sabato 21 febbraio 2015

La Maschera di Vetro (Il Grande Sogno di Maya): Recensione

 Titolo originale: Glass no Kamen

 Titolo inglese: The Glass Mask

Autore: Suzue Miuchi

 Tipologia: Shoujo Manga 

 Edizione italiana: Star Comics

Volumi: 49 (in corso)

Anni di Pubblicazione: 1976 

 


E' difficile rendere l'idea della vastità, del carisma e della profondità di un capolavoro come "Glass no Kamen". Si tratta di una di quelle opere inarrivabili che sono state in grado di elevare a livelli superiori i rispettivi media di appartenenza, passando alla storia dopo un imperituro successo di critica e di pubblico. "La Maschera di Vetro", ancora oggi capolavoro incompleto, ha completamente assorbito l'intera vita della sua autrice, snodandosi con innata grazia nel corso di numerosi anni in un crescendo continuo di bellezza e pathos, partendo da basi apparentemente ordinarie per poi elevarsi sempre di più, da una parte scandagliando l'animo umano con arguto ingegno, dall'altra rappresentando allegoricamente il bisogno di assoluto tipico dell'uomo, quel contatto con l'ignoto e con la totalità delle cose ormai perduto: la Dea Scarlatta, la rappresentazione delle rappresentazioni, il punto all'infinito verso cui tendono tutte le innumerevoli maschere indossate nel corso della propria mera esperienza di vita. Il teatro diventa quindi metafora dell'esistenza, in "Glass no Kamen", e lo spettacolo finale che lega come un filo impercettibile tutte le persone e le cose assume inevitabilmente dei connotati divini, sovrumani, impenetrabili.


«Non avevo mai conosciuto una tale calma.
La platea diventava il fondo del mare.
Davanti ai miei occhi si stendeva il silenzio.
Dove mi trovo?
Chi sono?
Avevo consapevolezza di me stessa, la mia anima si era risvegliata.
[Osserva il riflettore]
Quella è la luce della Luna.
Fluttuo nell'aria come se fossi nell'acqua.
Vibro nella luce come se fossi nel vento.
D'un tratto avevo la sensazione di udire la voce degli dei.
Il vento e io eravamo la stessa cosa.
Il fuoco e io eravamo la stessa cosa.
L'acqua e io eravamo la stessa cosa.
La terra e io eravamo la stessa cosa.
Gli alberi, l'erba e io eravamo la stessa cosa.
Gli animali, gli insetti e io eravamo la stessa cosa.
I pesci e io eravamo la stessa cosa.
Gli uccelli e io eravamo la stessa cosa.
Le montagne e io eravamo la stessa cosa.
Il cielo e io eravamo la stessa cosa.
Il mare e io eravamo la stessa cosa.
Il sole e io eravamo la stessa cosa.
Le stelle e io eravamo la stessa cosa.
Lo spazio e io eravamo la stessa cosa.
Esseri nel medesimo mare della vita, con la stessa anima.
Tutte le creature e io eravamo la stessa cosa.
Questi pensieri mi entravano nel petto come la luce, senza parole e senza logica; come se improvvisamente una luce nelle tenebre ti facesse vedere per un attimo il mondo vero.
Quella luce, diventata pensiero, usciva a fiotti da tutto il mio corpo.
L'anima appariva come vita, e ancora la vita si nascondeva nell'anima.
Senza tempo, viaggiavo nell'eternità.
La gente non vede il mio aspetto.
Non sa che il creato ha vita.
Non sa che lo spirito delle creature e delle persone ha la stessa origine comune.
Anime addormentate, astute e sciocche!
Prestate orecchio al suono del cielo!
Ascoltate le parole della Terra!
Il vento è il mio cuore!
Il fuoco la mia forza!
L'acqua la mia vita!
La Terra il mio amore!
Sbocciate, fiori scarlatti della vita millenaria!
»
[L'attrice Chigusa Tsukikage raggiunge l'illuminazione interpretando il capolavoro teatrale denominato La Dea Scarlatta.]


Ma ora, prima di compiere un'analisi più profonda dell'opera, ne riporto di seguito una breve sinossi. Maya Kitajima è una ragazza come tante, la quale nutre una smisurata passione per il teatro; un giorno, la leggendaria attrice Chigusa Tsukikage ne riconosce l'innato talento, e decide di prenderla come sua allieva; il potenziale di Maya è enorme, e il suo stile di recitazione a dir poco geniale le permetterà di ottenere fin da subito enormi risultati, permettendole di confrontarsi direttamente sulle scene con Ayumi Himekawa, altro genio della recitazione che diventerà la sua indiscussa rivale. Entrambe le ragazze, dopo varie peripezie, verranno candidate come protagoniste della Dea Scarlatta di Ichiren, il mentore scomparso di Chigusa Tsukikage, e verranno guidate lungo tale percorso da quest'ultima, l'unica attrice esistente ad aver interpretato in passato la suddetta opera teatrale (prima che la sua carriera fosse stroncata da un incidente sul palcoscenico che la sfigurò). Per raggiungere il loro scopo, Maya e Ayumi dovranno recitare in numerosissimi ruoli completamente diversi, perfezionandosi e affrontando le numerose difficoltà presenti nel competitivo ambiente teatrale giapponese; in particolare Maya dovrà gestire il suo tormentato rapporto con il - quantomeno nell'apparenza - freddo e cinico produttore della Daito Productions, Masumi Ayami; sacrificare la propria vita privata sull'altare del teatro; trovare la forza di rialzarsi ogni volta che avrà perso tutto, dato che più volte il mondo reale non esiterà a distruggerla e a stroncare il suo sogno sul nascere.


Le idee alla base dell'evergreen di Suzue Miuchi sono affini allo shoujo e allo spokon d'autore degli anni settanta; sono immediatamente riconoscibili rimandi al classico "Candy Candy" di Yumiko Igarashi (si pensi alle cattiverie femminili cliché, al percorso di crescita della protagonista, all'ammiratore misterioso che agisce nell'ombra), nonché a opere seminali del calibro di "Ace wo Nerae" (gli allenamenti sfiancanti imposti dal cosiddetto "allenatore demone", l'apparentemente irragiungibile rivale dall'innatà beltà e dal grande carisma). Ciò premesso, la cosa che rende "Glass no Kamen" superiore agli altri shoujo dell'epoca è la profondità con cui vengono delineati i personaggi principali, sopratutto dal punto di vista psicologico, e la generale maestria con la quale l'autrice riesce a rendere la sua opera una grande allegoria in cui s'intrecciano tra loro tematiche decisamente profonde quali la verità e il suo rapporto con la finzione, le maschere che regolano i rapporti tra persone, il legame che unisce l'uomo all'arte; quell'arte che, sia all'interno del manga che all'esterno, nella vita della sua autrice, diventa l'unico mezzo in grado di elevare l'artista a divinità, aprendogli un varco verso quell'assoluto impossibile da discernere in un mondo in cui gli uomini hanno dimenticato l'intimo contatto con la sostanza delle cose, e si sono rifugiati in una tetra società basata sull'apparenza, sul caos, sull'omologazione, sul cinismo e sulla competizione fine a sé stessa.

«Nessuno degli abitanti di questa metropoli crede nella Dea Scarlatta.
Non riescono a crederci.
La Dea Scarlatta può esistere soltanto sul palcoscenico di un teatro.
Una volta finito lo spettacolo, svanisce come un sogno.
L'animo e le parole della Dea Scarlatta non possono sopravvivere nel mondo reale.
Maya, fammi credere nella Dea Scarlatta!
»
[Masumi Ayami si rivolge a Maya Kitajima.]


Indubbiamente, come accennavo in precedenza, i protagonisti di "Glass no Kamen" sono ineccepibili: la stessa Maya, nonostante sia una ragazza nella media, una volta salita sul palco si trasforma completamente, riuscendo a rapire sia il suo pubblico che il lettore con interpretazioni pregne di una raggiante carica emotiva. D'altro canto, se Maya possiede un talento basato esclusivamente sull'istinto e sulla sensibilità necessaria a cogliere completamente l'animo dei personaggi da interpretare (non per nulla la sua maestra di teatro e di vita, Chigusa Tsukikage, l'ha fin da subito impostata con il metodo Stanislavskij), la sua rivale Ayumi Himekawa si affida completamente al ragionamento e alla tecnica recitativa tout court, dimostrando capacità altrettanto straordinarie, sebbene di natura differente. Le caratteristiche delle due rivali sono perfettamente in linea col loro background; Maya infatti viene dalle strade, e deve emergere versando un elevato tributo di lacrime e sangue: da qui la sua semplicità di "ragazza della porta accanto" dal talento prevalentemente istintivo e oltremodo viscerale; Ayumi, invece, è la figlia d'arte di una grande attrice e di un altrettanto celebre regista, e non ha mai conosciuto emozioni forti come Maya, dacché la sua vita agiata non le ha permesso di vivere la vera collera, la vera disfatta, la vera sofferenza. Ma la grandezza del personaggio di Ayumi è comunque indiscutibile, e la si comprende quando ella si sottopone a prove sfiancanti al limite dell'ascetismo coadiuvate da un totale rifiuto dei privilegi annessi alla sua condizione sociale. Detto ciò, quello che a mio avviso si presenta come il personaggio meglio riuscito dell'opera è Chigusa Tsukikage, la prima - e forse l'unica - Dea Scarlatta della storia; una temibile insegnante dall'enorme carisma, tanto dura e spietata quanto saggia ed irremovibile. La Tsukikage è una vera e propria guida spirituale per tutti i protagonisti, nonché l'inossidabile figura attorno alla quale ruotano tutte le vicende del manga.


In "Glass no Kamen" i rapporti tra personaggi, allo stesso modo delle dinamiche teatrali, sono vincolati da una maschera; ognuno deve indossare una maschera, altrimenti la sua vera essenza si rivelerebbe inappropriata all'ambiente circostante e all'imprinting degli individui che lo popolano. Ad esempio, dietro alla facciata brillante e irraggiungibile della bellissima Ayumi Himekawa è presente una persona tormentata dal genio di Maya Kitajima e inondata da un sentimento di amore/odio nei suoi confronti; inoltre, particolarmente significative sono le dinamiche tra Maya Kitajima e il suo ammiratore delle "Rose Scarlatte", Masumi Ayami, freddo e irriverente produttore odiato dalla protagonista e allo stesso tempo innamorato di lei; in questo caso, per il suddetto, la maschera pregna di cinismo è necessaria al fine di gestire il rapporto tormentato col padre, ad affrontare lo spietato mondo degli affari tipico del boom economico giapponese e a provocare Maya nei suoi momenti di debolezza, al fine di riaccendere in lei lo spirito combattivo necessario per superare le avversità della vita. Da una parte egli svolge un ruolo odioso, mentre dall'altra si rivela un benefattore gentile e sinceramente innamorato della sua musa ispiratrice. Nel momento in cui le maschere cadranno, gli eventi indotti dai meccanismi con cui funziona la società puniranno gli attori, li metteranno a nudo e li scherniranno, esattamente come s'essi fossero dei prigionieri rinchiusi in un teatro vuoto, gramo, in cui è impossibile elevarsi a qualcosa di superiore; a questo punto, l'unica via di salvezza rimane l'arte: soltanto sul palcoscenico si può amare veramente, con tutta l'anima, diventando degli esseri completi (si pensi all'amore di Ichiren per la Tsukikage, reso magistralmente in uno dei momenti più intensi del manga, ovvero quello in cui viene svelato il passato della grande attrice).

«Tira fuori il coraggio e va' avanti, Maya!
Anche se dovessi rimanere ferita, dopo capirai certamente cosa significa essere nati per amare.
Gioia, tristezza, sofferenza, angoscia e tormento d'amore.
Tutti i sentimenti che scaturiranno dal profondo del tuo cuore alla fine ti serviranno per la Dea Scarlatta!
»
 [Chigusa Tsukikage si rivolge a Maya Kitajima.]


La commistione tra shintoismo e buddhismo rappresentata dall'autrice - sia allegoricamente che esplicitamente - è pregna di un enorme fascino squisitamente orientale; spesso la Dea Scarlatta viene paragonata al Buddha, ma allo stesso tempo è lo spirito dell'albero di susino, ed ergo assume dei connotati animistici tipicamente shinto. Le stesse parole della Tsukikage di cui sopra sono un'esaltazione della forza delle passioni e della loro importanza nell'autorealizzazione del Sé, cosa molto più vicina allo shintoismo che al buddhismo; ma il punto sostanziale nelle speculazioni della Miuchi risiede nella corrente di pensiero orientale da cui shintoismo e buddhismo traggono ispirazione: il Taoismo cinese, la dottrina dell'azione nella non-azione. Il "diventare Buddha" e il "diventare pianta" sono aspetti equivalenti della Dea Scarlatta, ed entrambi sono caratterizzati dall'annullamento del sé e dall'abbandono del limitato ego umano in favore della percezione della totalità delle cose. La Dea Scarlatta è quindi un'emanazione del non-essere, ovvero il principio primo che anima l'universo, il cosiddetto Tao. L'utilizzo della simbologia dello Yin e dello Yang adoperata dall'autrice e i vari rimandi alla religione taoista sono molto precisi e allo stesso tempo gradevolmente estetizzati; durante il corso degli eventi, inoltre, l'annullamento del sé diventa un leitmotiv ricorrente: esemplare è un episodio all'inizio del manga in cui Maya deve interpretare una bambola; e giacché ella durante le prove non riesce ad annullare il suo ego al fine d'immedesimarsi completamente in tale difficile ruolo, per necessità viene mandata dalla Tsukikage a meditare presso un monaco buddhista Zen. Saranno parecchi gli spettacoli in cui Maya dovrà progredire spiritualmente al fine di riuscire a immedesimarsi nei suoi personaggi, sopratutto quelli che richiedono una marcata rinuncia a sé stessi e una percezione differente, volendo sovrumana, della realtà circostante: si pensi a Helen Keller, la sordo-cieca protagonista di "Anna dei miracoli", o alla ragazza-lupo Jane di "Lande Dimenticate". Rimanendo in tema, molto suggestiva è la storia dello scultore Kaikei, nella quale il giovane attore Sakurakoji, dovendo interpretare la parte dello scultore nella Dea Scarlatta, decide di osservare il lavoro quotidiano di un vero sculture di statue sacre del Buddha. In questo strano percorso - sia interiore che esteriore - Sakurakoji osserva che ogni singola azione di Kaikei - cura del giardino, crescita dei figli, lavoro presso il municipio del paese, ricerca del contatto umano - per quanto sembri banale è invero rivolta alla ricerca dell'equilibrio e dell'armonia. Lo scultore, giunta la domenica, si ritira in silenzio e osserva per ore il blocco di legno inanimato che diventerà la sua statua, confidando di sentire una voce chiamarlo dall'interno di esso: e la creazione artistica diventa quindi frutto dell'annullamento del sé: non è l'artista che modifica attivamente il legno al fine di ricavarne una statua, ma è la statua stessa all'interno del legno che comunica la sua forma allo scultore. Per un occidentale questo fatto potrebbe rivelarsi alquanto bizzarro, ma dal punto di vista del pensiero orientale è un'allegoria molto profonda del processo di "creazione" di una determinata cosa. L'intuizione assoluta dell'oggetto artistico è il frutto della propria esperienza di vita: Kaikei ha imparato a comunicare con il pezzo di legno che deve incidere, ma per far ciò ha dovuto diventare a sua volta un pezzo di legno, annullando sé stesso e l'invadenza autoreferenziale dell'ego. Ma il pezzo di legno è allo stesso tempo il Buddha, e anche lo scultore a questo punto è diventato Buddha, allo stesso modo di quanto accade nel caso della Dea Scarlatta: diventare l'albero di susino equivale a raggiungere l'illuminazione. Le spirali emozionali agitate dalle passioni non sono necessariamente negative, ma vanno assimilate e comprese, in quanto sono anch'esse parte integrante del percorso che conduce al Tao.
Yin e Yang, ovvero antitesi e sintesi che formano un tutt'uno indivisibile. Anche l'amore sovrumano e sostanziale della Dea Scarlatta è influenzato da questa corrente di pensiero, e la Miuchi riesce a trasmettere pienamente la sostanza delle sue speculazioni genuinamente orientali attraverso parallelismi e metafore ineccepibili. 


Nell'approcciarsi a "Glass no Kamen" si palesa istantaneamente il marcato perfezionismo dell'autrice, la quale, a dire il vero, ha utilizzato questo pretesto anche al fine di giustificare la sua estrema lentezza nella stesura del suddetto. Dal punto di vista grafico il tratto della Miuchi si dimostra elegante ed armonioso, e i personaggi risultano molto espressivi, sia nei movimenti del corpo che negli sguardi (celebre è l'artificio tipico dell'autrice di non disegnare i bulbi oculari al fine di far assumere ai suoi personaggi inquietanti connotati intimamente connessi alle loro forti emozioni). La cultura teatrale della Miuchi è sorprendente, e ogni singola rappresentazione non risulta affatto tediosa, ma avvincente e appassionante; addirittura una persona completamente disinteressata al palcoscenico come il sottoscritto ha dovuto ricredersi, e provare una forte empatia per la "finzione nella finzione" che caratterizza il manga, il quale trasuda una sincera passione per l'arte da ogni singola pagina. La sceneggiatura è estremamente incalzante, sia nelle numerose rappresentazioni teatrali - le quali compongono la maggiorparte dell'opera - che nel "mondo reale" nel quale si muovono i personaggi, con le loro passioni ed ambizioni; inoltre, al termine di ogni volume è immancabile il classico cliffhanger in grado di catturare al massimo l'interesse del lettore. Ciononostante, tutte queste ottime premesse, coadiuvate da appassionate analisi dense di profondità quanto mai degne di un grande capolavoro, a parer mio sono calzanti sino al quarantesimo volume del manga (la rappresentazione della Dea Scarlatta ad opera di Chigusa Tsukikage), dopodiché "Glass no Kamen", che si era dimostrato sempre più serrato, profondo e carismatico di volume in volume - sino a diventare a parer mio un'opera omnia, una sorta di "Siddharta" a fumetti -, forse a causa della mancanza d'ispirazione e all'indolenza dell'autrice, subisce un netto certo calo qualitativo, trasformandosi in una classica soap opera marchiata a fuoco da tutti i banalissimi cliché del genere. Ed ecco che, superata la quarantina di volumi, la storia d'amore tra Maya Kitajima e Masumi Ayami diventa goffa, a tratti caricaturale, minacciata dalla follia e dai ricatti della fidanzata di lui; il teatro e gli aspetti religiosi del manga vengono messi in secondo piano, a favore di una continua stagnazione delle vicende che non fa altro che rimandare il finale con inutili artifici e altre ridondanti inezie decisamente fuori luogo; a questo punto, a mio avviso, sarebbe stato meglio lasciare "Glass no Kamen" allegoricamente incompleto al quarantesimo volume: sarebbe stato più che coerente, dacché in fondo, prima di tale inarrivabile traguardo, era già stato detto tutto quello che c'era da dire.
In conclusione, usando un noto aforisma di Paulo Coelho, non è la meta che conta, ma il cammino che si compie per raggiungerla ; in questo senso, tralasciando la recente secca creativa dell'autrice, per me "Glass no Kamen" è un grande capolavoro, uno dei più grandi della storia del fumetto mondiale.






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