martedì 17 marzo 2026

Le gesta della cumpa di Borgo San Paolo - Secondo Episodio


Creep citofona allo Zoppo, ma quello non risponde. Betty nel frattempo ci osserva con rassegnazione, mangiucchiandosi di tanto in tanto le unghie smaltate di nero. Siamo in Borgo San Paolo, con i vecchi tram arancioni che scorrazzano rumorosamente per le strade. A un certo punto una voce da cattivo Marvel ci fa “salite pure”. E saliamo, con Creep in testa che fa le scale a due a due lasciando me e Betty indietro col fiatone. Il portoncino mangiato dai tarli è semiaperto: chiediamo all’unisono “è permesso?” ed entriamo in un appartamento con le piastrelle bianche e i mobili d’epoca, un luogo umido in cui l’ombra e la polvere fanno da padroni. A sinistra c’è una stanza piena di oggetti: pile di carte di Magic, statuine di Baphomet e dei Cavalieri dello Zodiaco, dischi degli Slayer, dei Black Sabbath, dei King Diamond e quant’altro. Un piccolo angolino con un pentagramma rovesciato e un teschio di capretto appoggiato sul pavimento; una scrivania con un computer grosso e rumoroso di cui lo Zoppo massaggia lo schermo come se si trattasse di una sfera di cristallo. “Oh, sto andando a prendere un pitone al negozio, vuoi venire?” gli fa Creep. 

A quel punto lo Zoppo si stacca dallo schermo e ci osserva con gli occhi stralunati. “Tu Creep giri con uno che la protezione ce l’ha già! Lui sì che è ben protetto!” risponde puntandomi contro l’indice e sghignazzando un pochino. Il fatto è che lo Zoppo, per via del mio cognome e dell’aspetto truce di mio padre, che gli è capitato di vedere qualche volta in giro per il quartiere, pensa che io sia il figlio di un mafioso (e devo ammettere che non ho mai negato il contrario, ma anzi, certe volte ho pure approfittato di quella voce sul mio conto, spaventando un po' di persone). Fatto salvo ciò, Creep decide di insistere: “Dai, dai, vieni, Capo!”. 
“Dimmi che percorso pensi di fare” dice allora lo Zoppo. “Torino è quadrata, no? E oggi, al fine di placare il dio Azathoth, posso soltanto percorrere strade che formino tre volte il numero sei”. Poi lo Zoppo prende una mappa del gruppo trasporti torinesi, chiede a Creep di indicare la destinazione e con la matita inizia a calcare un percorso che assomigli il  più possibile al numero del diavolo. 
Io gli faccio notare che Azathoth non è il diavolo, ma un potentissimo dio che tuttavia si è rincoglionito. Lo Zoppo allora fa uno scatto, lascia cadere la mappa a terra, si tocca il mento e inizia a pensare. 
“Ma cioè… ma qualsiasi dio per aver generato un mondo del cazzo come questo non può che essersi rincoglionito…” dice Betty fissando il suolo e gesticolando con la mano destra. “E poi non sta bene nominare il nome di quel dio lì!” conclude fissandoci con i suoi occhioni neri. 
“Già… ma serve comunque un tributo” ci fa lo Zoppo senza nascondere la sua stima nei nostri confronti, dato che abbiamo dimostrato per l’ennesima volta di trovarci sulla stessa lunghezza d'onda della sua schizofrenia. Poi riprende in mano la mappa e si mette a tracciare un nuovo percorso simbolico di suo gradimento. “Oh, ma così ci metteremo tre ore, cazzo!” si lamenta Creep. Ma io e Betty siamo dalla parte dello Zoppo, lo vogliamo assecondare perché è troppo divertente, e quindi eccoci a camminare per le vie della borgata con Creep in testa armato di cartina e  il nostro guru strascicante che ci racconta di spettrali galeoni volanti, di draghi alati, di cristalli dai miracolosi poteri, del ghoul che pensa di aver visto la notte scorsa nei pressi di Porta Nuova, là nell'area in cui si radunano tossici e clochard. In orario di chiusura giungiamo infine di fronte al negozio di animali esotici: Creep sceglie un piccolo pitone a strisce gialle e nere; poi sceglie anche le sue prede, le sceglie una ad una, una manciata di topini che dovrà dargli da mangiare. Il giorno dopo, manco a dirlo, mi telefona per dirmi: “Minchia, se li ingoia di brutto i topi… è proprio un bastardo! È come me, è mio fratello!”.
“Che schifo, mamma mia! Odio queste robe, Creep! La natura è tutta sbagliata! Ma chi cazzo è che ha creato uno schifo del genere? Altro che Azathoth!” gli rispondo. 
“Oh, tu e Betty avete un po’ rotto i coglioni con ’sta storia, eh! Il più forte vince e il più debole soccombe, è così e basta! La vita è come stare in guerra! Chi è meglio equipaggiato vince, punto!”.
Non ho voglia di continuare a discutere con Creep: decido di dargliela vinta. Qualche giorno dopo, mentre camminiamo per via Monginevro, gli chiedo: “Ma quando il pitone diventerà grande, dove lo metterai?”.  
“Nella vasca da bagno, ovvio…”  mi risponde lui ripetendo la frase a bassa voce una seconda volta, come fa sempre quando pensa di doversi fissare in testa delle cose. “Anzi, gli metto il guinzaglio e me lo porto in giro, come i cani” conclude poi senza sapere che quel pitone, poco tempo dopo, verrà ucciso da un topo che aveva in gola.
 


Una cosa come prendere il taxi  

 

Bimboricco e il Pannocchia vogliono passare a casa di mia nonna per salutarmi: è tardo pomeriggio, il sole sta tramontando e a breve, per motivi di affidamento, dovrò tornarmene in Val di Susa da mia madre. Il primo dei due, magro come uno scheletro, biondo, occhi azzurri e polo Ralph Lauren, percorre Via Cesana discutendo con l’altro sull’argomento caldo del momento, ossia la storia del vecchio che i due avevano beccato il giorno prima a farsi le seghe all’internet point. Con Bimboricco il Pannocchia condivide soltanto un accenno di gobba dovuto all'assenza di attività fisica; per il resto il Pannocchia a sedici anni è già calvo e non va a scuola, non ha una fidanzata né niente. Però capisce il valore delle carte di Magic: sa quando comprarle, quando rivenderle, come muoversi nei negozi, come fregare i ragazzini convincendoli di aver fatto degli affaroni. Quindi sta comunque messo bene: i soldi nelle tasche del Pannocchia di certo non mancano. E poi è sempre allegro, così come lo è Bimboricco, che ride e ride sputacchiando qua e là incurante del fatto che sua madre è morta e che suo padre viene trattato come un bancomat da una ragazza dell’est che lo odia. 
Quando Bimboricco e il Pannocchia citofonano li spernacchio un po’ alla cornetta e poi tlac, schiaccio il pulsante per aprire il portone; in casa ci sono mia nonna e mio padre, che li accolgono così come si accolgono i tumori. Io e miei due amici prendiamo posto nel salone e mentre mi metto a ridere come un matto per via della storia del vecchio masturbatore dell’internet point, il mio Nokia 3310 si mette a suonare. Pronto chi parla e riconosco la voce di mia madre, che mi dice che a Torino c’è lo sciopero dei mezzi e che quindi, per  andare a Porta  Nuova a prendere il treno, devo chiamare un taxi. In quel momento,  preso dalla gioia per la visita di Bimboricco e del Pannocchia, due dei top tier della cumpa, mi dimentico di calcolare la possibile reazione di mio padre a una cosa come il “prendere il taxi”. So che dovrei andarmene a piedi, con passo veloce, facendo un botto di chilometri senza avere rotture di coglioni, ma decido di rimanere lì a fare lo scemo con i miei due ospiti. Non per niente, nel momento in cui vado in cucina a dire “è tardi, mia madre mi ha detto che devo prendere il taxi”, mio padre batte un pugno sul tavolo e inizia a gridare puntandomi contro i suoi occhi insanguinati di bue. Perché il taxi è una roba da gran nababbi, da arrampicatori sociali, e io, anzi di stare lì a cazzeggiare con quei due idioti dei miei amici, a Porta Nuova avrei dovuto andarci strisciando. “Tu sei un viziato di merda! Tu sei una gran testa di minchia come tua madre! Un nobile, un conte di ’sto cazzo!”.
Nel momento in cui vedo Bimboricco e il Panocchia salutarmi tiepidamente per poi sgattaiolare in silenzio fuori dall’appartamento mi viene quasi da piangere: sento crescermi un gelo nel petto e per un attimo provo il desiderio di freddarmi del tutto. I pensieri corrono velocissimi e inizio a farmi schifo da solo perché desiderare la morte è una cosa da deboli e io non posso essere un debole; ma anzi, devo sempre reagire, sempre e comunque, sia di fronte a mio padre che al desiderio di scomparire che la sua presenza spesso mi provoca. Perché così mi ha insegnato mia madre, che a sua volta lo aveva imparato dalla sua di madre, che l’aveva educata col bastone e la cinghia. Per uno col mio sangue, cedere non è un qualcosa di concepibile, mi avevano fatto capire fin dal principio. E allora in me subentra la rabbia, mi metto a gridare pure io; ma la nonna si mette in mezzo tra me e mio padre e, rischiando di prendere qualche mazzata, mi dice: “Va, esci, prendilo pure il taxi come ti ha detto tua madre. Il nonno ti ha lasciato dei soldi sotto il Buddha là nell'entrata”. Io la guardo incredulo, con gli occhi sgranati, prendo la mia roba, i soldi e scendo le scale con i denti digrignanti e i pugni chiusi. 
Per la strada, di fronte al portone, contrariamente alle mie previsioni, ci sono ancora i miei due amici, che sono rimasti lì ad aspettarmi. “Oh, pensavamo che ti avesse ammazzato, tuo padre. Abbiamo sentito che gridava ma poi stonk, silenzio totale” dice Bimboricco divertito dalla cosa. 
“Tuo padre ha detto che tu sei un conte, mo’ lo dico allo storpio così ti fa lord dei vampiri” osserva invece il Pannocchia con la sua solita faccia da furbetto.   
Io allora gli butto giù il cappellino per dispetto e sparo la mia sentenza: “Rosicate pure, io sono nobile, sono stiloso, sono un lord, brutti barboni amici miei”. Poi prendo il Nokia e chiamo il taxi atteggiandomi a leader, anche se la testa mi esplode e mi tremano ancora le mani. 
“Certo, certo, sei ricco dentro!” mi fa Bimboricco mostrandomi il suo orologio scintillante. 
Quando il taxi arriva in Via Cesana, Bimboricco e il Pannocchia mi fanno batti cinque; mentre continuo a salutarli dal finestrino con un sorriso a trentadue denti, mi riscopro di nuovo felice. 

 


Il piezzo degli Steely Dan

 

È un sabato mattina come tanti a Borgo San Paolo. Sono a nuoto e Gianni, l’istruttore, un tizio che ricorda vagamente Mister Bean, sembra essere più interessato alle sue colleghe che a noi. Pertanto io e uno degli altri ragazzotti del corso, mentre galleggiamo osservando gli altri che sfacchinano avanti e indietro per la vasca, decidiamo di intonare una canzoncina fatta apposta per lui: 

Gianni lo schiavista
Che va sulla pista
Incontra la reginettina
E vorrebbe darle una palpatina.

Gianni il porcone 
Le donne le vuole tutte bbone
Ma di passera per lui non ce n’è
E deve fare il fai-da-te.


Il risultato della bravata è che Gianni si arrabbia e ci obbliga a fare un botto di vasche a delfino: non essendo ancora ben abituato a buttare fuori aria dal naso, il risultato è che bevo tantissimo e a un certo punto mi ritrovo a tossire con violenza aggrappato al bordo vasca. In quel momento guardo in alto e vedo che mio padre è seduto tra gli spalti; stranamente, mentre ci avviamo verso l’uscita della piscina, inizia a dirmi che sono come una macchina, che nuoto impeccabilmente e così via. “Ma se stavo annegando!” gli dico in tutta sincerità approfittando di quel suo raro momento di buon umore. Ma lui per tutta risposta fa uno smorfia e decide di cambiare discorso. “Dopo mangiato hai la lezione di chitarra dell’ubriacone, se non sbaglio”.
“Fuma un botto ma non è mai ubriaco, dai”. 
“A me comunque sta sul cazzo, capito?”.
“Ma me le paga mia madre le lezioni!”. 
“È una questione di principio. Manco lo spartito ti ha insegnato a leggere, quello lì!” .
“Oh, pa’, ma Jimi Hendrix o Eric Clapton secondo te leggono gli spartiti?”. 
“A me che tu diventi Jimi Hendrix o Eric Clapton non frega una mazza, sono cazzacci tuoi. Ma la musica è roba scritta, quindi se non la sai leggere non sei un vero musicista! E quell’ubriacone lì infatti non lo è per niente!”. Il tempo di schivare una merda di cane spalmata sul marciapiede di Via Moretta e il mio vecchio conclude: “Soltanto tua madre poteva mandarti da uno così!”.
A pranzo la nonna, la tappetta panciuta con i riccioli che diede alla luce mio padre, come al solito ha preparato le melanzane al sugo con le polpette. C’è tanto caldo e il sole preme sulla vetrata che dà sul balcone, una strettoia in pietra delimitata da una ringhiera grigia e arzigogolata. Alla televisione danno Dottor Slump & Arale, che il mio genitore guarda con attenzione mentre mangia i datteri Deglet Nour che a suo dire gli ricordano Algeri, la città in cui faceva il trasfertista quando ancora era un giovane e promettente impiegato Montedison, una condizione ben distante dal suo attuale status di disoccupato di mezza età. Nel momento in cui iniziano a scorrere le notizie del telegiornale incontro la disapprovazione dei vecchi dicendo “che palle, sempre tragedie"; poi mi alzo da tavola, saluto e mi preparo in tutta fretta per andare a lezione di chitarra. Percorro a passi lunghi via Cesana con in spalle la mia Yamaha Pacifica ricoperta di adesivi di Evangelion; giunto nel caos urbano di Piazza Sabotino svolto nella solita Via Monginevro che attraversa  tutto il quartiere con la sua caratteristica puzza di smog e piscio; mi infilo in una delle tante traverse ed ecco il bluesman delle strade che mi accoglie nel suo sgangherato mini studio di registrazione. “Oggi tiriamo giù l’assuolo del piezzo degli Steely Dan” borbotta mentre collega il cavo della sua Fender Telecaster anni settanta a un altrettanto marcio Mesa Boogie. “In questo assuolo c’è Larry Carlton, che è il miglior chitarruista del muondo, ancora mueglio di Jeff Beck” aggiunge. 
“Ah, già, il buon Jeff… Ti va di sentire come mi viene Cause we ended as lovers? Secondo me vado un po’ off beat...”.
“No, no,  non c’è tempo. Se vai of buit compruati una battueria elletruonica, le vuendono da Scuavino… Oggi dobbiamo tirare giù l’assuolo degli Steely Dan, capito? Il focus è su quello!”. 
“Senti maestro, ma… un giorno mi insegnerai a leggere le note? Avevo mezza idea di iscrivermi al conservatorio quando finirà ’sto supplizio della scuola, ma senza saper leggere le note mi sa che non mi prenderanno mai...”. 
“Guarda, lo dice già il nome: consuervatuorio. Al consuervatuorio non si impara niente, le cose si imparano sul campo, a urechio e con la tablatura! In America così si imparua!”. 
“Ma se un giorno io volessi fare il musicista… come dovrei fare?”. 
“Guarda, io lo faciuo e non ho mai dovuto imparuare a leggiuere le note... Devi fuarti la tua struada e arrangiuarti, come ho sempre fauto io. In Amuerica poi è come negli anni settanta, sicuramente lì truoverai una struada!”. 
“Ma io non ho voglia di andarmene dall’Italia! E i miei amici, poi?”. 
“Chi non risica non ruosica, mio caro. E comunque… lo imparuiamo o no sto piezzo degli Steely Dan?”. 

“Me lo faresti sentire un attimo, per cortesia, maestro? Il cd non ce l’ho!”. 
“Tranquilluo” dice allora il bluesman prima di accendere il registratore su cassetta, impostare una base e mettersi a suonare l’assolo lento e malinconico di Third World Man, la traccia conclusiva dell’ultimo album del periodo d’oro del superbo gruppo jazz rock di Donald Fagen. Il potere di quelle note è capace di farmi commuovere, di muovere in me delle immagini, tipo la malinconia che un giorno, quando sarò vecchio e solo, proverò per quella giovinezza in cui tutto era più semplice, in cui Borgo San Paolo si adagiava nei colori del tramonto con i suoi palazzi a nave pieni di ghirigori e le sue viuzze strette dai mille misteri. Il sorriso da pitbull di Creep, le pacche sulle spalle di Bimboricco, le puttanate schizo del Capo, le infinite partite di Magic e i concertini in cui sbagliavo le note ma facevo finta di niente e andavo avanti come se niente fosse, guardando dritto verso un futuro che immaginavo pieno di gloria. “Ora te lo suono più liento e ti scrivo la tablatuora” dice il maestro accavallando le gambe e fissando il suolo. “È incredibile di cosa siano capaci gli esseri umani…” osservo io prima che lui riattacchi a suonare. “Nei libri di storia si parla praticamente sempre di guerre, stermìni di massa, di cattiverie di vario genere… e poi certa gente se ne esce con degli assoli così commoventi...”. 
Il  maestro allora si accende una sigaretta, posa la chitarra e mi risponde: “Vedui, io a questa chituarra ho dato il cuore. Anche l’egregio Larry Carlton l’ha datuo alla sua tretrecinque, e questo è innegabile, basta saper ascoltuare. Tutto ciò che ha un cuore è un qualcuosa di buono, il resto è cattivuo, privuo di significatuo. Se gli esseri umani non fanno le cuose dando loro il cuore, immancabilmente fanno cuose cattivue. È la loro natura a essere cuosì, capituo?”.  
Quando mi dirigo verso casa con la tablatura e la musicassetta in mano, telefono subito a Creep: “Oh, il maestro mi insegnato un pezzo sensazionale. Mo' vado a casa, lo studio per bene e quando ci becchiamo in piazzetta piglio l'acustica e te lo faccio ascoltare”. 
“Basta che non sia una noia come quel cazzo di Keith Emerson!” risponde Creep facendomi immediatamente cadere le palle. “Oh, fenomeno come sei alla chitarra potresti imparare ogni tanto qualche cazzo di assolo degli Iron, no?”. 

 
[Continua...  (clicca qui per l'episodio precedente)] 

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