martedì 27 dicembre 2016

Haibane Renmei: Intervista agli autori


Con molto piacere pubblico la traduzione in italiano dell'intervista a Yasuyuki Ueda e Yoshitoshi ABe contenuta del dvd americano dell'opera da me posseduto (appartenente alla collana “Anime Classics” della Geneon Universal). Ho scelto di non integrare la recensione già presente nel blog con i retroscena contenuti in questa intervista per non disturbare il nostro etereo admin Onizuka90, e perché la reputo abbastanza significativa - e divertente - nella sua interezza. Buona lettura.

A sx, Yasuyuki Ueda, a dx, Yoshitoshi ABe

Intervistatrice: Era nelle vostre intenzioni far parte dell'industria dell'animazione?

Ueda: No, neanche minimamente. Sono un lavoratore salariato. Io faccio quello che la compagnia mi dice di fare.

ABe: No, per nulla. Quando lavoravo su lain, facevo ancora l'università e studiavo lo stile di pittura giapponese, e stavo ancora considerando di intraprendere una carriera in quel campo o di diventare un illustratore.

Ueda: Beh, ma tu alla fin fine facevi già l'illustratore...

ABe: Certo, lo facevo. Ma illustravo per guadagnarmi i soldi necessari per le lezioni di pittura. All'epoca non ero ancora in grado di rinunciare al mio sogno di diventare un pittore.

Ueda: I materiali necessari allo stile di pittura giapponese sono molto costosi. Un certo tipo di pigmenti speciali sono estremamente cari... 5000 yen per 15 grammi, ad esempio. Pertanto, quando dipingi un quadro lungo qualche metro, diciamo due metri, i materiali da soli costano centinaia di migliaia di yen. Al fine di pagarsi tutta quella roba, lui ha fatto cose come disegnare gli strani macchinari di Sakura Wars per una guida strategica di un videogame, oppure...

ABe: …Ho lavorato con i volantini. Facevo volantini per un'agenzia matrimoniale.

Ueda: Così era la sua vita allora, e diventare povero era una cosa in secondo piano per lui.

Intervistatrice: Qual è stata la cosa divertente nel disegnare i personaggi?

ABe: Quello che mi è piaciuto, per quanto riguarda Haibane, è che potevo decidere un sacco di cose da solo. Invece, in lain e Texhnolyze dovevo ascoltare la gente attorno a me e pensare a quello che dicevano, cercando di creare un prodotto finale che riflettesse le immagini che si facevano. In questo processo, mi sentivo molto incerto. Non sapevo se stavo facendo le cose nel modo giusto. Quindi piuttosto di dire “Questo è quello che penso”, dovevo rendere conto a loro dicendo “Ti va bene questa cosa?”. Ma in Haibane, la persona a cui ho fatto tale domanda ero io stesso, quindi ho potuto ridurre la mia incertezza al minimo. Ho pensato a qualcosa e ho semplicemente detto a loro “Questo è quello che penso”, e ciò era quello che accettavano. Pertanto, per quanto concerne il design, ho fatto tutto da solo, ed è stata dura. Ma allo stesso tempo mi ha preso molto poco tempo, perché sapevo esattamente quello che stavo facendo. D'altra parte, la cosa difficile era... Beh, adottare l'approccio “Ti va bene questa cosa?” qualche volta rendeva tutto più facile. Voglio dire... lo standard è avere qualcuno che ti dice se una cosa è buona o cattiva. Dunque l'unica cosa che devi fare è lavorare sodo. Non sei la sola persona in carica, e parte delle responsabilità sono a carico di altre persone. In questo senso, è qualcosa di più facile. Ma con Haibane non è stato affatto così. Se i disegni non funzionavano bene all'interno della storia, io ero l'unica persona da incolpare. Ho sentito della pressione a tal riguardo.

Ueda: Beh, la direttrice era terrificante, e così via.

ABe: Lo sai (si rivolge all'intervistatrice), sebbene si parli della mia opera, il signor Ueda si lamenta sempre, come se fosse la cosa più naturale da fare. Pure con NieA lo faceva. In merito a Yoshinen, ha detto qualcosa del tipo “E' troppo piatto”. E a pensarci bene, mi fece fare anche delle modifiche!

Ueda: (ride).

Intervistatrice: Qual'è il tuo personaggio preferito?

ABe: Dato che li ho creati io, è difficile dire se mi piace o non mi piace un determinato personaggio. Loro sono parti di me. Quindi è veramente duro dire se mi piace o non mi piace questo o quel personaggio. Suppongo che mi faccia sentire come se stessi intonando le mie lodi, il che mi fa sentire un po' a disagio.

Intervistatrice: Cosa vorresti fare se fossi nel mondo di Haibane?

ABe: Probabilmente sarei un intonacatore.

Intervistatrice: Quanto tempo hai speso per sviluppare il concetto su cui si basa la storia?

ABe: Penso che quello che costituisce il nucleo, il cuore della storia, anche se non ne ero pienamente consapevole quando la stavo scrivendo, è ciò che appartiene alle mie memorie di dieci o undici anni fa. Penso che questa sia l'origine della storia. Ma quando stavo pensando di scrivere la storia, volevo fare una storia senza alcuna pianificazione concettuale a priori, una storia creata interamente ad libitum. Quindi, sostanzialmente, in questo senso c'era zero pianificazione. Le idee mi erano saltate in testa e ho scritto come se fossi stato una macchina da scrivere automatica. Questo è il concetto su cui si basa la storia.

Intervistatrice: Qual è il messaggio che volevi trasmettere agli spettatori?

ABe: La salvezza. Dopotutto, questa è una storia in cui una ragazza Haibane di nome Reki trova la salvezza. E di mio rammento di aver vissuto un'esperienza simile alla sua. Allora avevo pensato “Oh, questa, in un certo senso, è la mia salvezza”, ed essere stato in grado di pensare in tal modo aveva significato molto per me. Ho voluto scrivere una storia basata su un periodo della mia vita che partiva da quando stavo soffrendo e che arrivava fino al punto in cui avevo sentito di aver trovato la salvezza. La mia esperienza è stata filtrata in una storia di finzione: se fossi riuscito far provare al pubblico qualcosa di simile a quello che avevo sentito alla fine della mia esperienza, allora, nonostante la natura personale della storia, essa sarebbe diventata un qualcosa di sensato. Questo è quello che ho pensato.

Ueda: La storia è un po' inusuale. Ha veramente pochi elementi destinati a gonfiare le emozioni degli spettatori. Invece, guardando i personaggi agire, qualunque cosa essi facciano, gli spettatori possono riflettere sulle loro esperienze personali e sentire qualcosa. Penso che la storia sia diventata una roba di questo tipo.

Intervistatrice: Quali sono le vostre intenzioni nella creazione di un'opera fantasy?

Ueda: Bene, vediamo... Per te il fantasy medio è una storia nella quale magari esiste un drago, oppure della gente che può usare la magia. Questo è un genere di fantasy. Ma non è il nostro. Oggi siamo in grado di vivere in qualunque modo ci piace, e non c'è alcun senso di urgenza... per fare un esempio, quello che proveremmo se dovessimo morire domani. Se lavori duro vieni accettato, e di conseguenza non c'è molto da rischiare. C'è un tipo di rischio che dipende dal fatto che il tuo lavoro venda bene o no, ma non c'è un rischio correlato alla tua sopravvivenza. Penso che ci mettiamo a creare delle storie fantasy per metterci alla prova, perché stiamo inconsciamente cercando di capire cosa saremmo in grado di fare se fossimo obbligati a vivere in un mondo del genere.

ABe: Sì, è proprio così... riesci a dire qualcosa di sensato ogni tanto! Sono sorpreso. Per la prima volta da quando siamo venuti in America, il signor Ueda ha detto qualcosa di significativo! (ride).

Ueda: Ma allora cosa hai pensato di me fino ad adesso? (ABe continua a ridere).

Intervistatrice: Quindi quando dite “fantasy” non intendete quello carino, ma un tipo di storia hardcore?

ABe: Certo, sento fortemente che la vita è molto semplice per noi, e che siamo viziati. Siamo protetti, e non abbiamo mai affrontato una situazione nella quale saremmo obbligati a guardare la morte in faccia. Forse ci sono alcune eccezioni, ma in generale viviamo in un ambiente molto sicuro. E se tu hai bisogno di immaginare qualcosa al fine di bilanciare un tale stile di vita, penso che tu sia costretto a creare un mondo ostile. La gente del passato concepiva nella sua mente dei mondi molto allegri. Seguendo lo stesso ragionamento, lo faceva perché la realtà delle loro vite era molto dura.

Ueda: E' probabile che quando stai a malapena sopravvivendo, concepisci una storia fantastica, penso... Ma di nuovo, se continui a creare un sacco di storie cupe, senti come se volessi fare qualcosa di allegro. Quindi la nostra immaginazione e le nostre fantasie sono estensioni delle nostre vite attuali. E in qualche modo, tendiamo a voler creare qualcosa che dia una sorta di riscontro alle nostre vite. Una storia che è interamente un prodotto dell'immaginazione può essere considerata più completa come fantasy. Ma essa esiste pur sempre per dare dei continui riscontri alla società attuale o alle nostre vite. Per continuare a vivere, penso che sia questo il motivo per cui creiamo delle cose.

Intervistatrice: Vi piacerebbe creare un'altra commedia?

ABe: Quando un certo ammontare di ciò che chiamo “energia negativa” viene accumulato, devo in qualche modo liberarmene, altrimenti verrei schiacciato dalla negatività. Quindi, per mandar via questa negatività, creo dei cartoni con delle gag comiche.

Ueda: Sì, a tutti e due piacciono le gag dopotutto! (ride). Quando mangiamo insieme, diciamo tante cose senza senso. Ci piace scherzare, e ci rende felici far ridere il pubblico. Quando lo fanno, pure noi, nella nostra mente, andiamo giù di risatine “heh-heh-heh-heh”. Come vedi, ci piace divertirci. Ma ci piacciono pure le tematiche pesanti, quindi mi sa che ci piacciono entrambe. Tutto sommato, mi sa che le uniche opere che non ci piacciono sono quelle vuote.

ABe: Questo è vero.

Ueda: Qualcosa che sta bene come merce non ci dà alcuna soddisfazione. Oppure qualcosa che è divertente ma dà la sensazione di essere senz'anima. Anche se vende veramente bene come prodotto di consumo, questo tipo di cosa non mi dà veramente una motivazione.

ABe. Certo, se l'avessimo fatto una volta, non ci sarebbe stato alcun futuro lavoro in seguito, perché l'abilità di farmi delle domande sarebbe venuta meno.

Intervistatrice: Un messaggio ai fan americani di Haibane dal signor ABe.

ABe: Siccome è accaduto che delle creature angeliche ne diventassero il motivo principale, sembra che la storia abbia un certo feeling religioso. Ma rimane pur sempre una storia non incentrata su alcuna specifica religione. Anche se penso che ciononostante sia comunque una storia religiosa, credo... Probabilmente riflette le mie idee in merito ad un'entità chiamata “Dio” e a un qualcosa chiamato “vita”. Non tutto è stato espresso nell'opera, ma penso che essa sia una specie di risposta agli interrogativi che mi sono posto. Spero che la storia abbia successo nel trasmettere ciò.

Intervistatrice: Un messaggio ai fan americani di Haibane dal signor Ueda.

Ueda: Haibane Renmei è un mondo creato dall'artista Yoshitoshi ABe. Il mio approccio come produttore è stato quello di presentare una storia interamente sua, senza alcuna distorsione. Mi sono sforzato molto lavorando ad essa, al fine di renderla una vera opera di Yoshitoshi ABe. Quindi se avete da lamentarvi, non venite da me, ma andate da lui per cortesia! (ABe scoppia a ridere). 

2 commenti:

  1. Dato che ho creato un blog da poco sto esplorando un po' questo mondo scoprendo gente che scrive cose interessanti. Complimenti per i post, ne ho letti tipo 4 prima di scrivere e sono tutti molto belli :)

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  2. Grazie mille per l'apprezzamento e buona lettura. Cerco sempre di mantenere degli standard qualitativi elevati nelle mie pubblicazioni, anche se ciò - ahimè - comporta la dilatazione della frequenza di pubblicazione dei vari post (specialmente in questo ultimo periodo, in cui sono abbastanza indaffarato).

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