sabato 5 marzo 2016

Sailor Moon: Recensione

Titolo originale: Bishoujo Senshi Sailor Moon
Regia: Jun'ichi Satou
Soggetto: Naoko Takeuchi
Sceneggiatura: Megumi Sugihara, Katsuyuki Sumisawa, Sukehiro Tomita, Shigeru Yanagawa
Character Design: Kazuko Tadano
Musiche: Takanori Arisawa
Studio: TOEI animation
Formato: serie televisiva di 46 episodi
Anni di trasmissione: 1992-1993


All'inizio degli anni novanta, con lo scoppio della cosiddetta babaru, la bolla economica che aveva indotto un benessere fittizio nel Giappone ottantino (a parte la svalutazione del dollaro dell'85 decisa al G5 tenutosi al Plaza Hotel di New York, che contribuì al tagliuzzamento del budget di molte serie animate in corso, esclusi ovviamente gli adattamenti televisivi degli inossidabili shounen della rivista Jump), l'animazione giapponese era in crisi, e la necessità di creare a tavolino un fenomeno sociale in grado di rimetterla sui binari del successo commerciale - ovviamente con un budget ristretto - era forte nei dirigenti Toei Doga.
Nel 1991, la misconosciuta ed ancora esordiente Naoko Takeuchi ha appena pubblicato "Codename wa Sailor V", un breve manga la cui protagonista è un'eroina mascherata dotata di una carismatica veste alla marinara modellata sulla base di quelle indossate dalle scolarette giapponesi. L'opera attira subito l'attenzione di Irie Yoshio - redattore capo di Nakayoshi, lo stesso mensile per bambine edito dalla Kodensha in cui negli anni settanta veniva pubblicato il seminale "Candy Candy" -, che propone all'autrice di iniziare un nuovo manga denominato "Bishoujo Senshi Sailor Moon", in cui oltre a Sailor Venus saranno presenti altre quattro eroine, in modo tale che, poco tempo dopo l'inizio della pubblicazione dell'opera (rivolta alle bambine di sei anni), la Toei Doga possa creare un tokusatsu show televisivo a cinque elementi seguendo l'esempio della formazione di "Yoroiden Samurai Troopers" mettendoci dentro un po' di "Silent Möbius" - le cui eroine che combattono i demoni hanno parecchie affinità con quelle della Takeuchi, la quale guardacaso è amica di Kya Asamiya, l'autrice del manga - e del nagaiano "Cutie Honey", dal quale "Sailor Moon" eredita il particolare gusto per la pop art e la catartica scena di nudo che avviene durante la trasformazione delle protagoniste in guerriere sailor, fattore che viene subito incontro alle esigenze dell'audience maschile assieme alle vertiginose minigonne da loro indossate.


Ha così origine la prima vera, grande strategia multimediale di marketing della storia dell'animazione, ancora prima di "Evangelion", "La Rivoluzione di Utena" e "Pokémon". Il mercato viene letteralmente invaso da ogni tipo di prodotto legato alle Bishoujo Senshi, dai prodotti alimentari ai videogiochi, sebbene l'indice di share della serie sia basso (si parla di un moderato 10% e la trasmissione avviene il sabato, nella fascia oraria delle 19.00, pertanto le aspettative degli sponsor sono logicamente molto più alte). Questo è dovuto al fatto che la serie televisiva, nonostante il suo talento innato nel creare profitti con il merchandising, viene seguita prevalentemente da una ristretta cerchia di otaku attratti dagli elementi moe dei personaggi femminili e dal citazionismo inserito nell'anime dal suo staff, anch'esso composto da otaku cresciuti con tokusatsu, lolicon e un culto quasi religioso dei prodotti di consumo. Se il manga originale fa furore tra le bambine, la serie animata affascina gli adulti dai venti ai trent'anni, che possono scegliersi la loro fidanzata bidimensionale preferita tra le varie eroine, le quali sono oltremodo sexy e complete nel loro stato adolescenziale, sebbene - in modo contraddittorio - siano aliene alle problematiche connesse all'erotismo e all'adultità: in "Sailor Moon" il trauma della crescita viene rimosso, e questo piace molto agli otaku, sicché la donna adulta in carne ed ossa non incontra i loro gusti - è troppo "sporca", ingestibile e legata ai problemi del mondo reale, pertanto incompatibile con i principi del moe e del lolicon. La suddetta rimozione sarà ancora più palese nelle serie successive - si pensi alla crescita istantanea di Chibiusa in "Sailor Moon R" e ai balzi temporali che compirà Hotaru Tomoe in "Sailor Moon S" e "Sailor Stars", in cui, rispettivamente, da adolescente diventerà adulta e da bebè diventerà bambina in modo immediato, senza mai "sporcarsi" con la perdita dell'innocenza.


Protagonista dell'opera è Usagi Tsukino - Usagi vuol dire "coniglio" e Tsuki no, combinato con il nome, alla giapponese dà "Tsuki no Usagi", ovvero  "Coniglio della Luna", una creatura immaginaria tipica del folklore orientale che ha a che fare con l'immortalità e la metempsicosi -, una quattordicenne indolente e svampita che invero è la reincarnazione della Regina della Luna, che nella vita precedente era innamorata di quello che ora è il misteorioso "principe azzurro" Mamoru Chiba - anch'egli senza memoria e in grado di trasformarsi in uno stiloso eroe tokusatsu con cilindro, smoking e mascherina, Tuxedo Kamen (nome che significa appunto "smoking mascherato"), che corre ritualmente in soccorso delle cinque eroine una volta ad episodio, lanciando una rosa - proprio come Yattodetaman - e dicendo una frase ridicola ma dall'innato coolness factor. Usagi si muove in una città "congelata" ed evanescente - fatto che viene accentuato dall'utilizzo degli acquerelli nella colorazione dei fondali -, al riparo dalle insidie del crudo mondo reale - una caratteristica che ricorda "Macross" e "Urusei Yatsura" - e contrariamente alle sue colleghe degli anni settanta, che dovevano sudare sangue per ottenere qualcosa pagando un prezzo molto alto, si annoia, non ha voglia di andare a scuola, è superficiale e inetta. Ella è la parodia delle baby boomer nate alla fine degli anni settanta soggiogate dalla cultura di massa, che non hanno nulla di interessante da dire, che piagnucolano per delle sciocchezze vivendo alla giornata, in un "eterno presente": meglio pensare al ragazzo che ci piace, uscire con le amiche per andare in sala giochi e comprare quantità esorbitanti di cianfrusaglie della nostra marca preferita, tanto il dopoguerra lacrime e sangue è finito, proprio come gli idealismi delle rivolte studentesche del '68. 


Le altre quattro eroine sono molto più cliché di Usagi, e incarnano dei simpatici - e statici, ovvero privi di evoluzione - luoghi comuni che vengono incontro alle esigenze d'identificazione del pubblico: la  secchiona timida e impacciata, Ami Mizuno; la guerriera/strega squisitamente femminile e oltremodo badass, Rei Hono (Hidaki Anno la omaggerà chiamando un ben noto personaggio di "Evangelion" con lo stesso nome); la ragazza-maschiaccio frustrata dagli insuccessi con l'altro sesso, Makoto Kino; l'anonima e non pervenuta Minako Aino, che risulta ridondante in quanto di fatto è il prototipo di Usagi Tsukino (è lei la famosa Sailor V). Il canovaccio ripetuto in ogni dove dalle protagoniste è ripetitivo al massimo, e viene coadiuvato verso la fine di ogni episodio dal rituale abbattimento del mostro "nagaiano" della settimana - il quale il più delle volte parodia un determinato aspetto della cultura consumistica di massa -, che ovviamente avviene mediante slogan, attacchi urlati, gonnelle alzate, danze nel vuoto catartico messo in moto più dalla musica che dall'effettivo numero di rodovetri (le animazioni sono di bassa qualità causa crisi economica e, come negli anni settanta, le stesse scene vengono riciclate in ogni episodio per ovvi motivi). La vittoria delle protagoniste - che non perdono sangue, non si fanno troppo male e resuscitano come le loro controparti videoludiche - è, ovviamente, quantomeno scontata, dacché i personaggi preferiti dal pubblico non si possono toccare, pena una diminuzione degli incassi. Mentre il manga riscuote un grande successo tra le bambine, i produttori arrivano addirittura a pensare di tagliare la serie, tuttavia i ricavi derivanti dal merchadising ad un certo punto crescono esponenzialmente, sdoganando i successivi adattamenti animati, tra i quali - fortunatamente - non manca l'evergreen carismatico dai contenuti adulti, "Sailor Moon S", questa volta sceneggiato da Yoji Enokido e diretto da Kunihiko Ikuahara.

Mamoru Nagano (a sx, autore di "The Five Star Stories" e mente dietro al tominiano "Heavy Metal L-Gaim") e Kunihiko Ikuhara (a dx, regista di "Sailor Moon S", "La Rivoluzione di Utena", "Mawaru Penguindrum" e "Yuri Kuma Arashi") esprimono tutto il loro amore per "Sailor Moon".

Fino ad adesso non si è mai parlato della "trama" di "Sailor Moon", e mai se ne parlerà: come sarà quasi tradizione negli anni novanta, le parodie basate sul citazionismo e sui cliché avranno strutture narrative molto simili ad archivi di dati preesistenti, e talvolta rinunceranno addirittura a questi ultimi. In una società in cui il sistema educativo nozionistico non incoraggia i giovani a creare collegamenti logici e contestualizzati tra le cose, l'importante è immagazzinare dati sugli oggetti, siano essi reali o meno, poco importa della narrazione: ormai queste cose non interessano più né al pubblico generalista né agli otaku - questi ultimi preferiscono tendere agguati alle doppiatrici delle loro eroine preferite, che sono diventate delle vere e proprie idol al centro di morbose e maniacali attenzioni, oppure creare doujinshi erotiche incentrate sulle loro ragazzine bidimensionali predilette, scambiandosele tra loro nei sempre più affollati Comiket, che a questo punto (1997, stando al Japan Times) traboccano di cosplayer dotate di tacchi allucinanti, tiare dorate e corpetti alla marinara tutti infiocchettati, in barba alla misofobia e alla frustrazione nei confronti della donna tipiche dei maschi giapponesi: "Sailor Moon", con il passare del tempo, diventa uno strumento utile non solo alle esigenze masturbatorie e transgender degli otaku, ma anche all'emancipazione femminile.


Chiudendo la breve parentesi sociologica, i "dati" che compongono la storia di Usagi e co. consistono nella sovrapposizione di una favola a base di archetipi junghiani (il principe azzurro, la principessa lunare, la strega cattiva, il castello), creata ad hoc per colpire la fantasia delle bambine, ad un tessuto folkloristico pensato appositamente per piacere alle ragazze più grandi, che si trastulleranno con la reincarnazione e i ciondoli magici (il primato di simbolismo esoterico fine a sé stesso va comunque a "Sailor Moon S"). Particolarmente ispirate le due puntate finali, in cui viene abbozzato quel leitmotiv tipicamente orientale a base di morte e rinascita - tra l'altro molto caro a Tezuka - del quale si udiranno alcuni rintocchi nelle serie successive (qualcuno ha detto Sailor Saturn?) Insomma, si tratta di elementi per nulla approfonditi che tuttavia infondono un mood particolare all'anime, che sa essere parodistico, grezzo e superficiale, ma anche romantico e poetico - si pensi all'atmosfera nostalgica e principesca della bella sigla di chiusura.


Detto questo, "Sailor Moon" è a suo modo un'opera multilivello, in cui ognuno può vederci un po' di sé stesso; non stupisce pertanto che le Sailor Senshi siano diventate un fenomeno di costume, nonché uno dei più grandi totem dell'animazione giapponese tutta, sia in patria che all'estero.
In un'epoca povera e difficile, molto sfacciatamente, cinque ragazzine in gonnella avevano salvato il mondo, non soltanto quello immaginario in cui vivevano, ma anche quello molto più concreto degli studi di produzione, delle notti in bianco su tavoli luminosi, dei disegni in movimento e dei rodovetri impregnati dalla passione e dallo spirito di sacrificio degli animatori. E i posteri ringraziano.




















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