sabato 26 dicembre 2015

One Punch Man: Recensione

Titolo Originale: Wanpanman
 Regia: Shingo Natsume
Soggetto: basato sull'omonimo manga di Yusuke Murata e ONE
Sceneggiatura: Tomohiro Suzuki
Character Design: Yusuke Murata
Musiche: Makoto Miyazaki
Studio: Madhouse
Formato: serie televisiva di 12 episodi
Anno di trasmissione: 2015


Nato come adattamento di un progetto web indipendente, casareccio e senza alcuna pretesa artistica, firmato da un autore improvvisato denominato ONE, il manga best seller di Yusuke Murata ha fatto parlare molto di sé, allo stesso modo della sua controparte animata, quel "One Punch Man" che oggigiorno è sulla bocca di tutti gli appassionati. Hype meritato o ennesima moda del momento, destinata a svanire nel nulla dopo qualche mese? Gli innegabili pregi tecnici, la freschezza del soggetto e la passione dello staff della Madhouse fanno decisamente propendere per la prima opzione.

sabato 19 dicembre 2015

Aku no Hana (manga): Recensione

Titolo Originale: Aku no Hana
Autore: Shuzo Oshimi
Tipologia: Shounen manga
Edizione Italiana: Planet Manga
Volumi: 11
 Data di uscita: 2009


E' meglio omologarsi ai modelli imposti dalla società, oppure assumersi l'onere di pecora nera, andando contro tutto e tutti, alla ricerca del mondo dall'altra parte, ovvero di una dimensione in cui è possibile essere sé stessi senza alcun compromesso?
“Aku no Hana” si approccia a tale interrogativo molte volte, imbastendo una poetica dell'adolescenza e del suo superamento carica di frustrazioni represse, rabbia giovanile, tormento esistenziale che sfocia in ludibria e violenza.

«Dedico questo manga a tutti i ragazzi e a tutte le ragazze che stanno subendo ora la pubertà e le sue torture, e a tutti coloro che ne sono stati vittime in passato.» [Shuzo Oshimi]

Combattuto tra due compagne di classe della sua stessa età, Takao Kasuga, un ragazzo introverso con una passione - apparente, in quanto soltanto superficiale e indotta più che altro dalla sua necessità di sentirsi diverso dagli altri - per la poesia di Baudelaire, si ritrova ad indossare i panni del pervertito, dello squalificato, dell'escluso dalla società. L'attrazione viscerale che prova per Sawa Nakamura, vera e propria femme fatale odiata e disprezzata da tutti a causa della sua diversità, lo porterà ad interrogarsi sulla natura della sua stessa esistenza, e a iniziare un percorso di crescita alquanto doloroso, nel quale è inevitabile venir spogliati della propria maschera e delle umane convenzioni; un cammino dall'adolescenza all'adultità la cui meta dovrebbe condurre in quel mondo dall'altra parte in cui Nakamura desidera fuggire, lontana dalla società che la soffoca, costituita da quegli insetti di merda dalle belle facce pulite e tirate a lucido dietro alle quali si nascondono degli orripilanti mostri privi d'umanità. Ci si chiede pertanto chi siano i veri pervertiti: Takao, la cui sessualità repressa dalle contingenze esterne e dalla sua chiusura al mondo ha fatto sì ch'egli rubasse la tuta di Nanako, la ragazza più popolare della classe, per praticare la masturbazione? Nakamura, con il suo temperamento aggressivo e provocatore che in sostanza non è nient'altro che una reazione violenta alla pressione che esecitano su di lei la solitudine, l'incomprensione e l'emarginazione? La stessa Nanako, combattuta tra la sua apparenza di ragazza-angelo e la sua sostanza di persona debole e priva di spessore, nonché perennemente soffocata dal carisma e dalla sensualità innata di Nakamura, nel contesto del "triangolo amoroso" il cui epicentro è Takao?

sabato 12 dicembre 2015

Homunculus: Recensione

Titolo originale: Homunculus
Autore: Hideo Yamamoto
Tipologia: Seinen Manga
Edizione Italiana: Planet Manga
Volumi: 15
Data di uscita: 2003


Manabu Ito, che vuole studiare l'uomo in ogni suo aspetto, decide d'intraprendere un esperimento di trapanazione del cranio su un individuo, al fine di poterne studiare gli effetti sulla psiche. Colui che diventerà la sua cavia è Susamu Nakoshi, un ex assicuratore divenuto clochard che vive  nella sua vecchia macchina - alla quale è visceralmente legato, come se si trattasse di una persona -, in cui dorme rannicchiato come un feto a suo agio nell'utero materno. Nel parcheggio che separa il parco in cui vivono i senzatetto completamente esclusi dalla società e un hotel di lusso in cui si raduna l'elite borghese della città, Susamu è in bilico tra due realtà completamente agli antipodi; questa sua condizione di "intermediario tra due mondi" affascina Manabu, le cui conoscenze spaziano dalla medicina sino alla psicologia - egli incarna l'aspetto "razionale" dell'uomo, che cerca di dare una spiegazione ad ogni cosa mediante le costruzioni dell'intelletto. Una volta subita la trapanazione, Susamu scopre che con l'occhio sinistro è in grado di vedere i conflitti interiori delle persone, che si presentano sotto forma di orripilanti e bizzarri homunculus. Ha così inizio il lisergico viaggio dei due protagonisti tra inconscio e realtà, un percorso ostico e tendente all'oscurità nel quale, man mano che ci si avvicina alla sostanza dell'essere, si avverte un prepotente vuoto che inghiotte ogni cosa, coadiuvato dalla tirannia dell'ego e del formalismo. Esiste veramente una sostanza nell'uomo e nella sua società, oppure più si scava a fondo spinti dalla propria antropofagia più ci s'immerge in uno sgradevole e raccapricciante abisso senza alcuna via d'uscita? E' possibile essere sé stessi senza diventare prigionieri di sé stessi? Alla base di tutti i conflitti esteriori tra persone vi sono dei conflitti interiori irrisolti e rimossi dalla coscienza? 

martedì 1 dicembre 2015

20th Century Boys: Recensione

 Titolo originale: Nijuu seiki shounen

Autore: Naoki Urasawa

 Tipologia: Seinen Manga 

 Edizione italiana: Planet Manga

Volumi: 22

Anno di uscita: 1999

 


“20th Century Boys” è uno dei manga più rappresentativi degli anni novanta. Si tratta di un'opera di ampio respiro, che si fa carico di grandi ambizioni senza tuttavia risultare prolissa e indigeribile; un monumento narrativo carico di rimandi alla cultura popolare – giapponese e non – in cui viene raccontato un sogno tradito, quello dei ragazzi del ventesimo secolo che nel 1970 vissero l'Expo di Osaka e l'impatto ideologico del primo uomo sulla Luna, dell'epocale concerto di Woodstock, della stessa Torre del Sole, che con il suo volto dorato sembrava protesa verso un sogno di sviluppo e armonia della razza umana completamente antitetico rispetto al nichilismo della società contemporanea. “20th Century Boys” è una sorta di testamento della postmodernità nipponica, dai suoi albori (1970) sino al fallimento ideologico indotto dal clima di terrore del Giappone degli anni novanta, in cui il ben noto attentato alla metropolitana di Tokyo del '95 messo in atto dalla setta religiosa Aum Shinrikyo terrorizzò i giapponesi - migliaia di persone furono avvelenate con il gas sarin in nome dell'irrazionalità e della follia. Il problema delle sette terroristiche che affliggeva il Giappone di quell'epoca – tra l'altro quanto mai attuale in tutto il mondo civilizzato, si pensi alla recente strage di Parigi – era dovuto all'alienazione che la società viveva in quel periodo buio, caratterizzato da una vera e propria psicosi collettiva; non per nulla, l'imminente passaggio al ventunesimo secolo era stato mistificato dai mass media mediante tenebrose suggestioni inerenti un'ipotetica catastrofe che avrebbe abbattuto il genere umano – personalmente, mi ricordo ancora quel clima di incertezza: il fantomatico millennium bug, la violenza degli attentati terroristici e l'orrore che si provava di fronte ai notiziari; alcuni, addirittura, rifacendosi alle teorie complottistiche in voga all'epoca, immaginavano misteriosi antagonisti avvolti nell'ombra che avrebbero dominato il genere umano e decretato la sua fine, magari distruggendo il mondo allo scoccare della prima mezzanotte del ventunesimo secolo. 

domenica 15 novembre 2015

Sailor Moon S: Recensione

Titolo originale: Bishoujo Senshi Sailor Moon S
Regia: Kunihiko Ikuhara
Soggetto: Naoko Takeuchi
Sceneggiatura: Yoji Enokido, Katsuyuki Sumisawa, Sukehiro Tomita, Shigeru Yanagawa
Character Design: Ikuko Ito
Musiche: Takanori Arisawa
Studio: TOEI animation
Formato: serie televisiva di 38 episodi
Anni di trasmissione: 1994-1995
 

Dopo il timido esordio registico di “Sailor Moon R”, Kunihiko Ikuahara prende definitivamente le redini della trasposizione animata di “Sailor Moon”, coadiuvandola con i vagiti di quelli che diventeranno i tratti caratteristici del suo stile personale. Al fianco di colui che qualche anno dopo dirigerà uno dei massimi capolavori dell'animazione tutta - “La Rivoluzione di Utena” - troviamo un Hideaki Anno in veste di animatore chiave, nonché gli artisti i quali, una volta terminata l'esperienza TOEI, collaboreranno con Ikuhara nella veste ufficiale di Be-Papas: Yoji Enokido (tra l'altro uno dei futuri sceneggiatori di “Evangelion”) e l'animatore Shinya Hasegawa.
Le carte in regola per creare un qualcosa di sensazionale ci sono tutte; ora che la prima, storica serie di “Sailor Moon” - nonostante la crisi economica dilagante e lo sviluppo del mercato OAV - ha sdoganato l'animazione seriale novantina con un grande successo di pubblico, si può andare più in profondità, dando alle avventure di Usagi e soci un taglio ben più complesso, adulto, dai risvolti oscuri ed imprevedibili: “Sailor Moon S” è la miglior saga del brand, un'opera seminale la cui influenza stilistica nelle produzioni successive è innegabile.

domenica 25 ottobre 2015

Crayon Shin-chan: The Storm Called: The Adult Empire Strikes Back: Recensione

Titolo originale: Kureyon Shinchan: Arashi o Yobu: Mōretsu! Otona Teikoku no Gyakushū?
Regia: Keiichi Hara
Soggetto: Keiichi Hara
Sceneggiatura: Keiichi hara
Character Design: Katsunori Hara
Musiche: Shiroh Hamaguchi
Casa di produzione: Shin-Ei Animation
Formato: film cinematografico
Anno di uscita:2001


L'expo di Osaka del 1970 è stata un avvenimento fondamentale per la generazione di giovani giapponesi che vi parteciparono. La data corrisponde inoltre ai primi vagiti del boom economico post seconda guerra mondiale, con conseguente ingresso in quella che si potrebbe definire una postmodernità ancora embrionale - arrivata in ritardo di circa dieci anni rispetto a quella dei paesi occidentali -, che troverà un completo sfogo fenomenologico negli anni novanta, con lo sviluppo del settore terziario e delle comunicazioni. Tra i ragazzi del ventesimo secolocosì direbbe Naoki Urasawa – che vissero un'era in cui si pensava che l'uomo avrebbe potuto esistere per sempre nell'abbondanza, nell'armonia e nella pace, supportato dalla scienza, dalla tecnica e dal benessere derivante dalla congiuntura economica favorevole del periodo, c'era anche Hideaki Anno, l'otaku per eccellenza: si potrebbe dire ch'egli sia stato veramente felice soltanto nel 1970, e che la nostalgia e il disagio esistenziale riscontrabile nella sua produzione più matura e personale sia in una certa misura il manifesto di un sogno tradito: Anno ha vissuto il boom ideologico e sociale del 1970 e l'ha visto crollare negli anni novanta, epoca in cui la stagnazione postmoderna, la crisi degli ideali di pace e giustizia, l'esplosione della bolla speculativa ottantina con conseguente crisi economica avevano distrutto le illusioni della sua generazione. Generazione che all'improvviso si era trovata di fronte al nulla; tutto ciò in cui aveva creduto era stato demolito dalla ciclicità della Storia e dall'ambivalenza della tecnologia – con l'alienazione derivante dall'uso massiccio di internet, la crescita esponenziale del consumismo e altri fattori negativi, il mito della “tecnologia positiva per il bene di tutti” era stato altresì distrutto.

sabato 17 ottobre 2015

Saber Marionette J: Recensione

Titolo originale: Saber Marionette J
Regia: Masami Shimoda
Soggetto: Hiroshi Negishi, Satoru Akahori
Sceneggiatura: Katsumi Hasegawa, Kenichi Kanemaki, Masaharu Amiya, Mayori Sekijima, Sumio Uetake, Tomofumi Nobe
Character Design: Shuichi Shimamura
Musiche: Parome
Studio:Bandai Visual, Emotion, Hal Film Maker
Formato: serie televisiva di 25 episodi
Anni di trasmissione: 1996-1997


Come erano fatti gli harem – genere che oggigiorno è sempre più inflazionato - degli anni novanta? Se ci si informa un poco, si deduce che la generazione di otaku dell'epoca prediligeva il moe alla “Di Gi Charat”, la fantascienza cliché contaminata dal cyberpunk e dalle sue perversioni tecnologiche, riflessioni inerenti il rapporto dei consumatori con i propri feticci virtuali, contenuti adulti filtrati attraverso un linguaggio di suoni, immagini e colori dai connotati strettamente infantili, volendo demenziali e voyeuristici. In virtù della legge della domanda, “Saber Marionette J” è un puro harem del suo tempo, nonché uno dei migliori: si tratta di un'opera demenziale e fracassona, la quale tuttavia non rinuncia ad alcune riflessioni – seppur superficiali - inerenti quelle tipiche tematiche novantine che non troveremo mai in un harem attuale.

sabato 10 ottobre 2015

Eureka Seven: Recensione

Titolo originale: Kōkyōshihen Eureka Seven
Regia: Tomoki Kyoda
Soggetto: BONES, Dai Sato
Sceneggiatura: Dai Sato
Character Design: Kenichi Yoshida
Mechanical Design: Shoji Kawamori
Musiche: Naoki Sato
Studio: BONES
Formato: serie televisiva di 50 episodi
Anni di trasmissione: 2005 - 2006


Per chi scrive, “Eureka Seven” gioca un ruolo abbastanza importante nel suo genere di riferimento, in quanto si tratta dell'ultimo grande – in tutti i sensi: parliamo di uno staff stellare, di un budget spropositato e di una cinquantina di puntate - robotico “classico” della storia; il canto del cigno di quella corrente stilistica originatasi in passato grazie alle lezioni impartite dai seminali “Gundam” e “Macross”, aggiornato secondo i dettami grafici del suo tempo e fornito di una dimensione epica, sentimentale e psicologica in parte affine alle correnti stilistiche in voga negli anni novanta.
Dopo “Eureka Seven”, il robotico diventerà sempre più di nicchia, e lascerà spazio – salvo poche eccezioni - a stridenti commistioni di pochi episodi nate più che altro per motivi pubblicitari, nonché prive di autori di razza in grado di elevare il genere a qualcosa di più riflessivo, iconico e concettuale. Creato da uno staff formato da alcuni degli artisti che in passato avevano lavorato al fianco di Yoshiyuki Tomino - il primo grande intellettuale del robotico - in “Overman King Gainer”, “Eureka Seven” si discosta moltissimo dall'infelice manierismo Sunrise caratterizzato da quelle opere che prenderanno piede dopo il tanto discusso “Code Geass”, guarda caso datato 2006 e responsabile - a prescindere dalla sua effettiva qualità, sulla quale si potrebbe sempre discutere - di aver generato dei raccapriccianti “figli” che contribuiranno alla parabola discendente del genere, che dovrà altresì lasciar spazio al fashion moe di nuova generazione introdotto da “Suzumiya Haruhi no yūutsu – anch'essa opera targata 2006. Insomma, il 2006 a tutti gli effetti rappresenta la data di chiusura di quel fecondo dopo-Eva in cui, seguendo i dettami di Anno e Imagawa, una capace generazione di autori aveva dato alla luce molteplici robotici di grande qualità e spessore.

sabato 3 ottobre 2015

El Topo: Recensione

Titolo originale: El Topo
Regia: Alexandro Jodorowsky
Soggetto: Alexandro Jodorowsky
Sceneggiatura: Alexandro Jodorowsky
Musiche: Alexandro Jodorowsky
Casa di produzione: PRODUCCIONES PANICAS
Formato: film cinematografico
Anno di uscita: 1970


El Topo (La Talpa) è uno dei film più spirituali che abbia mai visto. Capolavoro visionario, sperimentale, surreale, ai limiti dell'esperienza sensoriale e cinematografica, questa grande allegoria infarcita di una marcata dose di esoterismo ed esistenzialismo si rivela ancora oggi formidabile, e allo stesso tempo oscura, impenetrabile. “El Topo” è un grande mosaico decifrabile nei suoi significati più reconditi soltanto se lo spettatore che lo guarda è in grado di comprenderlo e di coglierne, magari dopo innumerevoli visioni, i complessi e potenti rimandi al misticismo sincretistico, i quali vengono somministrati mediante frasi taglienti come sciabole – «il cuore, la testa, cambiali di posto»; «troppa perfezione è un errore» -, deserti che paiono riflettere più l'anima del protagonista che il mondo reale, archetipi, violenza feroce, orgiastica, che nel suo simbolismo riflette la prigionia dell'uomo, un satiro schiavo del desiderio, della follia e della volontà di vivere, perennemente intrappolato nel velo di Maya, il dominio delle illusioni. 

domenica 27 settembre 2015

Mobile Fighter G Gundam: Recensione

Titolo originale: Kidō Butōden G Gundam
Regia: Yasuhiro Imagawa
Soggetto: Hajime Yatate, Yasuhiro Imagawa
Sceneggiatura: Yoshitake Suzuki
Character Design: Hiroshi Osaka, Kazuhiko Shimamoto
Mechanical Design: Hajime Katoki, Kimitoshi Yamane, Kunio Okawara
Musiche: Kouhei Tanaka
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 49 episodi
Anni di trasmissione: 1994 - 1995


Yasuhiro Imagawa è indubbiamente uno dei registi più rappresentativi degli anni novanta. Autore dello storico OAV “Giant Robo: The Day the Earth Stood Still”, che seppe infondere nuova linfa vitale in un genere che all'epoca sembrava ormai aver giocato tutte le sue carte, con “G Gundam” il regista tornò nuovamente a rompere i classici topoi di una corrente stilistica ormai avariata - in questo caso il brand gundamico - attraverso il suo stile registico geniale e privo di compromessi. Non stupisce pertanto che il qui presente lavoro sia stato odiato per lungo tempo dai gunota e dai puristi del mobile suit bianco: stiamo infatti parlando di un'opera dissacrante, un vero e proprio picchiaduro lacrime e sangue nato sulla scia di “Street Fighter II”, un videogioco che andava molto di moda all'epoca; uno shounen sconvolgente in cui il bizzarro sense of humor di Imagawa si fonde alla perfezione con momenti seriosi, epici e catartici, sfociando in una storia d'amore con la A maiuscola che nei battenti finali della serie si eleva sempre più facendosi beffe di tutto, sia dei noiosissimi intrighi fantapolitici dei Gundam precedenti, sia della virilità tanto declamata in precedenza dallo stesso “G Gundam”.

domenica 13 settembre 2015

Millennium Actress: Recensione

Titolo originale: Sennen Joyuu
Titolo inglese: Millennium Actress
Regia: Satoshi Kon
Sceneggiatura: Satoshi Kon, Sadayuki Murai
Character Design: Takeshi Honda, Satoshi Kon
Musiche: Susumu Hirasawa
Produzione: Madhouse
Durata: 83 min.
Anno: 2001


2001, il visionario e ormai compianto regista del Sol Levante, Satoshi Kon, dona al mondo della cinematografia il suo secondo lungometraggio: Millennium Actress. La sceneggiatura è realizzata ancora una volta con l'aiuto di Sadayuki Murai, mentre la bellissima colonna sonora è frutto dell'estro di Susumu Hirasawa, che diventerà poi stretto collaboratore di Kon intutte le sue opere future.

venerdì 4 settembre 2015

I segreti di Twin Peaks: Recensione

 Titolo originale: Twin Peaks
Regia: David Lynch, Lesli Linka Glatter, Caleb Deschanel, Duwayne Dunham, Tim Hunter, Todd Holland, Tina Rathborne, Graeme Clifford, Mark Frost, Uli Edel, James Foley, Stephen Gyllenhaal, Diane Keaton, Jonathan Sanger
Soggetto: David Lynch, Mark Frost
Sceneggiatura: Mark Frost, David Lynch, Harley Peyton, Robert Engels, Barry Pullman, Tricia Brock, Scott Frost, Jerry Stah
Musiche: Angelo Badalamenti
Formato: serie televisiva di 30 episodi
Anni di trasmissione: 1990 -1991


Il misterioso omicidio di Laura Palmer; quel cadavere nudo, ritrovato per caso, avvolto in un telo di plastica. Era la ragazza più popolare di Twin Peaks, una piccola cittadina di montagna come tante altre; conduceva una doppia vita, indossando la maschera della brava studentessa solare e amichevole con tutti, nascondendo la sua dipendenza da cocaina e la sua attività di prostituta.
Spetterà all'agente dell'FBI Dale Cooper svolgere le indagini inerenti il macabro fatto, che sembra in qualche modo collegato ad un vecchio caso sul quale aveva in precedenza lavorato all'infuori della cittadina. Ma nulla è scontato a Twin Peaks, dacché ogni abitante sembra nascondere un lato oscuro alquanto inquietante: potrebbero essere stati tutti ad uccidere Laura Palmer, forse l'universo intero; e se sogno e realtà fossero intimamente collegati? E se la chiave del mistero di Twin Peaks non fosse contenuta all'esterno, nel mondo percepito dai nostri sensi, ma nella nostra mente? Soltanto una cosa rimane da dire: Let's Rock!

sabato 29 agosto 2015

Dolls: Recensione

 Titolo originale: Dolls
Regia: Takeshi Kitano
Soggetto: Takeshi Kitano
Sceneggiatura: Takeshi Kitano
Musiche: Joe Hisaishi
Casa di produzione: Office Kitano
Formato: film cinematografico
Anno di uscita: 2002


L'eterno vagare degli innamorati, che tentano di fuggire dal destino, legati l'un l'altro da una corda rossa. Camminano lentamente, con lo sguardo perso nel vuoto; per le strade, le ferrovie, i viali colmi di ciliegi in fiore; e la natura - che si manifesta in una poesia d'immagini, colori e suoni - sembra del tutto indifferente alle sorti dei suoi figli. Essi comunicano mediante sguardi fugaci: le parole sono inutili, generano soltanto incomprensione e dolore. L'unica vera realtà è quella del silenzio.

venerdì 21 agosto 2015

Sonatine: Recensione

 Titolo originale: Sonatine
Regia: Takeshi Kitano
Soggetto: Takeshi Kitano
Sceneggiatura: Takeshi Kitano
Musiche: Joe Hisaishi
Casa di produzione: Shochiku
Formato: film cinematografico
Anno di uscita: 1993


Un uomo, con il sorriso da giullare e gli occhi neri come l'abisso, si sta puntando una pistola in testa. Il suo è un atteggiamento beffardo, ma allo stesso tempo freddo e consapevole; per Murakawa, gangster al termine della sua carriera criminale, la morte sembra essere diventata una compagna in grado di dare conforto, una meta da raggiungere per trovare, dopo una vita di paura e violenza, la pace interiore. Questa scena chiave, in grado di condensare la poetica di Takeshi Kitano in una sola immagine, è sia un punto di partenza che un punto di arrivo, attorno al quale il regista costruisce un mosaico in grado di andare oltre i classici topoi del gangster movie, al fine di veicolare una potente riflessione inerente la condizione umana. Una condizione dettata irrimediabilmente dal cambiamento - quella medaglia le cui facce sono la vita e la morte - e dal rapportarsi dell'uomo con esso, sino alle tragiche conseguenze della sua irrimediabile lotta contro l'impermanenza delle cose. 

lunedì 10 agosto 2015

Marco - Dagli Appennini alle Ande: Recensione

 Titolo originale: Haha wo Tazunete Sanzenri
Regia: Isao Takahata
Soggetto: tratto dal romanzo "Cuore" di Edmondo de Amicis
Sceneggiatura: Isao Takahata, Seiji Okuda, Yoshio Kuroda
Character Design: Yoichi Kotabe
Musiche: Koichi Sakata
Studio: Nippon Animation
Formato: serie televisiva di 52 episodi
Anno di trasmissione: 1976


Nel diciannovesimo secolo, a Genova, Marco Rossi, un bambino di nove anni, deve affrontare la separazione da sua madre Anna, la quale lo deve lasciare per emigrare in Argentina, a causa della sempre più dilagante depressione economica. Rimanendo in casa con il padre, un medico presso l'ospedale per i poveri, l'intelligente e precoce Marco non riesce ad accettare di vivere senza una figura materna di riferimento, e decide di crescere all'improvviso, andando a lavorare per rendersi indipendente, ed entrando in rotta di collisione con il padre. Un giorno, improvvisamente, Anna smette di scrivere alla sua famiglia; questo fatto causerà l'inquietudine del già disagiato protagonista, che deciderà di intraprendere un lunghissimo viaggio in Argentina alla ricerca della madre scomparsa. Ha quindi inizio uno dei più celebri ed emozionanti viaggi di formazione dell'animazione giapponese tutta; il percorso, sia interiore che esteriore, di un bambino il quale, nel visitare molteplici luoghi a lui sconosciuti, attraverso l'amicizia, l'amore e la sofferenza, giungerà alla meta finale, il definitivo passaggio all'età adulta. 

martedì 28 luglio 2015

The Big O: Recensione

Titolo originale: The Big O
Regia: Kazuyoshi Katayama
Soggetto: Kazuyoshi Katayama, Keiichi Sato
Sceneggiatura: Chiaki J. Konaka
Character Design: Keiichi Sato
Mechanical Design: Keiichi Sato
Musiche: Toshihiko Sahashi
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 26 episodi
Anni di trasmissione: 1999 - 2003


Nella città di Paradigm City tutte le persone hanno perso la memoria, e non ricordano cosa accadde quarant'anni prima, quando ci fu un misterioso cataclisma dalle origini sconosciute. Al di fuori della città vi sono dei domini ignoti, mai esplorati dagli ordinari cittadini senza passato. Ma ad un certo punto, l'apparizione di dei robot giganti turba la quiete della città dell'amnesia: e se tali macchine realizzate con una tecnologia sconosciuta risalissero all'epoca precedente alla catastrofe? E se esse fossero la chiave per risolvere il mistero della perdita collettiva della memoria? La ricerca della verità sul mistero di Paradigm City è nelle mani del negoziatore Roger Smith e del suo mecha, il potentissimo Big O. Big O, showtime!

sabato 18 luglio 2015

Vivere: Recensione

  Titolo originale: Ikiru
Regia: Akira Kurosawa
Soggetto: Akira Kurosawa
Sceneggiatura: Akira Kurosawa, Hideo Oguni, Shinobu Hashimoto
Musiche: Fumio Hayasaka
Casa di produzione: Toho
Formato: film cinematografico
Anno di uscita: 1952
 

Le giornate scorrono tutte uguali per l'impiegato Watanabe. Circondato da centinaia di migliaia di fogli giallastri, se ne sta curvo su sé stesso, con il volto inespressivo, a timbrare documenti su documenti. Timbrare e timbrare. Tutta la vita. Per più di trent'anni, in un ufficio comunale come tanti altri, nel caotico Giappone in fase di industrializzazione, Watanabe ripete continuamente lo stesso gesto. Timbrare e timbrare. Tutti i giorni. Al di là di quel movimento meccanico, grigio, degno d'un orologio rotto, c'è l'indifferenza del figlio e dei colleghi di lavoro. C'è il nulla. Tuttavia, un giorno come tanti altri, arriva l'incombenza della morte. A causa di una malattia incurabile, a Watanabe restano sei mesi di vita. Cosa farà adesso, dato che solamente ora si è reso conto di non aver mai vissuto? Come potrà dare in soli sei mesi un senso alla sua non-vita?

sabato 11 luglio 2015

Dennou Coil: Recensione

 Titolo originale: Dennō Coil 
Regia: Mitsuo Iso
Soggetto: Mitsuo Iso
Sceneggiatura: Toshiki Inoue, Mitsuo Iso
Character Design: Takeshi Honda
Musiche: Tsuneyoshi Saito
Studio: Madhouse
Formato: serie televisiva di 26 episodi
Anno di trasmissione: 2007


Nella città di Daikoku, realtà virtuale e materiale si sovrappongono, lasciando spazio ad un nuovo modo di intendere la percezione delle cose. Mediante l'impiego di particolari occhiali dotati di una tecnologia all'avanguardia, è possibile connettersi permanentemente al cyberspazio, il quale si presenta vivido, tangibile, ma allo stesso tempo sfuggente e denso di enigmi. In questo mondo in bilico tra reale ed irreale - ma poi, che cos'è effettivamente la realtà? -, dei bambini delle elementari si avventureranno in domini sconosciuti, inizialmente per fini ludici e successivamente per scoprire la verità inerente l'altra parte, un luogo fatto di ombre e di frammenti di ricordi nel quale sono sopiti atavici misteri in attesa di essere svelati.

sabato 4 luglio 2015

Cowboy Bebop: Recensione

 Titolo originale: Cowboy Bebop
Regia: Shinichiro Watanabe
Soggetto: Hajime Yatate
Sceneggiatura: Keiko Nobumoto
Character Design: Toshihiro Kawamoto
Mechanical Design: Kimitoshi Yamane
Musiche: Yoko Kanno
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 26 episodi
Anni di trasmissione: 1998 - 1999


L'anime di cui mi accingo a scrivere è una space opera postmoderna, in cui gli spunti creativi di base mutuati dall'illustre "Space Adventure Cobra" di Osamu Dezaki vengono coadiuvati da molteplici incursioni in generi differenti - commedia, hard boiled, noir, action, psicologico, senza disdegnare sfumature cyberpunk - e amplificati dal notevole bagaglio culturale degli autori, una vera e propria enciclopedia del cinema e della musica occidentale. Nasce così un mosaico citazionistico di grande successo e carisma, nonché una delle opere cardine dell'animazione giapponese degli anni novanta: il celeberrimo "Cowboy Bebop".
E' molto interessante osservare che esiste una ricorrenza comune nella grande architettura dalle molteplici sfaccettature che costituisce il lavoro della vita di Shinichiro Watanabe, giacché nel profondo attinge direttamente dal folklore giapponese; infatti, tolti i vari strati di citazionismo e postmodernismo, in "Cowboy Bebop" si osservano delle marcate analogie tra le storie e le psicologie dei vari personaggi e l'affascinante mito di "Urashima Tarou", il quale - seguendo l'esempio di molti registi precedenti a Watanabe - viene utilizzato come metafora della fenomenologia della postmodernità.

sabato 27 giugno 2015

Urashima Tarou: cosiderazioni e spunti di riflessione.



Spesso, nell'analizzare determinati anime e manga, capita di imbattersi in miti ed aspetti folkloristici tipici della cultura giapponese; l'appassionato, nelle sue ricerche tra  i numerosi scritti di addetti ai lavori, critici cinematografici e interviste agli autori, s'imbatte immancabilmente in un substrato culturale agli antipodi rispetto a quello occidentale. Personalmente parlando, tra le varie contamizioni culturali tipiche di questi media, una in particolare mi ha molto affascinato: il mito dell'Urashima Tarou. Sin dall'inizio del novecento (si pensi all'omonimo cortometraggio in bianco e nero del 1918), tale mito è stato una fonte d'ispirazione molto frequente per anime e manga; in particolare il regista - nonché studioso di antropologia e religioni - Mamoru Oshii ha conferito a tale racconto una personalissima valenza ermetica ed allegorica: ad esempio, il suo "Beautiful Dreamer" è a tutti gli effetti una brillante rivisitazione in chiave postmoderna del mito: una bizzarra ed onirica commistione che diventa un'allegoria rivelatrice di alcuni profondi risvolti psicologici e sociologici inerenti il Giappone postmoderno. Il racconto di Urashima compare altresì nel più recente film del regista, "The Sky Crawlers", altra metafora onirica incentrata sul dilemma dell'eterno adolescente che si dissolve nel nulla una volta "svegliato". Personalmente, trovo che le intuizioni di Oshii in merito al mito siano molto interessanti, contando anche il fatto che il grande studioso Carl Jung abbia conferito nelle sue teorie delle interpretazioni psicologiche a leggende e  usanze legate al folklore.

sabato 20 giugno 2015

Colorful: Recensione

 Titolo originale: Colorful
Regia: Keiichi Hara
Soggetto: basato sull'omonimo romanzo di Eto Mori
Sceneggiatura: Miho Maruo
Character Design: Atsushi Yamagata
Musiche: Kô Ôtani
Studio: Ascension
Formato: film cinematografico 
Durata: 126'
Anno di uscita: 2010


Un'anima vagante per gli ampi spazi di una sorta di purgatorio, viene informata da Purapura, un bizzarro spiritello dell'altro mondo, che deve ritornare in vita sotto le spoglie di Makoto Kobayashi, un adolescente giapponese morto suicida. Lo spirito non sembra molto entusiasta di questo compito: preferirebbe sparire definitivamente, uscire dalla catena delle reincarnazioni per poter dire di no alla vita. Ma Purapura risponde agli ordini del divino, che non possono essere trasgrediti da nessuna anima ribelle; e pertanto, lo spirito senza nome sarà costretto a rivedere un'altra volta il mondo sensibile, con gli occhi di Makoto, dovendo adempiere al compito di scoprire i motivi celati dietro al suo gesto estremo. Ha così inizio la vita del nuovo Makoto Kobayashi, il quale, volta per volta, conoscendo le persone e le situazioni che avevano spinto il titolare del suo corpo al suicidio, proverà le sue stesse emozioni e sensazioni, arrivando a comprendere sé stesso e quelle cose che, nell'agrodolce ed ambiguo mondo che lo circonda, sono ancora meritevoli di essere vissute, nonostante l'acuta sofferenza che comporta il mero vivere.

venerdì 12 giugno 2015

Persona 2: Innocent Sin: Recensione

Titolo originale: Perusona 2: Tsumi
Sviluppatore: ATLUS
Soggetto: Cozy Okada, Kazuma Kaneko
Character Design originale: Kazuma Kaneko
Musiche: Toshiko Tasaki, Kenichi Tsuchiya, Masaki Kurokawa
Formato: PSX, PSP
Durata: 50 ore di gioco circa
Anno di uscita: 1999


 «I am Thou, Thou art I 
I am the Mask that dwell within the realm of the Awake and Slumber 
From the Sea of thy Soul, I come forth to brave adversity. 
By the same Coin, I test the potential and conviction in thy will and heart 
Though appearances may differ, I am a self wanting the same liberty as Thou 
Much to my dismay, if Thou wishes to be fractured then I will seek to be whole. 
However, Thou cannot separate from I so if Thou gives up life I take it 
Until that time I am Thou and Thou art I»

Cinque amici d'infanzia dal passato nebuloso ed avvolto nel mistero vengono convocati da Filemone, l'incarnazione dell'inconscio collettivo, il quale fornisce loro il potere delle Persona, degli esseri sovrannaturali che rispecchiano il lato creativo dell'inconscio - le ombre dei vari personaggi, parallelamente, sono dotate di delle Persona inverse, che ne rappresentano il lato distruttivo e complementare. Emerge fin da subito lo spiccato dualismo dell'opera, in cui ogni determinato simbolo possiede un perfetto opposto: l'altra faccia della medaglia che non si può discernere da quel sistema estremamente complesso che è l'animo umano.
Da un inizio apparentemente banale, in cui dei giovani dotati di un potere sovrannaturale devono salvare il loro mondo da uno spietato antagonista che agisce nell'ombra, il tutto si farà via via sempre più cupo ed introspettivo, culminando in quello che a mio avviso è uno dei migliori finali di sempre, una valanga di emozioni dalle spiccate allegorie psicologiche che rimandano in ogni singolo, lirico fotogramma, ai gloriosi fasti degli anime più truci ed intellettuali degli anni novanta.

sabato 6 giugno 2015

Ginga Tetsudou no Yoru: Recensione

 Titolo originale: Ginga Tetsudou no Yoru
Regia: Gisaburou Sugii
Soggetto: basato sull'omonimo racconto di Kenji Miyazawa
Sceneggiatura: Minoru Betsuyaku
Character Design: Hiroshi Masumura
Musiche: Haruomi Hosono
Studio: Group TAC
Formato: film cinematografico 
Durata: 105'
Anno di uscita: 1985


Nella cultura giapponese, il racconto di Kenji Miyazawa che dà il nome a questo film è un grande classico, a mio avviso paragonabile a quello che per noi occidentali è il "Piccolo Principe" di Antoine de Saint-Exupéry. Gli anime che in qualche modo si sono ispirati all'opera di Miyazawa sono innumerevoli, tant'è che lo scrittore ha avuto una forte influenza sulla poetica di Isao Takahata, Hayao Miyazaki e, in parte, sul  brillante "Mawaru Penguindrum" di Kunihiko Ikuhara. Fatta questa doverosa premessa, il film di cui scriverò è un adattamento cinematografico fedele al cartaceo, che ne ripropone l'atmosfera inquieta e sognante con fare molto riflessivo, lento, denso di quel tipico sense of wonder delle fiabe per bambini. Il regista alla guida di questa monolitica trasposizione è un vero e proprio veterano dell'animazione old school, Gisaburou Sugii, un nome – purtroppo - misconosciuto ai più il quale nel corso della sua carriera ha lavorato in adattamenti animati di opere seminali del calibro di "Tetsuwan Atom", "Dororo", "Glass no Kamen" e "Genji Monogatari". 

sabato 30 maggio 2015

The Fake: Recensione

 Titolo originale: Saibi (The Fake)
Regia: Yeun Sang-ho
Soggetto: Yeun Sang-ho
Sceneggiatura: Yeun Sang-ho
Character Design: Choe gyu-seok
Musiche: Jang Yeong-gyu
Studio: Studio Dadashow
Formato: film cinematografico 
Durata: 101'
Anno di uscita: 2013


E' un film decisamente anomalo, "The Fake". Gia' l'inizio è tutto un programma: un cane viene preso a martellate in testa da alcuni uomini ben vestiti, davanti ad una chiesa; il protagonista, un alcoolizzato violento e pieno di rancore verso i suoi simili, riempie di botte la giovane figlia, dopo aver speso al gioco d'azzardo tutti i soldi destinati ai suoi studi; e il tutto va avanti così, senza alcuna inversione di marcia, diventando sempre più violento, cinico e - questa è la cosa che più sconvolge - realistico, vero, senza alcuna svolta buonista che permetta alla catena di eventi creatasi nei primi frangenti di non sfociare in un finale simbolico ancora più terribile di quanto l'ha preceduto.

sabato 23 maggio 2015

The King of Pigs: Recensione

Titolo originale: Dwaejiui Wang
Regia: Yeun Sang-ho
Soggetto: Yeun Sang-ho
Sceneggiatura: Yeun Sang-ho
Character Design: Yeun Sang-ho, Kim Chang-su
Musiche: Been Eom
Studio: Studio Dadashow
Formato: film cinematografico 
Durata: 97'
Anno di uscita: 2011


«Un coltello è quello che distingue gli esseri umani dagli animali.
Non è una parte del mio corpo, ma mi dà comunque forza.
Ma quando gli uomini crearono i coltelli, anche qualcos'altro di inaspettato fu creato.
Il male.
Come gli artigli affilati di quel gatto, così è il rifiuto di lasciar andare il coltello, che non è una parte del nostro corpo.
Ciò che ci rende umani è il male stesso.
Ma allora, cosa possiamo fare per ottenere il potere? Forse delle buone azioni?
No. Per ottenere il potere dobbiamo diventare il male.
Se non vuoi essere una nullità devi diventare un mostro. Capito?
»

Un giorno, dopo aver brutalmente ucciso la moglie, Hwang Kyun-min, un amministratore delegato pieno di debiti, chiama il suo amico d'infanzia Jung Jong-Suk, uno scrittore fallito prigioniero di una vita piena di delusioni e frustrazioni. L'incontro tra i due diventa un pretesto per ricordare i giorni in cui andavano a scuola, un'istituzione non molto diversa dalla società in cui ora vivono, da adulti; tra un frammento di memoria e l'altro, emerge il ricordo dello scaltro Re dei Porci, un disadattato armato di coltello che li proteggeva dagli atti di bullismo quotidiani perpetuati dall'elite della classe, un ristretto gruppo di ragazzi provenienti da famiglie potenti e agiate, i quali potevano permettersi di infliggere ogni tipo di umiliazione ai meno fortunati restando impuniti e protetti dalle istituzioni.

sabato 16 maggio 2015

Omoide Emanon: Recensione

Titolo originaleOmoide Emanon

 Titolo inglese: Memories of Emanon

Autori: Kajio Shinji, Tsuruta Kenji

 Tipologia: Seinen Manga 

 Edizione italiana: Non disponibile

Volumi: 1

Anni di Pubblicazione: 2008

 


Emanon. Se lo rovesciamo si legge Noname, senza nome. Ed è proprio questo il nome, che allo stesso tempo non lo è, della misteriosa ragazza incontrata nel lontano 1967 da un adolescente qualunque, durante un ordinario viaggio in traghetto. Emanon. Una ragazza dall'aspetto trasandato, con la sigaretta e i capelli lunghi, i jeans, lo sguardo penetrante. Emanon, che dallo spazio infinito e pieno di segreti contempla la storia della vita sulla Terra; Emanon, che se ne sta chiusa nel suo bozzolo, nelle profondità delle acque primordiali. Nel posto ove tutti i ricordi degli esseri viventi devono ancora formarsi.

sabato 9 maggio 2015

Argento Soma: Recensione

 Titolo originale: ΑPΓΕΝΤΟΥ ΣΟΜΑ
Regia: Kazuyoshi Katayama
Soggetto: Hajime Yatate, Kazuyoshi Katayama
Sceneggiatura: Hiroyoshi Yamaguchi
Character Design: Shukou Murase
Mechanical Design: Kimitoshi Yamane
Musiche: Katsuhisa Hattori
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 25 episodi
Anni di trasmissione: 2000-2001


"Argento Soma" è la classica opera dalle potenzialità mal sfruttate. Il periodo in cui ha avuto origine è tuttavia molto fecondo: si tratta di quell'indelebile dopo-Eva in cui vedevano luce una moltitudine di anime seri e adulti dotati di un'elevata eleganza, spesso coadiuvata da contenuti per nulla banali. Etichettato dai più come uno sfacciato clone di "Evangelion", questo "Argento Soma" in realtà è il classico sci-fi robotico che sarebbe andato bene negli anni settanta, non per nulla possiede molti dei topoi tipici di tale epoca: mostri che attaccano la Terra una volta la settimana, sempre nello stesso punto; una fortezza delle scienze in cui è presente un gruppo ridotto di piloti di robot che devono affrontare i suddetti mostri - questa volta aiutati da un novello Frankenstein di origine aliena, che ha cambiato bandiera al fine di proteggere l'orfanella problematica della situazione; l'esercito terrestre cattivo che ad un certo punto si schiera contro i difensori dell'umanità, attaccandone la base con uno scontro all'arma bianca... e così via. A tutti questi schematismi ben collaudati si aggiungono il classico antagonista belloccio che verso la fine della serie si pente dei suoi misfatti cambiando fazione, gli intrighi politici e l'immancabile storia d'amore tragica - un dramma il quale, insolitamente, in questo caso si risolve subito, nella prima puntata. Nell'opera la componente esistenzialista e depressa è soltanto una facciata, una scelta dettata dalla moda del suo tempo: in realtà "Argento Soma" e "Evangelion" sono due cose ben diverse, e chi odia l'uno potrebbe amare l'altro e viceversa.

sabato 2 maggio 2015

Earth Girl Arjuna: Recensione

Titolo originale: Chikyuu Shoujo Arjuna
Regia: Shoji Kawamori
Soggetto: Shoji Kawamori
Sceneggiatura: Shoji Kawamori
Character Design: Kishida Takahiro
Musiche: Yoko Kanno
Studio: Satelight
Formato: serie televisiva di 13 episodi
Anno di trasmissione: 2001


Indubbiamente, "Chikyuu Shoujo Arjuna" è l'opera più adulta e riflessiva di Shoji Kawamori, un autore il quale di certo non ha bisogno di presentazioni. Si tratta di un majokko dal sapore decisamente anomalo, esoterico, in cui la cultura religiosa indiana fa da padrona, congiunta a determinati contenuti impegnati come l'esaurimento delle risorse del pianeta, l'alienazione dei giovani giapponesi postmoderni, i difetti di comunicazione tra persone, e, sopratutto, tra uomo e natura. L'opera, come si deduce immediatamente dal titolo, è ispirata alla Bhagavad Gita, quel libro che per gli indiani corrisponde al nostro vangelo; infatti, Juna e Chris, i due protagonisti dell'anime, non sono nient'altro che delle rielaborazioni fantasiose di Arjuna, il mitologico guerriero tormentato, accecato dal dubbio e dall'incomprensione, e Krishna, la divinità che si rivelerà al suddetto al fine di risvegliarlo dal caos presente nel suo animo.

sabato 25 aprile 2015

General Daimos: Recensione

 Titolo originale: Tōshō Daimos
Regia: Tadao Nagahama
Soggetto: Saburo Yatsude, Tadao Nagahama
Sceneggiatura: Masaki Tsuji, Saburo Yatte
Character Design: Yuki Hijiri
Mechanical Design: Studio Nue
Musiche: Shunsuke Kikuchi
Studio: Sunrise, Toei Animation
Formato: serie televisiva di 44 episodi
Anni di trasmissione: 1978-1979


Kazuya e Erika si amano. Non è un amore dettato dalle leggi della materia, nato per qualche tornaconto personale, o stroncato dalle difficoltà della guerra. E' un amore istantaneo, assoluto e platonico, che supera la diversità, l'odio e le incomprensioni. Non può essere condizionato dal dubbio e dalla distanza, né tantomeno dall'incombente tragedia: l'amore di Kazuya, coraggioso e leale guerriero, verso Erika, la principessa del popolo contro cui egli deve combattere, non ha barriere, è più forte di qualsiasi arma, di qualsiasi ideologia. E' così che prende vita l'intenso mood di "General Daimos", il celebre "Romeo e Giulietta" del robotico.

venerdì 17 aprile 2015

Boogiepop Phantom: Recensione

Titolo originale: Boogiepop wa Warawanai
Regia: Takashi Watanabe
Soggetto: basato sui romanzi di Kouhei Kadono
Sceneggiatura: Sadayuki Murai, Seishi Minakami, Yasuyuki Nojiri
Character Design: Shigeyuki Suga
Musiche: Yota Tsuruoka
Studio: Mad House
Formato: serie televisiva di 12 episodi
Anno di trasmissione: 2000


Oscuri frammenti di sanguinosi trascorsi emergono da un nebbioso mare di alienazione. Il sapore acerbo della propria inutilità di falliti da disagio latente diventa uno strepito disturbante; ed ecco che il mero vivere assume i connotati di una ripugnante malattia dalle suggestioni lancinanti, paragonabili al miasma di un cadavere in putrefazione. Dalle percezioni distorte di un essere tormentato da quel vuoto profondo che anima il triste balletto dell'esistenza, emerge la coscienza dell'insensatezza della propria condizione: è una donna in nero dallo sguardo truce, penetrante, in grado di sondare nelle profondità dell'animo umano tutte le possibili sfumature del terrore e della follia. Boogiepop cammina lentemente, col volto afflitto, portandosi sulle spalle un'indescrivibile solitudine, l'incomunicabilità assoluta; e biechi frammenti di sguardi, ghigni malefici, sangue, fallimenti, depressione, buio, caos si riuniscono nell'atmosfera circostante, alimentando una scarica elettrica che buca il cielo scuro come la pece, emanando spirali acustiche che in cerchio muovono strazianti, acerbe melodie.

sabato 11 aprile 2015

Mobile Suit Z Gundam: Recensione

Titolo originale: Kidō Senshi Z Gundam
Regia: Yoshiyuki Tomino
Soggetto: Hajime Yatate, Yoshiyuki Tomino
Sceneggiatura: Yoshiyuki Tomino, Akinori Endo, Hiroshi Ohnogi, Miho Maruo, Tomoko Kawasaki, Yasushi Hirano, Yumiko Suzuki
Character Design: Yoshikazu Yasuhiko
Mechanical Design: Kunio Okawara, Kazumi Fujita, Mamoru Nagano
Musiche: Shigeaki Saegusa
Studio: Sunrise
Formato: serie televisiva di 50 episodi
Anni di trasmissione: 1985 - 1986


1985. Contemporaneamente all'ibrido real/super robot "Layzner", lo studio Sunrise sforna "Mobile Suit Z Gundam", il seguito diretto della leggendaria prima serie gundamica. Si tratta di un progetto ambizioso e dal budget spropositato, un mastodontico kolossal dagli aspetti tecnici all'avanguardia e dall'inaudito fascino stilistico; con quest'opera, l'obbiettivo primario dello staff guidato da Yoshiyuki Tomino fu quello di creare una versione molto piu' complessa della prima serie televisiva, ossia un thriller fantascientifico dalla trama oltremodo sofisticata, nonché infarcito con una marcata dose di fantapolitica e melodramma. Nonostante tutte queste buone premesse, il risultato finale in un certo senso contraddice la pietra miliare del 1979, scadendo nella spettacolarizzazione della guerra e trascurando quelle importanti riflessioni su di essa che avevano reso il primo "Gundam" un'opera coraggiosa, concettuale e profonda. Non c'è quindi da stupirsi del fatto che Tomino abbia per lungo tempo rinnegato "Z Gundam", non ritenendolo in alcun modo rappresentativo della sua poetica.

sabato 4 aprile 2015

Perrine Monogatari (Peline Story): Recensione

  Titolo originale: Perrine Monogatari
Regia: Satou Hiroshi, Koshi Shigeo
Soggetto: basato sul romanzo "In Famiglia" di Hector Malot
Sceneggiatura: Satou Hiroshi 
Character Design: Seki Shuuichi
Musiche: Watanabe Takeo
Studio: Nippon Animation
Formato: serie televisiva di 53 episodi
Anno di trasmissione: 1978


Dalla lontana Bosnia ha inizio il lungo viaggio di Perrine Paindavoine e della sua dolce madre indiana, a bordo di un misero carretto trainato da un asino; esse sono alla ricerca dell'ultimo parente rimasto al mondo dopo la tragedia, quel ricco nonno paterno che ripudiò l'amata di suo figlio, da quest'ultimo conosciuta durante un viaggio d'affari in India: ivi Edmond Paindavoine trovò oltre all'amore anche la morte, lasciando moglie e figlia sole, soltanto con la speranza di poter arrivare un giorno a Maroucourt, in Francia. Ma con la certezza di essere accolte freddamente da un parente distante, irraggiungibile; quel nonno che tanto detestava l'indiana che aveva portato via suo figlio, soltanto per via del colore della pelle e di un freddo, ferito orgoglio. 

sabato 28 marzo 2015

Hunter x Hunter: Recensione

Titolo originale: Hantā x Hantā

 Titolo inglese: Hunter x Hunter

Autore: Yoshihiro Togashi

 Tipologia: Shounen Manga 

 Edizione italiana: Planet Manga

Volumi: 32 (in corso)

Anni di Pubblicazione: 1998



"Hunter x Huter" è uno shounen decisamente atipico; una di quelle letture le quali inizialmente ingannano, ma che in seguito si rivelano formidabili, imprevedibili, talvolta geniali. Già, perché nell'approcciarsi al primo numero del manga sembra di esser capitati di fronte al ben collaudato viaggio di formazione del solito ragazzino prodigio dai capelli sparati in cerca del padre; tutto sembra banale, ordinario, senza molte cose da dire rispetto a quanto non sia già stato detto nel contesto degli shounen moderni. Ma non è così. La mano estremamente autorale di Yoshihiro Togashi prende i classici cliché del genere e li plasma rendendoli più eterogenei attraverso insane commistioni con i generi più disparati, arrivando talvolta a decostruirli; egli possiede una follia bizzarra, avvenente, nella quale c'è ancora spazio per una sottile e ricercata logica. "Hunter x Hunter" si tratta infatti di un connubio tra follia e ragione quanto mai denso di spunti creativi e risvolti memorabili; un manga in cui viene rappresentato un mondo di fantasia in cui si muovono degli individui altrettanto particolari e imprevedibili; ma il tutto, a suo modo, possiede una certa carica di "realismo" e di coerenza strutturale, come "Le bizzarre avventure di JoJo" insegnano. I combattimenti, ad esempio - come nel manga sopracitato - si basano sulla strategia, sulla psicologia e sul ragionamento; la forza bruta spesso si rivela inutile: si tratta di scontri tra personalità, ognuna con i suoi dubbi, il suo background, le sue ragioni di vita e il suo credo. Nell'opera compaiono decine e decine di personaggi tutti differenti tra loro, ma caratterizzati in modo impeccabile, dotati di una caratterizzazione psicologica "verosimile" e di degli obbiettivi personali messi perfettamente in relazione con il mondo fittizio che li circonda - anch'esso curato nei minimi dettagli.