giovedì 16 aprile 2026

Addio alle armi, un romanzo di Ernest Hemingway


Ero da tempo alla ricerca di un libro in cui perdermi, di una storia che in qualche modo mi catturasse portandomi in un mondo altro ben distante da questa rovinosa contemporaneità che tutti stiamo vivendo. Un sabato pomeriggio, spulciando tra gli scaffali del secondo piano della Feltrinelli di Torino, sotto consiglio di mia madre, direi che questo libro l'ho infine trovato. Farewell to Arms mi  ha permesso per un po' di giorni di fuggire dalla realtà ma è comunque una letteratura del reale, con i suoi dialoghi secchi, le sue descrizioni quasi cinematografiche, i suoi avvenimenti di guerra in cui l'invenzione autoriale è palesemente ridotta al minimo (Hemingway fece effettivamente l'autista di ambulanze in Italia durante la WWI e durante quel periodo ebbe altresì una storia d'amore con un'infermiera inglese). I luoghi narrati sono anche i miei di luoghi, dei luoghi in cui ho amato, e forse è anche per questo che il romanzo mi ha preso così tanto: Milano, Udine e l'alto Vicentino. 

Chissà cosa sarei stato se fossi vissuto in quegli anni, mi sono chiesto, cosa avrei fatto in una situazione analoga a quelle narrate in questa storia che tanto mi  ricorda i racconti di guerra di Gino, colui che mi fece da nonno sostituto donandomi insieme a mia nonna una visione del mondo schietta, non priva di una onesta dose di nichilismo (me lo ricordo ancora bene adagiato sull'amaca col suo volto ruvido e scolpito dal tempo, Gino, con gli occhi azzurri profondi di chi aveva visto di tutto nella vita, dalle gioie più grandi alle sofferenze più inimmaginabili). Molto probabilmente la moglie del fu Gino, morta in giovane età (rimase comunque l'unica donna della sua vita), era un po' come l'infermiera Catherine raccontata da Hemingway, ho pensato. Una persona semplice, in grado di dare amore e conforto, un nido sicuro per un uomo inquieto e ferito. Quindi sì, ci sono entrato proprio a capofitto in Farewell to Arms, anche se io di vere battaglie non ne ho mai combattute, a parte quelle contro il mio più grande nemico, me stesso. 

 

L'autista di ambulanza Henry invece combatte, combatte con la carne e il sangue e per sentirsi vivo, nella vana ricerca di un senso che, da senza Dio e senza padrone quale egli è, sa benissimo non esserci. E la generazione perduta, l'amico/rivale Fitzgerald, l'ossessione della morte tant'è che tutto il libro è come se tendesse al buio, una sorta di onestissimo Voyage au Buot del la Nuit ma all'americana, quando l'America ancora non era sinonimo di schifo e aveva addirittura una produzione intellettuale. Per Hemingway, nella consapevolezza della morte, ogni singolo dettaglio della vita diventa prezioso: un bicchiere di vino, una chiacchierata al bar, gli amici, il gettare la canna da pesca nel lago in una giornata di sole, le arms, che non significa soltanto armi ma anche braccia, le braccia dell'infermiera Catherine che anzi di serrarsi o spingere via accolgono (e lasciano, come suggerisce il titolo).  E poi l'arroganza, la meccanicità del potere: il Re che si fa scortare in automobile in mezzo all'armageddon come se niente fosse; gli ufficiali che fucilano i poveri disgraziati della disfatta di Caporetto senza alcun processo, come se fossero bestie indegne, perché la macchina non perdona e ad essa è impossibile fuggire. Ma Henry tuttavia sfida gli dèi e ce la fa, e tramite una rocambolesca fuga riesce a ricongiungersi alla sua amata; ma Catherine morirà comunque e non a causa della guerra, ma per una cosa di natura, il parto, come se fosse stato il mondo stesso ad averla uccisa insieme al suo bambino. Ed Henry, anzi di piangere e darsi al dolore, scompare in mezzo alla pioggia, solo, come se il mondo, ravvedutosi per un istante, si fosse messo a piangere al posto suo. 

 

Non per niente, Hemingway, verso la fine del libro, scrive: “Ci addormentavamo quando eravamo stanchi e se ci svegliavamo si svegliava anche l’altro e così non eravamo più soli. Spesso un uomo desidera esser solo e anche una ragazza desidera esser sola e se si amano sono gelosi di questo l’uno per l’altro, ma io posso dire sinceramente che per noi non è mai stato così. Potevamo sentirci soli mentre eravamo insieme, soli contro gli altri. Mi è capitato così soltanto una volta. Sono stato solo mentre ero con molte ragazze e questo è il modo in cui si può essere più soli. Ma noi non eravamo mai soli e non avevamo mai paura quando eravamo insieme. So che la notte non è come il giorno: che tutte le cose sono diverse, che le cose della notte non si possono spiegare nel giorno perché allora non esistono, e la notte può essere un momento terribile per la gente sola quando la loro solitudine è incominciata. Ma con Catherine non c’era quasi differenza nella notte tranne che era anche meglio. Se la gente porta tanto coraggio in questo mondo, il mondo deve ucciderla per spezzarla, così naturalmente la uccide. Il mondo spezza tutti quanti e poi molti sono forti nei punti spezzati. Ma quelli che non spezza li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni e i molti gentili e i molti coraggiosi”.  

 

Dopo essermi rispecchiato in queste verità come nella sete di vita del romanzo, Farewell to Arms l'ho riposto sullo scaffale in libreria, in mezzo ai libri che per me contano. Henry e Catherine in qualche modo ancora vivono in una sorta di sfera souvenir nella mia mente, tipo quelle che se le giri all'ingiù e poi le rimetti dritte è come se sul paesaggetto al loro interno nevicasse. In questa sfera i due personaggi si abbracciano e amano nell'arte, come due statue antiche, in un astratto e nostalgico nonluogo composto da frammenti di atavici ricordi e soffusi sbalzi d'immaginazione. La letteratura in questo caso ha raggiunto il suo scopo, e la  morte che tanto ossessionava Hemingway, per qualche breve istante nel ciclo degli anni e delle epoche che scorrono verso il nulla delle galassie e della Via Lattea in perenne espansione, sembra quasi essere una roba da poco. 

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