuali può portare all’incapacità di desiderio erotico, accompagnata da una diffusa, non selettiva e perpetuamente insoddisfatta manifestazione casuale di eccitazione sessuale, o perfino dalla mancanza di una capacità di eccitazione sessuale.» [Otto Kernberg]

La sovrabbondanza di un sesso-simulacro innaturale e caricaturale che viene sbandierato e iterato in ogni dove, dai cartelloni pubblicitari alla televisione ai siti porno, nonché la sua frammentazione e privazione di sostanza e spirito, spingono alcuni individui, già affetti dal tipico narcisismo postmoderno tipico degli otaku, a rifiutare in toto la sessualità, scambiando quella cosa propinata incessantemente dai media come la vera sessualità, come quella sessualità sana che potrebbero avere, un giorno, con un partner comprensivo e adeguato alle loro necessità. La standardizzazione e il conformismo, congiunti al solito individualismo tanto sgradevole quanto autoreferenziale, anche in questo caso lasciano terra bruciata nell'animo dei più. Non stupisce pertanto che si manifestino casi eclatanti di individui che rinunciano a tutto ciò che riguarda il sesso, che si chiudono nella loro erotofobia infantile spaventati dalla sovrabbondanza d'informazioni e simulacri, nonché dal cinismo che viene loro inculcato sin dalla più tenera età da un ambiente il quale, molto freddamente e poco umanamente, basa tutto sul solito efficientismo. Il rifiuto del sesso diventa, in un certo senso, un qualcosa di rivoluzionario: in un sistema caratterizzato dalla sovrabbondanza di sesso – ovviamente simulacrizzato e privato della sua sfera intima e personale -, chi ci rinuncia completamente e lo disprezza è un nuovo tipo di sovversivo, proprio come quelli che, in un'epoca dominata dalla tecno-scienza, esordiscono con posizioni new-age prive di fondamenti logici per ripicca nei confronti di un sistema esclusivamente “razionale" (almeno nella facciata). 
Considerando la frase di Kernberg da me citata in precedenza e collegandomi a quanto detto nel precedente paragrafo, il rifiuto del sesso diventa anche il rifiuto dell'altro, e pertanto il rifiuto dell'amore. Ed ecco che nel nostro tempo prende piede una sempre più marcata anoressia sentimentale, dacché il sesso è diventato una cosa tanto ordinaria quanto standardizzata e disgustosa, proprio come le altre persone, ma quelle poche che si conoscono, perché nella postmodernità si è essenzialmente soli, ed ergo è meglio non interessarsi troppo agli altri, tanto una relazione comporterebbe soltanto noia, disprezzo, freddezza, ripugnanza. In una sola parola: inefficienza. Molto meglio produrre. Da soli.

La figura dell'intellettuale nella postmodernità


«La letteratura è morta, è nata l'industria.» [Alberto Moravia, dal romanzo “L'Attenzione”]

Il degrado dei metodi d'insegnamento (che diventano informatizzati, nozionistici e omologati), nel nostro contesto impediscono fin da subito la formazione di veri e propri intellettuali. Nel postmoderno, l'intellettuale è pure lui un animale accumula-dati, un bagaglio vivente di nozioni che spiritualmente è rimasto fermo all'età infantile. Un self-made man vagamente “otaku” che utilizza la sua conoscenza come strumento di profitto, magari andando a parlare nei vari talk show televisivi e monetizzando del sapere umanistico che, ormai decontestualizzato e delegittimato dalla tecno-scienza, viene automaticamente privato della valenza spirituale e simbolica che gli avevano attribuito i veri intellettuali del passato, quelli che ovviamente lo avevano concepito. L'intellettuale postmoderno è subordinato all'industria e ai vari gruppi di potere che lo finanziano, cambia idea e bandiera in base a come gli conviene, dà spettacolo, la sua “intelligenza” è un bene di consumo che ha lo stesso valore delle caramelle dei supermercati e, mal che vada, potrà essere mostrata in qualche monologo su YouTube, con tanto di discepoli che accorreranno ad inginocchiarsi ai suoi piedi (il settarismo virtuale è una cosa tipica della postmodernità e può anche diventare politico, il che è abbastanza inquietante).
La stagnazione della conoscenza e dell'arte letteraria, congiunte al deperimento del mondo accademico, fanno sì che spesso l'intellettuale postmoderno pubblichi degli articoli/libri costituiti da nozioni copincollate da lavori di altri intellettuali postmoderni che hanno a loro volta copincollato e così via; ovviamente questi articoli soffocheranno i pochi lavori veramente meritevoli scritti da quei pochi veri intellettuali-pecore nere che si sono formati senza mai cedere alle lusinghe, ai giochi di potere e alla lobotomizzazione tipici del sistema.
Nella postmodernità, dato che non c'è spirito, l'intellettuale non rappresenta più una guida spirituale. L'unico tipo di intellettuale che ha conservato la sua legittimità senza diventare una caricatura sterile e insensata, manco a dirlo, è lo scienziato, quello che nel contesto dominato dalla tecno-scienza ha preso il posto di quelli che erano i preti nel medioevo – dominato dalla religione cristiana. Lo scienziato, con le sue formule incomprensibili, la sua capacità di farsi da sé, la sua intelligenza analitica e la sua profonda conoscenza della tecnica, è la figura di spicco della postmodernità, e ha preso il posto dei filosofi, dei teologi ecc., facendosi portatore del “verbo” del grande potere tecnocratico. Detto questo, in alcuni casi, ignorando la lezione di Galileo Galilei, gli scienziati sviluppano teorie pseudo-scientifiche che hanno poca attinenza con l'esperimento e diventano adepti di esse, come se si trattassero di dei credi religiosi: il settarismo pertanto colpisce anche la scienza, e molteplici fazioni comandate da “guru” della tecno-scienza si fanno la guerra tra loro, ignorando che la scienza, nella sua essenza più intima, non è né uno strumento di potere né di controllo (guardacaso entrambe prerogative delle grandi religioni), ma un modesto tentativo di poche grandi menti sensibili di comprendere l'universo e i suoi affascinanti misteri; misteri i quali, con assoluta certezza, trascendono le capacità della mente umana, che di per sé è limitata e funzionale all'ambiente naturale - “La scimmia nuda” di Morris parla chiaro. Di certo, non siamo delle divinità in terra capaci di sopportare il peso della solitudine, del cinismo e del nonsenso per un misero aumento della busta paga e per un po' di (illusorio) successo, ma degli animaletti goffi e fragili ancora oggi caratterizzati da precisi pattern comportamentali tipici dei primati (in primis, spirito di gruppo, coesione sociale e legame affettivo/sentimentale col partner).

L'arte nella postmodernità


Nel momento in cui non c'è più alcuna metanarrazione da legittimare e tutti gli stili artistici sono già stati canonizzati e sviscerati nel passato, è normale che prenda piede la parodia strutturata come archivio di citazioni/dati. L'arte nella postmodernità ricalca perfettamente la sovrabbondanza d'informazioni e la subordinazione all'industrialismo tipiche di un intero modo di vivere, e, nei casi più impegnati, diventa una de-strutturazione/de-costruzione di antichi cliché nella quale viene lanciato un messaggio di disagio, solitudine e alienazione, spesso correlato con la tecnologia (qualcuno ha detto “Evangelion”?). La musica, la pittura ecc. nella società postmoderna e industriale, quando non sono squisitamente parodistiche e frivole, diventano agghiaccianti ritratti del disagio interiore provato da persone divenute coscienti del fatto di esser state private della loro umanità. Non importa più la forma in sé, come poteva essere nel rinascimento o nel barocco: l'arte si “abbrutisce” appositamente per descrivere un qualcosa di altrettanto “brutto”; la delimitazione e la cura nelle rappresentazioni o nelle esecuzioni, nel momento in cui l'armonia stilistica delle forme viene colpita e affondata dalla de-legittimazione tipica della postmodernità, non ha più senso di esistere, ma anzi, non verrebbe comunque compresa da fruitori anch'essi fluttuanti e senza forma, proprio come l'arte usa e getta che richiedono per soddisfare i loro fugaci impulsi modaioli.

Depressione, evasione, OCD e suicidio anomico


«Oggi ci incontriamo con persone che agiscono e sentono come automi: che non hanno mai avuto un'esperienza veramente propria, che conoscono sé stessi non come sono nella realtà, ma come gli altri si attendono che siano, il cui sorriso convenzionale ha sostituito la risata genuina, le cui chiacchere insignificanti hanno sostituito il colloquio comunicativo, la cui opaca disperazione ha preso il posto di un'autentica sofferenza. […]
Supponiamo che nella cultura occidentale il cinema, la radio, la televisione, gli avvenimenti sportivi e i giornali siano sospesi per quattro sole settimane. Chiuse queste diverse vie di evasione, quali sarebbero le conseguenze per gente ridotta solo alle proprie risorse? Indubbiamente, seppur in così breve tempo, si registrerebbero esaurimenti nervosi a migliaia, e ancor più sarebbero le persone che cadrebbero in uno stato di ansia acuta non molto diverso dal quadro clinico di una nevrosi. Se fosse tolto il narcotico contro la deficienza sanzionata, le malattie si manifesterebbero apertamente.» [Erich Fromm, “Psicanalisi della società contemporanea”, pag 25]

L'aumento dei casi di suicidio, consumo di psicofarmaci e droghe, nonché di reclusione volontaria dei giovani all'interno delle proprie mura, sono tutti campanelli d'allarme che dovrebbero far molto riflettere sullo stile di vita dei paesi industrializzati e benestanti, che nascondono la loro psicosi collettiva mediante l'evasione compulsiva dalla realtà. In particolare, il tipo di suicidio preferito dai postmoderni, stando alla classificazione di Durkeim, è quello anomico: «"Anomia" significa "mancanza di valori", di "punti di riferimento ideali". E' il gesto di chi non riesce a sopportare improvvise perturbazioni economiche che abbassano il livello del proprio stile di vita; ma anche il gesto di chi non riesce più a ritrovare se stesso all'interno di una società che, nel proprio benessere, evolve troppo in fretta. La corsa continua al successo stressa psicologicamente, rende insicuri e non permette di affrontare con serenità i momenti di crisi.» [Corsivo tratto dal post sul suicidio anomico apparso sul sito homolaicus.com]
Il senso d'inadeguatezza imposto dal modello americano, congiunto allo svuotamento interiore di cui parla Fromm, crea negli individui un deserto intimo a dir poco devastante, nel quale, ad un infantile senso di grandezza e onnipotenza, si alternano barlumi di lucidità fredda e spietata, in cui la depressione e il mal di vivere si manifestano in tutta la loro carica distruttiva, almeno fino a quando non vengono sedati con gli opportuni artifici. Nella nostra beneamata società occidentale globalizzata, un altro fenomeno in aumento sono i casi di disturbo ossessivo-compulsivo della personalità: nel momento in cui tutto diventa troppo veloce e troppo poco umano, senza che l'interiorità, l'autoanalisi, la coscienza e la consapevolezza abbiano il tempo di sedimentare, prendono piede le ossessioni, le fobie, le paranoie, i pensieri sconnessi e le esagerazioni poco legate alla realtà – ma in fondo, nella postmodernità, come ho già sottolineato in precedenza, non ci sono punti fissi “reali” sui quali appoggiarsi. Ed ecco che il rituale ossessivo diventa quasi una reazione meccanica alla “liquidità” di cui parla Bauman, un impulso irrazionale che grida disperato a chi ne è affetto di cercarsi un qualche appiglio “solido” dotato di un minimo di calore umano. Quando un'intera società è affetta da OCD, è ovvio che i suoi componenti mostrino in modo sempre più crescente tale patologia. Il modo di vivere della velocità, della precarietà, del cinismo, dell'incertezza e delle routine stressanti in cui tutte le giornate sono uguali tra loro avrebbe anch'esso bisogno di un buon psichiatra. Come si può veramente guarire quando è il sistema stesso ad essere malato? Ai posteri l'ardua sentenza.

Conclusioni


«Io considero la coscienza come fondamentale, e la materia un derivato della coscienza. Non possiamo andare oltre la coscienza. Tutto ciò di cui discorriamo, tutto ciò che noi consideriamo come esistente, richiede una coscienza.» [Max Planck]

E ora, giunti nella parte finale dello scritto, è lecito chiedersi cosa fare, come reagire, come comportarsi in un mondo (irreversibilmente?) postmoderno. Cercare di trascenderlo di certo è impossibile - d'altronde, se usate con consapevolezza, internet e le altre comodità tecnologiche del nostro tempo si rivelano addirittura utili come fonti di arricchimento personale (nel nostro contesto ovviamente). L'importante è la moderazione, l'intelligenza: il sapere ciò che si sta facendo, senza automatismi e conformismi di sorta. Il sapere di che morte si sta lentamente morendo e il cercare, nel nostro piccolo, di soffrire di meno. Ciò detto, a parer mio il punto chiave della questione è la riscoperta della coscienza, della natura umana, di un determinato insieme di valori che permettano di convivere col postmoderno senza farsi lobotomizzare da esso, senza ammalarsi della malattia del non-essere, del non-provare, del non-sentire. Pensando e diventando consapevoli della propria natura, studiando, facendo ricerche e così via, emergono numerosi tratti distintivi tipici dell'uomo: la sua natura di animale affettivo e sociale; la sua possibilità di definirsi e di ricomporsi superando le sue divisioni interne mediante l'analisi interiore, la meditazione tranquilla, la contemplazione delle cose del mondo, l'unificazione degli opposti tipica del principio d'individuazione del Sé, che rappresenta l'armonia alla quale ogni essere umano dovrebbe veramente ambire – diceva Socrate: «Conosci te stesso.» Proprio per la sua natura di essere “affettivo” e “filosofico”, l'uomo non potrà mai essere compatibile con lo svuotamento interiore postmoderno. Con la moda della frenesia e dell'apparenza. Con la sedazione e l'apatia. Con una stasi indefinita che si prolunga ad oltranza in un mare di nullità e assenza di legittimità. Dice Fromm:

«L'uomo non può vivere staticamente perché le sue intime contraddizioni lo spingono a cercare un equilibrio, un'armonia nuova al posto della perduta armonia animale con la natura. Dopo che ha soddisfatto i suoi bisogni animali, egli è spinto dai suoi bisogni umani. Mentre il suo corpo gli suggerisce che cosa mangiare e che cosa evitare, la sua coscienza dovrebbe dirgli quali bisogni siano da coltivare e soddisfare e quali altri da lasciar spegnere ed esaurirsi. […]
Tutte le passioni e tutti gli sforzi dell'uomo sono tentativi di trovare una risposta al problema della sua esistenza, ovvero tentativi di fuggire alla follia. (Ricordiamo, di passaggio, che il vero problema della vita mentale non sta nel perché certuni diventano pazzi, ma piuttosto nel perché la maggioranza sfugge alla pazzia). Sia l'uomo mentalmente sano che il nevrotico sono mossi dal bisogno di trovare una risposta; la sola differenza è che una risposta corrisponde più di un'altra all'insieme dei bisogni dell'uomo e che di conseguenza porta ad un maggior sviluppo dei suoi poteri e della sua felicità.» [Erich Fromm, “Psicanalisi della società contemporanea”, pag 36]

Ben venga quindi l'atarassia perseguita dagli epicurei, la cui saggezza, assieme a quella degli antichi taoisti, andrebbe riscoperta per un quieto vivere privo di fobie, nevrosi e inutili nervosismi ed agitazioni. Ma anche l'eudemonia, perché la felicità è veramente possibile in un mondo che di per sé offre infinite, meravigliose possibilità. Il problema è chi guarda, chi non conosce, chi non vede. Perché postmodernità significa meccanicità, cecità, incapacità di comprendere; ma anche rinnegamento del passato e dei suoi – talvolta validissimi, basta cercare in qualche biblioteca – insegnamenti. Affidarsi esclusivamente alla limitatezza del riduzionismo scientifico, che di fatto è un modo di pensare che taglia fuori lo spirito sicché esso non è né misurabile né approssimabile, e rifugiarsi in quel neo-positivismo confusionario tipico dell'oggidì, secondo il quale l'amore è una mera reazione chimica e tutto ciò che vediamo è soltanto della robaccia di poco valore inquadrabile in poche formule matematiche, è di fatto lo stesso approccio dei religiosi, dei loro pregiudizi e dei loro schematismi mentali. “Ridurre” le cose della natura - che invero sono un eterno mistero al di là dell'umana comprensione -, i sentimenti e i rapporti affettivi a meri dati da analizzare e catalogare equivale ad una sorta di castrazione volontaria: ben venga la scienza, di certo quando è sana è utile, affascinante, meravigliosa; ma purtroppo, anch'essa ha i suoi limiti e le sue grandi contraddizioni. Dice Planck: «La scienza non può svelare il mistero fondamentale della natura. E questo perché, in ultima analisi, noi stessi siamo parte dell'enigma che stiamo cercando di risolvere.» Pertanto, la de-legittimazione da essa operata forse non ha tutto il valore che le attribuisce il mondo occidentale. Di certo, l'universo poco si cura delle nostre razionalizzazioni e speculazioni logico-matematiche. Lui è vasto, insondabile, incomprensibile. Si fa carico di un senso di novità perenne a dir poco mozzafiato: la stessa sensazione che ognuno di noi dovrebbe provare tutti i giorni di fronte al mistero della vita. La vita, l'impeto primigenio, l'amore, l'unione degli opposti. Mentre si posta in modo ossessivo-compulsivo sui social network tutto ciò che si fa dalla mattina alla sera, esponendolo al pubblico assetato d'intimità altrui, ci si dimentica dell'amore, della propria essenza, della meraviglia e del dono immenso che è il vivere qui, ora, nonostante tutto. L'eternità che si fa limitatezza e la limitatezza che si fa eternità. Un gioco di eterno che muta perennemente come se cercasse di esplorare infinitamente le sue stesse possibilità. Rimanendo pur sempre uno e allo stesso tempo molti. In fondo così è l'amore, quello vero, non di certo quello della pubblicità dei biscotti, quella con la famiglia felice cliché tutta sorridente perché mangia proprio quel tipo di biscotti lì. L'amore è ciò che rende l'uomo un qualcosa di valore, non di certo i suoi possedimenti materiali, la sua reputazione o il suo potere.

«Una sola passione può soddisfare il bisogno dell'uomo di unire sé stesso al mondo, e di conseguire nello stesso tempo un senso di dignità e di individualità: l'amore. Amore è unione con qualcuno o qualche cosa, al di fuori di sé stessi, che consente di preservare la solitudine e l'integrità di sé stessi. E' un'esperienza di partecipazione, di comunione, che consente la piena esplicazione della attività interiore di ciascuno. L'esperienza dell'amore elimina la necessità di illusione. Non c'è bisogno di esaltare l'immagine dell'altra persona o di me stesso, poiché la realtà di attiva partecipazione e amore mi consente di trascendere la mia esperienza individualizzata e, nel medesimo tempo, di sentirmi il portatore di quei poteri attivi che costituiscono l'atto di amare. Quel che conta è la particolare qualità dell'amore, non l'oggetto. Amore è esperienza di solidarietà umana con il nostro prossimo, e ciò nell'amore erotico tra uomo e donna, nell'amore della madre per il suo bambino, anche nell'amore per sé stessi in quanto creature umane , nell'esperienza mistica di unione. Nell'atto amoroso io sono uno con tutti, e tuttavia sono me stesso, un essere umano unico, separato, limitato, morale. Infatti proprio nella polarità tra separazione e unione, l'amore nasce e rinasce.» [Erich Fromm, “Psicanalisi della società contemporanea”, pag 39]

A parer mio è proprio l'amore la cura di cui necessita l'uomo postmoderno per guarire dalla sua dissociazione. Il cinismo, per quanto sia molto cool e alla moda, non porterà mai da nessuna parte. L'autodistruzione ormai è dietro l'angolo, e la fine della Storia una situazione più che reale, dacché nel momento in cui non esistono più le metanarrazioni, anche le grandi imprese storiche e i grandi personaggi storici vengono meno a favore del nulla, di un continuo status quo che oscilla su di un baratro aspettando con pigrizia lo scossone definitivo che lo porterà all'annichilazione totale. L'etica della comodità, in seguito a qualche futura catastrofe, potrebbe anche finire per sempre, assieme alla razza umana tutta, che nella sua frenesia post WWII, tra le tante cose, è riuscita a costruire degli ordigni di morte in grado di permetterle un rapido suicidio collettivo (anomico?) a base di energia atomica. Non pensare fa male, e la superficialità si paga. Anche il postmoderno ha il suo prezzo, e un giorno, a mio avviso, un corposo tributo di sangue dovrà essere versato per ripagarne i pesanti debiti – e saranno lacrime amare per tutti. Il chiacchericcio, la disattenzione, l'evasione compulsiva, il sonno ad occhi aperti prolungato nel solito mare d'informazioni tendenti all'infinito non serviranno più a molto quando si capirà, in seguito ad un probabilissimo disastro, che esistono delle cose reali che non si possono trascurare. Tutta la “liquidità fluttuante” di cui parla questo dossier ha bisogno di molteplici punti d'appoggio materiali, e quando essi verranno completamente meno perché ci si è dimenticati della loro esistenza, tutto il sistema crollerà su sé stesso, giacché, proprio come diceva Toro Seduto, «Quando l'ultima fiamma sarà spenta, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce catturato, allora capirete che non si può mangiare denaro.»

In conclusione, la postmodernità, riprendendo la citazione dalla versione apocrifa dell'Odissea di Lion Feutchwanger da me inserita all'inizio dello scritto, è un po' come l'archetipo della maga Circe e dei soldati trasformati in maiali: Circe è la tecno-scienza, che fa animalizzare l'uomo trasformandolo metaforicamente in porco; Odisseo è la consapevolezza che torna a bussare alla porta di un essere che ormai è diventato la caricatura di sé stesso, un suino che non ha più voglia né di pensare, né di dubitare, né di amare. Ma purtroppo è risaputo: quando si sta comodi, rimettersi a fare delle cose che richiedono costanza e impegno è intollerabile. Ed ecco che Elpenoro si rivolta contro Odisseo, rigettando la sua natura in cambio di poche vogliuzze effimere. E Circe, che se ne sta in disparte, si gode lo spettacolo dell'involuzione dell'essere umano, da “scimmione nudo” a mero maiale insensato. “Do the Evolution”, dicono i Pearl Jam. E così sia.


Bibliografia/approfondimenti/materiale correlato


J. F. Lyotard, “La condizione postmoderna”

Zygmunt Bauman, “Modernità Liquida”

Zygmunt Bauman, “Amore Liquido”

Umberto Galimberti, “I miti del nostro tempo”

Erich Fromm, “Psicanalisi della società contemporanea”

Erich Fromm, “La crisi della psicanalisi”

Erich Fromm, "Essere o Avere?"

Azuma Hiroki, “Generazione otaku: uno studio della postmodernità”

Greenfield, Karl Taro, “Babaru: i figli della grande bolla”

Marc Augé, “Nonluoghi: introduzione ad un'antropologia della surmodernità”

Serge Latouche, "La scommessa della decrescita"

Alexandre Kojève, "Introduzione alla lettura di Hegel"

Michela Marzano, “La fine del desiderio: riflessioni sulla pornografia”

Ludwig Feuerbach, “L'essenza del cristianesimo”

Desmond Morris, “La scimmia nuda: Studio zoologico sull'animale uomo”

Erich Fromm, “Psicanalisi e buddhismo zen”

Douglas Hofstadter e Daniel Dennett, “L'Io della mente” (sulla coscienza, sul rapporto mente/materia e sulla limitatezza del riduzionismo scientifico).

Lion Feutchwanger, “Odisseo e i Maiali”

http://www.homolaicus.com/teoria/suicidio.htm

http://www.feltrinellieditore.it/news/2007/03/13/umberto-galimberti-bullismo--perche-si-e-giunti-allo-scontro-fisico-8175/

http://affettivitaamore.altervista.org/anoressia_sentimentale.html

http://www.repubblica.it/speciali/repubblica-delle-idee/edizione2012/2012/11/20/news/bauman_le_emozioni_passano_i_sentimenti_vanno_coltivati-47036367/

http://aforisticamente.com/2016/03/05/frasi-citazioni-aforismi-sulla-globalizzazione/

http://aforismi.meglio.it/aforismi-di.htm?n=Max+Planck

Dedica

Dedico questo dossier alla mia compagna Vera, con amore.

11 commenti:

  1. Bellissimo post, ottimamente scritto e argomentato. Complimenti per questo, e per gli altri contenuti in questo interessantissimo blog, che seguo sempre con molto piacere. Grazie! :-)

    RispondiElimina
  2. Leggere questo post è un po' come guardarsi allo specchio e vederci un mostro. Complimenti davvero: interessante, articolato e ben documentato.
    Molte cose le avevo sempre pensate a un livello inconscio, ma non sarei mai stata in grado di sviscerarle in un modo così coerente. Altri spunti, invece, sono del tutto nuovi per me, come quando dici che una delle caratteristiche principale dell'uomo post-moderno è l'incapacità di contestualizzare, in quanto l'io è diventato la misura di tutto. Non ci avevo mai pensato, ma è vero ed è terrificante. Se poi a questo aggiungiamo che il suddetto io si è impoverito e annullato nel conformismo, il quadro che ne viene fuori non è affatto rassicurante: non siamo più capaci di conoscere qualcosa di nuovo, perché accumuliamo solo cose in cui già ci rispecchiamo e, perlopiù, questo "specchio deforme" sta diventando sempre più vuoto e inutile.
    Altre cose non le ho ben comprese, come quando parli della "mela marcia" come modello di post-modernità femminile: io sono una donna e mi sono rivista in molte cose che hai scritto, ma non in quella storia della "mela marcia". Ecco qua, ho appena dimostrato di essere una di quelle persone auto-referenziali che non contestualizzano e comprendono tutto a partire da loro stesse. Forse è meglio se mi sto zitta e vado a fare un suicidio "anomico".
    Quando parli del terrorismo, in particolare dell'Aum Shinrikyo, dici che è una reazione alla postmodernità e anche qui non ho capito bene. Ho letto il tuo dossier sull'argomento e lì mi sembrava che dicessi che l'Aum Shinrikyo stesso ci sguazzasse nella postmodernità e anche nel consumismo otaku. Quindi, è una reazione o un prodotto diretto?
    Poi, sul fatto che lo scienziato sia l'intellettuale moderno, non sono molto d'accordo. A me sembra che viviamo in un'epoca di de-legittimazione della scienza, dove chiunque si sente in diritto di confutare affermazioni scientifiche sulla base di non si sa quali competenze o teorie.
    Poi che l'unico modo di uscirne sia l'amore, o comunque autentiche relazioni affettive, è vero, ma d'altro canto, è proprio la necessità di socializzazione che può spingere al conformismo e all'annullamento del pensiero. Insomma, non se ne esce, è un circolo vizioso. O forse, riescono ad uscirne solo in pochi, che optano per stili di vita alternativi, ma non c'è più niente da fare per la società nel suo complesso. Almeno, non per la società occidentale. L'umanità ha ancora qualche speranza.
    Ciao.

    RispondiElimina
  3. @Ivan

    Grazie mille per l'apprezzamento e per il supporto. :)

    @Unknown

    Bel commento il tuo, ti ringrazio per aver arricchito il post con le tue osservazioni.

    La “mela marcia”, proprio come il “bambino vecchio”, è un modello comportamentale che nasce in modo naturale nel contesto postmoderno. Non è detto che tutte le donne postmoderne siano per forza “mele marce”. In una certa misura, se non completamente – dipende di caso in caso - possono anche essere “bambine-vecchio”, oppure “bulle”. Oppure un uomo postmoderno potrebbe essere, magari in parte, “mela mercia”, chi lo sa. Il punto è che non esistono più delimitazioni di sorta all'ego, e pertanto lo stesso concetto – quanto mai frivolo e superficiale - d'identità si rivela un pastiche miserello che tira dentro molteplici cliché fini a loro stessi.

    “Quando parli del terrorismo, in particolare dell'Aum Shinrikyo, dici che è una reazione alla postmodernità e anche qui non ho capito bene. Ho letto il tuo dossier sull'argomento e lì mi sembrava che dicessi che l'Aum Shinrikyo stesso ci sguazzasse nella postmodernità e anche nel consumismo otaku. Quindi, è una reazione o un prodotto diretto?”

    Per capire questo punto servirebbe un nuovo dossier esclusivamente incentrato sull'otakuzoku (penso che cmq prima o poi lo scriverò). In parole povere, i fondatori dell'Aum facevano parte della prima generazione dell'otakuzoku (e pertanto sì, ci sguazzavano nella postmodernità: erano degli otaku). Questa generazione, tuttavia, a differenza delle altre, rifiutava l'animalizzazione postmoderna; ma dato che dalla postmodernità è pressoché impossibile fuggire – come anche tu fai notare -, essa si era “re-animalizzata”, consumando grandi narrazioni fittizie – una su tutte: Corazzata Spaziale Yamato. Insomma, andavano contro il sistema usando gli strumenti messi a disposizione dal sistema stesso – cartoni animati, armi, settarismo, consumismo. In fondo, nella postmodernità l'anticonformismo è una delle più solide forme di conformismo. Ci si illude di contrastare il sistema, ma invero il tutto è un serpente che si morde la coda.

    RispondiElimina
  4. [CONTINUA]

    “Poi, sul fatto che lo scienziato sia l'intellettuale moderno, non sono molto d'accordo. A me sembra che viviamo in un'epoca di de-legittimazione della scienza, dove chiunque si sente in diritto di confutare affermazioni scientifiche sulla base di non si sa quali competenze o teorie.”

    Questo è verissimo. Però la scienza, nel momento in cui diventa tecno-scienza, e pertanto fa fruttare quattrini a chi tiene le redini del sistema, ben si riguarda dal de-legittimarsi. L'intellettuale che conta non è più lo scienziato solitario e illuminato à la Einstein o alla Planck (entrambi esemplari pregevoli di uomini ben lontani dai topos degli scienziati dell'oggidì), che fa ricerca pura senza scadenze o vincoli temporali (limitazioni con le quali gli scienziati oggigiorno hanno quasi sempre a che fare), ma il tecnocrate tout court, ovvero quello che detiene il potere. Chi fa ricerca pura a lungo termine sostanzialmente non è efficiente, ed ergo viene screditato. Laurent Sègalat ci ha scritto un libro su queste cose: si chiama “La scienza è malata?” (il titolo è tutto dire).

    In merito al chiacchericcio dei più, quello è un altro fenomeno della postmodernità: si dice tutto e il contrario di tutto, e tutti hanno ragione. Ci sono addirittura persone che interpretano la Bibbia escludendo il peccato originale, e che ciononostante si creano un seguito ben consolidato di adepti. Anche questa è postmodernità.

    “Poi che l'unico modo di uscirne sia l'amore, o comunque autentiche relazioni affettive, è vero, ma d'altro canto, è proprio la necessità di socializzazione che può spingere al conformismo e all'annullamento del pensiero.”

    L'amore o le relazioni affettive consapevoli, che sono ben diverse da quelle meccaniche della postmodernità – anche se forse definirle “meccaniche” a parer mio è addirittura una sopravvalutazione. La “socializzazione” nella postmodernità cmq è un giocare a fare Narciso usando il prossimo come specchio, cercando di vedere in sé stessi quello che impone il conformismo, rimanendo tuttavia convinti di essere unici e irripetibili sulla faccia della terra. Non è vera socializzazione. Ma neanche per sbaglio. Bisognerebbe riconsiderare molti parametri alla luce del loro vero significato.

    RispondiElimina
  5. Video in un certo senso complementare a questo dossier:

    https://www.youtube.com/watch?v=m09R9Ee0ALg

    RispondiElimina
  6. Splendido intervento di Massimo Fini.

    https://www.youtube.com/watch?v=RuBvq6dj10I

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Bel discorso, food for brain, che però io non condivido. Alla fine parla del valore della vita, che secondo lui è il tempo, ma esso stesso è astratto e generato dalla percezione umana. Bergson sosteneva che il tempo fosse relativo in base agli stati emotivi di un individuo percossi, alla fine è tutto ciò che ci rimane, sensazioni. Il vero valore della vita è semplicemente qualsiasi cosa ti pare, niente di scritto e niente di predestinato ed è questo il bello, nessun simbolo universale ed è pure uno dei vantaggi che la post-modernità ha portato, nessuna certezza, solo quello che ti pare che da un lato può portare a confusione in un periodo di post-verità, ma dall'altro a essere più consapevoli di sé stessi con un pizzico di coraggio. L'uomo ha sempre cercato di aggrapparsi a qualcosa: religione, autorità, etichette sociali etc per trovare il senso alla propria vita, invece secondo me bisognerebbe farsi trasportare dalla corrente ed adattarsi a nuotare, l'adattamento è una delle migliori qualità umane, mentre il fiume scorre inesorabile, pretendere che il fiume o il tempo si fermi mi dispiace è un discorso puramente egoistico, il quale in un mondo con 8 miliardi di persone è inammissibile. È ironico che mentre a Fini è venuta la figura dell'uomo che s'incula da solo a me quella dell'Uroboro. Scusa per il discorso molto concettuale, ma è un mio problema ahahahahah.

      Elimina
  7. E' una questione di cosa intendiamo per natura umana. Se l'umanità di per sé è una cosa vuota, allora la caduta delle illusioni, in qualsiasi contesto e tempo storico, è un viaggio verso il baratro e l'autodistruzione. Se invece vogliamo credere in una natura umana positiva e capace veramente d'amare, ma tuttavia alienata dalla tecnica e dalla burocrazia, forse dopo la catastrofe mondiale che ci libererà dalla psicosi neoliberista riusciremo finalmente a vivere in una società sana. Troppo individualismo e troppa concentrazione nel proprio ego sono sempre un male a parer mio. L'Io non è Dio, e una realtà oggettiva lì fuori ci sta ripetendo in continuazione che c'è qualcosa che non va nel modo di vivere che abbiamo deciso (o che ci hanno imposto, volendo strizzare l'occhio ai complottisti).

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Un'umanità che vive solo di illusioni in un'era dove lo stesso concetto di verità è in crisi a parer mio è molto più nocivo
      Condivido il discorso sull'amore in parte, ma purtroppo pure l'amore non ha valore universale, ognuno vive l'amore a modo proprio, c'è chi si rovina per amore per dire, ma pure la frase successiva: "troppo individualismo fa male" e se uno nascesse sfigato non avrebbe piena libertà di trovare ragion di vivere dove vuole? Se ci fa più comodo possiamo chiamare questa ragione di vivere come amore verso qualcosa. Io non vedo l'io come un Dio, ma bensì come un oggetto con cui filtriamo la realtà circostante, in maniera quasi solipsistica si potrebbe dire che ognuno ha la propria realtà e ciò è inevitabile. Trovo davvero difficile imputare la causa di ogni male umano al sistema burocratico, non viviamo certo in una distopia à la "Brazil", secondo me il male va ricercato più internamente, faccio un esempio banale ma utile: se gran parte dell'individuo si forma nel periodo dell'infanzia e dell'adolescenza sarebbe assurdo pensare che esso si sia già relazionato col tecnicismo economico del sistema, quindi il male va riconosciuto maggiormente a come si vivono i rapporti imho.

      Elimina
  8. "se uno nascesse sfigato non avrebbe piena libertà di trovare ragion di vivere dove vuole?"

    Scusa, chi decide chi è "sfigato" e chi non lo è? Non mi piace come esempio.

    "se gran parte dell'individuo si forma nel periodo dell'infanzia e dell'adolescenza sarebbe assurdo pensare che esso si sia già relazionato col tecnicismo economico del sistema"

    Un sistema che tratta le persone come numeri (questa è la burocrazia) non fa bene a prescindere. E fin da bambini/ragazzi si è soggetti agli impulsi "sessantottini", conformisti e "liberisti" che provengono dall'esterno (vedi le baby gang e il bullismo). Ma ho già scritto tutto nel dossier. Quindi, di nuovo, non capisco l'esempio (e non mi raccontare la solita storia freudiana del bambino "perverso polimorfo" che è stata smentita dagli neuroscienziati).

    Se cmq volessimo essere coerenti con Fromm dovremmo fare un discorso sul matriarcato/patriarcato/nascita della proprietà privata, ma ci sarebbe veramente molto da dire.

    RispondiElimina
  9. 1. Touchè, a meno che non si parla di casi estremi tipo handicap che ti rendono veramente inapprezzabili non esiste alcun criterio che ti giudica sfigato, però esistono momenti della propria vita in cui semplicemente non puoi amare altre persone e viceversa, è giusto cadere in un baratro a causa degli altri?
    2: Non mi riferisco al periodo ribellino che si attraversa durante l'adolescenza, piuttosto alla cerchia sociale che ci circonda, quando dicevo internamente, non dicevo dentro sé stessi, bensì alla gente che frequentiamo, porto avanti 2 tesi.
    1. Prendiamo il caso estremo in cui il padre è alcolizzato e ti maltratta, non è ovvio che la psiche ne rimarrà condizionata per sempre? Ma pure un caso più semplice come venir bullizzato ti condizionerà. Ci sono infinite variabili di vita ed un individuo cerca di adattarsi tra di esse cambiando pure sé stesso.
    2. Sempre in quel periodo incontriamo degli idoli che influenzano il nostro pensiero, noi facciamo i tryhard della situazione cercando di imitarli, perché si nasce come un pezzo d'argilla e puoi inculcare a questo pezzo d'argilla ciò che vuoi diventando verità per esso stesso, certo, ovviamente qualcosa si smentirà, ma qualche traccia del suo influenzamento rimarrà di sicuro.

    RispondiElimina