giovedì 7 maggio 2026

Le gesta della cumpa di Borgo San Paolo - Terzo Episodio


Che cos'è la società?

“Tu un giorno dovrai diventare potente, perché soltanto diventando potente potrai inculare gli altri evitando di essere inculato tu stesso” mi dice mio padre mentre passeggiamo sotto il porticato di corso Vittorio e le nostre ombre sembrano allungarsi indefinitamente sul lastricato. A un certo punto un  passante, un uomo di mezza età senza denti col cappellino, lo riconosce, lo ferma e dopo qualche convenevole gli dice che suo figlio lavora in banca, che porta a casa dei gran bei soldoni. “Il mio invece nuota come un pesce, dovresti vederlo come nuota” ribatte subito mio padre dandomi una pacca sulla spalla. “E suona pure la chitarra, eh!”.
“Allora può suonare le serenate, sì! Le serenate alla fighe!” dice allora il vecchio senza denti col cappellino, contorcendo il suo volto sparuto in un sorriso come se volesse dimostrare che anche uno zombie può essere allegro.
“Mio figlio è pieno di figa, sì! Non è mica ricchione! Tutte dietro gli vanno!” rinforza allora mio padre pur sapendo che sono vergine e che con le ragazze non ci ho mai saputo fare. Poi, cambiando subito atteggiamento, dopo che ci siamo congedati dal tizio mi dice sottovoce: “È da anni ormai che quello è stato abbandonato dal figlio, non  lo vede né sente più, altro che banca, nessuno vorrebbe essere il figlio di un drogato”.
Chissà se un giorno lo abbandonerò pure io, mio padre, mi chiedo. Le macchine sfrecciano per il corso, i pullman arancioni buttano fuori le loro solite fumate nere. Cammino e mi si rivolta stomaco, la nausea mi sale fino alla testa.
“Quindi, ti stavo dicendo, lezione di vita numero tremilaseicentosessantanove…” riprende lui. Ma io, sapendo di correre un rischio, decido di interromperlo. “E se fallissi? Se non riuscissi a diventare un potente, ma soltanto un mediocre?”.
“Eh, allora sarà colpa tua”.
“E chi deciderà la mia colpevolezza, papà? La società?”.
“Certo, certo, la società. Lezione di vita numero tremilaseicentosettanta: tutte le cazzate che fai poi le paghi, perché la società è come un meccanismo, tutto torna indietro. Soprattutto se non c'hai i soldi”. 
A quel punto iniziai a chiedermi cosa fosse realmente la società. Parlava di se stesso mio padre quando tirava fuori la società? O parlava di Creep, che aveva dimostrato il suo potere spaccando la testa a un tizio al parco Ruffini? O del Pisciazza, tutto incurvato dai sacchi di cemento che era costretto a portarsi tutti i giorni sulla schiena? Ma no, no, forse la società erano gli alieni, quelli per bene, i belli e i ricchi della scuola, ma anche loro non mi convincevano affatto, non riuscivo a inserirli in una definizione precisa di “società”. Vuoi mettere il figlio di industriale che mi aveva invitato a casa sua usandomi come attore per un suo ridicolo cortometraggio? Studierò regia a New York mi aveva detto, ma di cinema non ne capiva una mazza, e poi quando suonava la batteria manco a dirlo andava sempre fuori tempo... No, lui ad esempio non poteva essere un qualcosa di importante come la società, anche se c'aveva i soldi. Forse suo padre lo era. Allora la società forse sono i vecchi, quelli che da anni e anni vanno a votare i partiti giusti, quelli a cui tutti vogliono bene perché vuoi mettere la paghetta del nonno o l'andare in pensione a quarant'anni? I vecchi, sì, quelli che comandano e giudicano e rompono sempre i coglioni. E se non sono loro la società la società è comunque un insieme di potenze, di circolini e circoletti, tipo quelli delle ragazze più belle della scuola o di quegli altri che misurandosi il cazzo leggono più di quindici centimetri. E poi sì, certo, alcune potenze ne schiacciano altre, un po' come gli animali, ma in modo più elegante, perché quando abbiamo visto insieme 2001 il Pannocchia mi aveva detto che il monolite che faceva evolvere le scimmie era Dio e che quindi tutti noi eravamo scimmie molto più raffinate di quelle che un Dio non ce l'avevano affatto. Quindi sì, in un certo senso mio padre ha ragione. E io cosa c’entro però in questa società? Mi sembra sempre essere una cosa molto vaga, la società. Una roba tipo la particella di sodio della pubblicità dell’acqua Lete. È forse Berlusconi con le sue mignotte la società? Ma no, è tutto troppo ridicolo. I professori e le professoresse sono la società? Ma no, no, parlano sempre di cose troppo astratte, sembra quasi che provengano da una simulazione tipo Matrix, una cosa ben distante dai tizi che si bucano al Parco Ruffini o dalla madre di Creep che entra in casa ubriaca mentre stiamo vedendo l'End of Eva ("Oh minchia quel soldato sembra troppo Solid Snake" mi fa lui. E io: "No Creep, è il Pisciazza alle prese col suo nuovo lavoro...") e dopo aver alzato le mani sul figlio ci caccia via di casa gridando per nonsocosa. La gente sveglia infatti a scuola smette subito di andarci, fiuta immediatamente l'odore di menzogna dietro a quei sorrisi e a quei libri e a quei giudizi. Mica il Gangsta di Borgo San Paolo ci va a scuola, e sta messo meglio di tutti noi. 
"Che cos'è secondo te la società?" chiedo quindi a mio padre. 
"Tu sei un filosofo, sempre detto io. Un idealista. Quindi uno che non andrà mai da nessuna parte" mi risponde lui ripetendo per l'ennesima volta la sua solita nota a margine sulla mia persona. 
"Sono io o sei tu la società, papà?" proseguo incurante del fatto che lui inizi a fare la faccia brutta. Penso anche un po' a mia madre, che alla stessa domanda mi aveva risposto che lei se ne sbatte le palle, della società. 
"La società è chi ha il potere di inculare gli altri, quindi anche tu devi diventare società" conclude infine il mio vecchio dopo un lungo silenzio. Io allora non so perché mi immagino come Shinji Ikari nell'ultimo episodio della serie televisiva di Evangelion, un omino stilizzato disegnato su un foglio di carta bianco che fluttua nel vuoto più assoluto. Ecco cos'è la società, concludo tra me e me trovando finalmente la risposta che cercavo.
 

Il torneo magico di figurine magiche
 
In via Cibrario ci sta il negozio di Conan il Rabarbaro, un energumeno con i braccioni enormi che quando stava in America a cercare fortuna era passato da un tipo di agonismo, il braccio di ferro, all’altro, ossia quello delle carte di Magic, di cui aveva dominato uno dei primi mondiali. Il negozio di Conan è uno spettacolo: action figures iper dettagliate, tavoli grandi e puliti in cui giocare, i Manowar e i Rhapsody sparati a tutto volume dalla mattina alla sera, questo figaccione con la mascella squadrata che da dietro il bancone ti dà consigli su come migliorare i tuoi mazzi e il tuo stile di gioco, non badando unicamente al profitto perché in fondo è anche un po’ compagno. In una traversa di Via Cibrario, come se non bastasse, c’è pure il negozio di Mimmo Lapazio, in cui l’atmosfera è un po’ meno frizzante di quella del Rabarbaro ma pur sempre accogliente, tant’è che Bimboricco e il Pannocchia spesso se ne stanno lì a cazzeggiare e fanno spola tra un’oasi e l’altra. Un sabato pomeriggio, uno di quelli in cui c’è il solito torneino mensile da Conan, gran parte della cumpa di Borgo San Paolo decide di andarci: ed eccoci tutti (o quasi) davanti alla fermata del nove, un serpente metallico giallo e grigio che ci porterà dritto dritto in terra santa. Creep il mazzo lo prende in prestito dal Pagliaccio (e chissà se mai glielo restituirà); Betty e lo Zoppo le carte le hanno; il Pisciazza non c’è perché gli sbirri l'hanno beccato a fare qualcosa di losco. Il Pannocchia e Bimboricco ci avvisano che si faranno già trovare dal Rabarbaro, com’è di consuetudine. Una volta che scendiamo dal tram lo Zoppo non esita a buttarsi col rosso in mezzo a una strada molto trafficata; io e Betty, senza pensarci troppo, gli andiamo dietro come due paperelle e il risultato è che i clacson iniziano a impazzire e un guidatore abbassa il finestrino per gridarci in faccia che siamo degli handicappati. “Non dovete temere, abbiamo l’AT Field che ci protegge” ci rassicura incurante di tutto lo Zoppo, che ultimamente è pure lui in fase Evangelion. 
Entriamo nel negozio di Conan il Rabarbaro tutti compatti, uno strascicante plotone di esecuzione in nero; il muscoloso titolare allora ci guarda dall’alto della sua forma smagliante e fa cenno al suo assistente, un tizio che assomiglia a Dave Grohl, di farci registrare all’evento. 
Il Pannocchia e Bimboricco mi accolgono con le loro news di routine: a quanto pare il Gangsta, il ragazzino più criminale della borgata, si è fatto sei ragazze in un giorno, una dopo l’altra, come le ciliegie; una addirittura se l’è scopata dietro a un cespuglio nella piazzetta di Corso Ferrucci, mi dicono, ma su questo i due non hanno ancora prove certe. “Se vuoi scopare devi rubare” mi consiglia comunque uno svolazzante Bimboricco prima di battermi qualche leggera gomitata sul fianco. 
“Io voglio soltanto giocare a figurine, fottesega della figa” gli rispondo io facendo spallucce e lanciando un’occhiata involontaria a Betty, che sta giocando con Creep tenendo le spalle strette e la testa coperta dal cappuccio della felpa, come se non volesse farsi vedere. Ai tavoli c’è un botto di gente: ci sono quelli bravi bravi, tipo un pelato col pizzetto biondo e gli occhi azzurri che ogni volta mi tratta sempre di merda; il trittico dei fighetti locali con i loro deck sfolgoranti; i Gaute da Suta, che sono scarsi però sotto sotto fanno ridere, con le loro movenze da Banda Bassotti e le loro  magliette tutte uguali con su scritto per l’appunto Gaute da Suta (i.e. fuori dai coglioni in piemontese). “Dobbiamo spaccare tutto, dobbiamo dominare” ci arringa Creep mentre aspettiamo fuori dal negozio l’inizio dei turni: vuole farci da motivatore ma intanto Betty c’ha il disagio e fuma pensando ad altro; lo Zoppo sicuramente non ne vincerà manco una; Bimboricco invece è uno dei favoriti, c'ha il mazzo da millemila euro ed è pure bravino. D’altro canto, siccome c’è sta minchia di febbre di Evangelion, io gioco un mazzo schifo con quattro Phyrexian Negator, degli xenomorfi che sembrano un po’ l’unità Eva zerouno, e i fulmini, una carta che con i Negator poco c’azzecca (ma vuoi mettere dire “fulmine di pegasus!” nel momento in cui col fulmine ci ammazzi l’avversario?) . Arriva poi il momento in cui Conan il Rabarbaro ci chiama (il gioco non per niente si chiama Magic: L’adunanza) e l’impianto Hi-Fi del negozio inizia a tuonare i potenti riff di Kings of Metal dei Manowar: è il primo turno del torneo e dopo aver letto gli accoppiamenti tra giocatori, i cosiddetti pairings, si va ai tavoli come i normanni andavano alla guerra. Ed ecco che mi becco subito lo Zoppo: è andata bene, penso, lui è uno scarsone e ce la giochiamo in casa. Il momento memorabile della partita è quando appoggio sul tavolo una carta chiamata uccello del paradiso e lui, per neutralizzarla, risponde con un risucchia potere: “Ti risucchio l’uccello” mi dice con gran soddisfazione, lasciandomi lì di stucco. Ma poi, poveretto, muore dai miei fulmini e dai miei Negator, come era prevedibile (lo scopo del  gioco di Magic consiste nel sopraffare l’avversario con i propri mostri o le proprie magie). Al secondo turno becco lo stronzo, mister pizzetto con gli occhi azzurri, che parte subito a criticare tutte le mie giocate: lui ha almeno sei anni in più di me, è più grande e più bravo e quindi può mettersi a fare il gradasso, lo stizzito, il superiore. La rabbia mi sale in corpo ma il gioco delle figurine è una cosa troppo bella per poter essere sporcata con lo scazzo, per quello basta già il mondo di tutti i giorni, la simulazione alla Matrix dalla quale vorrei tanto fuggire, quindi incasso la sconfitta e mi alzo dal tavolo con un silenzio di tomba. Betty ha visto tutto e mi dice che quello è un figlio di puttana, che dovrei mandargli Creep sotto casa a menarlo, che tanto lui  lo farebbe, che farebbe di tutto per me, ma io faccio finta di niente e ce ne andiamo fuori a sederci sul marciapiede, a osservare le macchine che transitano avanti e indietro e il tram che suona la campanella scorrendo rumorosamente lungo la via ferrata. Quando rientriamo notiamo che un vecchio sta discutendo ad alta voce con Conan: gli dice che lui è un bell’uomo grande e grosso, un portento che non dovrebbe vendere figurine ma fare altro, tipo l’attore o il modello. “Vede signore, io ho vissuto in America, ero un campione di braccio di ferro e ho provato tante cose nella vita. Ma soltanto questo gioco mi ha fatto sentire veramente vivo. Può sembrare strano, perché Magic non è come andare in moto a tutta velocità o eccellere in uno sport. Però per me è stato così e se questo negozio esiste, se io ogni sera trovo un piatto di pasta sul tavolo senza dovermi rompere il cazzo in fabbrica per otto ore, è soltanto grazie a Magic”. Quel discorso mi stupisce: riuscirò un giorno a essere anche io così?, mi chiedo. Un uomo così pieno di passione e certezze? Inizio tuttavia a dubitare di me stesso e una strana rassegnazione si fa strada nella mia testa, tipo che se sopravviverò senza buttarmi giù dalla macchina in corsa mentre mio padre impazzisce e prende a pugni il volante sarà già tanto. Poi arriva Creep, mi tira un colpo sulla spalla per risvegliare la mia attenzione e mi dice con gran fastidio che ha perso da Bimboricco e che non è giusto che chi abbia più soldi per comprarsi il mazzo più forte risulti comunque più avvantaggiato degli altri. È una questione di lotta di classe la sua. 
"Anche io c'ho 'sto Mox Ruby e 'sto Mox Jet nel mazzo, due bei gioielloni, ma ho sucato" gli rispondo per consolarlo anche se so che in realtà c'ha ragione, che Magic per quanto sia bello è comunque un qualcosa di capitalistico e che quindi spesso si tratta di un pay to win. Il torneo comunque prosegue, l'atmosfera è frizzante, ma noi della cumpa presto finiamo ai tavoli bassi, i tavoli di chi perde, e manco a dirlo il torneo lo vince lo stronzo, quello col pizzetto, e quando usciamo dal negozio e lo vediamo tutto tronfio e soddisfatto col suo premio in mano il desiderio di pestarlo per sanare l'ennesima ingiustizia è tanto. Ma nel momento in cui Creep si sta quasi facendo convincere da Betty a fare il sovversivo ecco che arriva mia madre a prendermi, dato che lavora lì vicino. Con gran rammarico saluto tutti, le vado dietro e lei mi fa: "Ti vedo tutto incazzato, di solito quando stai con i tuoi amici sei contento. Hai perso per caso?". Io le rispondo di sì, che ha vinto uno che non avrebbe dovuto vincere, che i soldi dell'iscrizione è come se li avessi buttati, allora lei mi mette un gruzzoletto in mano e mi dice di andare da Conan a prendermi ciò che mi piace, perché la vita sarà anche ingiusta, ma i soldi della madre tutto correggono e raddrizzano. A quel punto faccio ciò che mi viene meglio, ossia comprare le carte, ed ecco per me un bel Morphling in giapponese firmato dall'artista e in quel momento è come se lo avessi vinto io, il torneo. 



Il genio della tartaruga

 

Mentre ci dirigiamo verso il Blockbuster di Corso Vittorio per ridare indietro Harry Potter (Fotter per gli amici), Betty mi parla di ’sta nuova roba che è uscita per pagare, la Paypal. “Gli ho già fottuto centocinquanta euro, alla Paypal” mi spiega. “Ci ho preso roba con l’addebito sul conto ma tanto il mio conto è vuoto e sono minorenne, quindi si attaccano”. 
“Mmh… ottimo, Be'. Proverò ad attaccarci la Postepay, allora". 
“Io sì che so dare dei veri consigli finanziari, altro che Roberto Re e compagnia brutta!” conclude Betty facendomi scoppiare dal ridere. Lasciato il VHS nell’apposita botola a muro, è tempo di tornare in Borgo San Paolo a recuperare Creep: quando arriviamo nella piazzetta di Corso Ferrucci ci mostra il bong che si è comprato e ci dice che lui è il Re dei drogati, che quando aspira tutto e va in botta si sente più potente di Saga che c’ha il doppio Cosmo e nessuno lo può più fermare. “Secondo me dovresti realmente imparare a combattere” gli dico io. “Dove vado a nuoto ho visto che tengono un corso di Jujitsu, le prime tre lezioni sono gratuite e quindi possiamo andarci tutti quanti a scrocco. Che ne dici?”.
 Creep ci pensa un po’ su: “Ma il jujitsu è quello di Matrix, giusto?”. 
“Sì, sì, certo, a fine corso potrai anche schivare i proiettili del Gangsta” ribatto io. 
Anche se Betty dice che si vergogna a fare attività fisica, la decisione viene comunque presa: Creep telefona al Pisciazza e nel tardo pomeriggio siamo tutti e quattro in via Vigone al cospetto del maestro, un tizio panciuto che assomiglia al genio della tartaruga di Dragonball. Al jujitsu ci sono molti ragazzi dell’oratorio, che con noi quattro poco c’azzeccano. Facce pulite, espressioni innocenti e poi il volto bruciacchiato dal sole del Pisciazza, con quel suo perenne sorriso a metà, lo sguardo fisso, i tic nervosi e il codino unto peggio dei panini di merda del McDonald’s. A inizio lezione il genio della tartaruga fa correre tutti, il riscaldamento è la prassi di qualunque sport, ma Betty e Creep dopo pochi giri crollano e iniziano a lamentarsi che vorrebbero andare fuori a fumare. Soltanto io e il Pisciazza resistiamo, che siamo allenati, e mentre corro mi gusto Creep che cerca di litigare col maestro perché quello gli dice che fumare fa male e che un ragazzo della sua età non dovrebbe fare certe cose. Poi nel mezzo del discorso sento un “ma se io ti sparo, tu schivi i proiettili?” e mi metto a ridere. Quando arriva il momento delle mazzate la delusione è tanta: “È troppo moscio ’sto jujitsu” mi fa Creep, senza avere tutti ’sti torti. Io mi guardo intorno e noto che ad assistere alla lezione c’è il padre di un ragazzino: di tanto in tanto lo osservo e penso che quel genitore sia proprio una persona per bene: invidio la sua apprensione, i sorrisi candidi che rivolge al figlioletto. Tuttavia a un certo punto non ne posso più, e mi incazzo tantissimo. La lezione successiva, corroso dall’invidia come sono, divento un concentrato di pura rabbia, tipo il Digimon di prima generazione Greymon che anzi di evolversi in Metalgreymon diventa SkullGreymon. Attacco briga con tutti i cattolichini dell'oratorio e nel momento in cui devo fare sparring col genio della tartaruga, gli corro addosso manco in lui vedessi l'origine di tutti i miei mali e gli tiro un cazzotto in faccia che, data la mia elevata statura, lo fa andare a sbattere dritto contro il muro. Un quadretto lì appeso cade a terra, il vetro si frantuma in mille pezzi e il maestro di jujitsu, superato il momento what the fuck, reagisce riempiendomi di piccoli pugnetti sulla pancia che mi mettono subito ko. Creep, Betty e Pisciazza mi osservano impassibili mentre gli altri ragazzini sembrano essere scioccati dalla situazione; inutile dire che il padre buono si riprende il figlio e lo porta via con sé borbottando rimproveri. Se ne vanno quasi tutti, ma il maestro fa finta di niente e decide di proseguire la lezione. “Non devi mai più tirare un pugno del genere a qualcuno. A me hai fatto il solletico, ma un ragazzino della tua età lo ammazzeresti”. 
Quando oltre al maestro rimaniamo soltanto più noi quattro della cumpa, lui, con fare comprensivo, mi chiede perché io sia uscito di testa a quel modo. “Hai problemi in famiglia, ragazzino?”. 
“Mi arrabbio quando vedo le famiglie del Mulino Bianco” gli rispondo. “Sono figlio di divorziati, io: vengo dal Mulino Merda e questo mi è sempre stato fatto pesare, soprattutto in chiesa e all’oratorio. Infatti non ci vado più in quei postacci. Odio quella gente”. 
“Capisco”  dice il maestro. “Comunque il talento ce l’hai, se vuoi continuare per me sarebbe un piacere. I tuoi amici, invece, dovrebbero smettere di autodistruggersi”. 
“Io non permetto a nessuno di farmi la morale!” sbotta subito Creep cacciando gli occhi di fuori e preparandosi a fare a botte.  
“Io non mi autodistruggo, è il mondo che mi distrugge” dice invece Betty ridacchiando con una sigaretta spenta in bocca. Il Pisciazza, d'altro canto, se ne sta lì come una statua, impassibile, col suo solito ghigno stampato in volto. 
Il silenzio cala tra il vecchio del jujitsu e i quattro membri della cumpa di Borgo San Paolo. 
Usciti dalla struttura, saluto gli altri e dico: “Vado un attimo al Continente, quello in Corso Monte Cucco”. 
“E che vai a fare?” mi chiede Betty. 
“A ricomprare la cornice che ho rotto, poi gliela riporto”. 
“Ma quindi continuerai a fare il corso?”.
“No, no, Be'. Penso proprio di no”. 
“Tu sì che sei un vero Pegasus, uno col cosmo” mi fa infine Creep prima di sparire insieme agli altri nella direzione della luce soffusa e malinconica del tramonto, che è come se li ingoiasse tutti quanti lasciandomi solo in una perenne zona d'ombra. 

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