sabato 30 gennaio 2016

Corazzata Spaziale Yamato: Recensione

Titolo originale: Uchū Senkan Yamato
Regia: Noboru Ishiguro
Soggetto: Studio Nue, Yoshinobu Nishizaki
Sceneggiatura: Leiji Matsumoto
Character Design originale: Leiji Matsumoto
Mechanical Design: Studio Nue
Musiche: Hiroshi Miyagawa
Studio: Academy Productions
Formato: serie televisiva di 26 episodi
Anni di trasmissione: 1974 - 1975


"Corazzata Spaziale Yamato" è uno dei grandi pilastri dell'animazione giapponese tutta, il classico dei classici il quale, molto coraggiosamente, nel 1974 defini' l'animazione fantascientifica a seguire, nobilitando un media dapprima ritenuto di serie B a vera e propria opera d'arte impegnata. Per tutti gli appassionati, "Corazzata Spaziale Yamato" è un titolo imprescindibile, da vedere e rivedere, nonché contestualizzare e comprendere in tutti i suoi aspetti storici e sociologici. 


Il tutto ebbe inizio con la provvidenziale collaborazione tra Yoshiyuki Tomino e Yoshinobu Nishizaki, entrambi in fuga dalla colossale Mushi Productions di Tezuka che, intorno al 1972, stava andando in bancarotta - l'ambizioso, costosissimo ed estremamente sperimentale lungometraggio "Kanashimi no Belladonna" si era rivelato un flop, e Tezuka desiderava tornare ad occuparsi esclusivamente di manga, accantonando temporaneamente il suo sogno giovanile di diventare animatore. Lasciata la barca prima di colare a picco assieme ad essa, Tomino, all'epoca ancora giovane e reduce dal prestigioso incarico di regista di numerosi episodi del primo anime della storia, "Tetsuwan Atom", si ritroverà  a lavorare su "Umi no Triton" assieme al suo collega produttore Nishizaki,  il quale vi infonderà, sebbene in modo seminale, gli elementi epici, avventurosi e romantici tipici di "Yamato". 


All'inizio degli anni settanta, il tokusatsu in tutte le sue forme e manifestazioni faceva furore, pertanto è palese che un'opera come "Umi no Triton", così desiderosa di rompere gli schemi mediante un approccio più "maturo" e avventuroso al medium animato, non sia stata un grande successo: quando la massa richiedeva prevalentemente episodi autoconclusivi, una storia dotata di una certa continuity non era proprio il massimo dell'appagamento; eppure, nonostante l'orario di trasmissione - le diciannove, praticamente l'orario di cena, presso l'emittente NHK - una solida nicchia di bambini incominciava ad appassionarsi a questo genere di mood, così diverso dai truci fasti del tokusatsu nagaiano. Fattosi le ossa con la suddetta opera, due anni dopo, Nishizaki creò la prima space opera della storia dell'animazione: inutile dire ch'essa si rivelò un nuovo flop, in quanto decisamente troppo avanti con i tempi. Eppure, nuovamente, i ragazzini come Hideaki Anno (il quale all'epoca aveva ancora quattordici anni) rimasero assai affascinati da "Yamato", che di fatto era un nuovo, coraggioso modo d'intendere l'animazione seriale, molto più poetico e melodrammatico del solito, con quella potentissima carica idealistica che faceva da panacea escapistica all'orgoglio ferito dei giapponesi dopo le umiliazioni dell'occupazione americana, sottolineando la necessità di uno sviluppio tecnologico e sociale coadiuvato da un rinnovato consolidamento della propria identità nazionale. 


Il fascino magnetico di "Corazzata Spaziale Yamato" spinse quelli che negli anni ottanta diventeranno gli otaku di prima generazione ad appassionarsi definitivamente al media, a voler introdursi negli studi per capire come funzionava dall'interno, in modo tale da assimilarlo per poi riprodurlo. Non è quindi un caso che Hayao Miyazaki, che si era schierato dalla parte dell'animazione per bambini di stampo socialista, abbia sempre visto a malo modo "Corazzata Spaziale Yamato", che di fatto, dopo un'iniziale indifferenza da parte dei media, con la proiezione nelle sale del suo film riassuntivo (1977) aveva deflagrato l'epocale anime boom, uno dei periodi più brillanti della storia dell'animazione, creando le premesse per il passaggio di testimone dagli autori "figli di Tezuka" agli autori otaku che nel 1982 creeranno l'epocale "Macross", la prima serie animata postmoderna assieme al tominiano "Daitarn 3". E' importante sottolineare che "Corazzata Spaziale Yamato" metterà le basi per "Gundam" e "Ideon", due dei lavori più significativi e influenti della storia dell'animazione, questa volta diretti da Tomino, che nell'opera principe di Nishizaki/Matsumoto aveva soltanto ricevuto una mansione minore, finendo a scrivere gli storyboard di alcuni episodi sotto la direzione del tezukiano Noboru Ishiguro, il quale negli anni ottanta, oltre a comparire come "regista-garante" presso la produzione di "Macross" (invero, il regista effettivo dell'opera era Shoji Kawamori, ma essendo il suo staff di otaku cresciuti a pane, "Yamato" e "Gundam" troppo giovane, Ishiguro era stato utilizzato come "supervisore" per convincere i finanziatori), nel 1988 dirigerà "Ginga Eiyuu Densetsu", uno dei massimi capolavori dell'animazione di tutti i tempi, aggiudicandosi il prestigioso status di miglior regista di space opera del sol levante.


L'estrema crescita del numero di lungometraggi animati e la grande varietà stilistica tipica dell'anime boom sono pertanto fattori indotti da "Yamato", il cui film riassuntivo, inizialmente pensato come operazione commerciale destinata aprioristicamente a fallire, si era rivelato un successo così grande da spingere i media, dapprima disinteressati al medium animato, a contribuire alla diffusione degli anime al cinema, creando un effetto catena il quale, grazie altresì ai budget derivanti dalla congiuntura economica favorevole, era la perfetta concretizzazione di quel sogno otaku che Anno e soci rappresenteranno qualche anno dopo nel cortometraggio "Daicon III", in cui compaiono citazioni a "Yamato", "Gundam", "Ideon" e così via, ma anche al lolicon boom esploso grazie ai manga di Hideo Azuma e all'enorme successo della Clarisse del miyazakiano "Cagliostro no Shiro".
Nel 1978, "Saraba Uchu Senkan Yamato" (il secondo film di "Yamato") superò ogni previsione grazie all'impareggiabile incasso di due miliardi di yen, diventando il quarto maggior incasso cinematografico del dopoguerra.


Dal punto di vista sociologico, l'ingenuo escapismo di "Corazzata Spaziale Yamato" rappresenta una sorta di rigetto della frammentazione e della non-finalità della postmodernità dilagante: l'otaku di prima generazione si costruisce il suo mondo ideale mediante il consumo di grandi narrazioni, contrastando il caos del mondo reale attraverso l'introversione, rifugiandosi in una dimensione epica dotata di grandi valori, grandi amori e grandi melodrammi, decisamente agli antipodi rispetto al cinismo e alla freddezza caratteristici della società giapponese figlia del boom economico. Si pensi alle riflessioni contenute nel film conclusivo di "Evangelion", in cui Shinji rappresenta l'alter ego di Hideaki Anno: 

Rei: «You were using fantasy to escape reality.»
 Shinji: «Why can't I dream that I'm alone?»
Rei: «That is not a dream. That is a substitute for reality.»
Shinji: «So where is my dream?»
Rei:  «It is a continuation of reality.»
 Shinji: «But where is my reality.»
Rei: «It is at the end of your dream.»

Un messaggio cosi' palese, rivolto da un otaku in crisi ai suoi colleghi otaku figli dell'idealismo poetico della grande corazzata spaziale, nei fatti era stato frainteso dalla generazione di otaku nata in seno agli anni novanta, che non si riconosceva in tale monito, essendo ormai diventata consumatrice di grandi non-narrazioni (come fa notare Azuma). Pertanto, come accennavo in precedenza, l'innovativa poetica di Nishizaki/Matsumoto aveva definito il modo di essere dei suoi telespettatori, offrendo loro le illusioni di cui avevano bisogno per fuggire dalla mancanza di ideologie, di comunicazione, di affezione. Perché "Yamato" si tratta sostanzialmente di una grande illusione: la corazzata che dà il nome all'anime invero era stata abbattuta dagli americani durante la seconda guerra mondiale, pertanto la sua trasformazione in astronave ipertecnologica, con tanto di mitologica/simbolica resurrezione dalle viscere della terra, non era nient'altro che un sogno alquanto commovente, destinato ad essere dimenticato dalle successive generazioni di otaku. 


La trama di "Corazzata Spaziale Yamato", come era lecito aspettarsi dai discepoli di Tezuka Matsumoto e Nishizaki, entrambi educati dal loro maestro a ricercare nel cinema e nella letteratura le fonti da cui trarre spunto per creare animazione - contrariamente ai successivi autori otaku, che attingeranno dall'animazione per creare animazione, dando il via al manierismo che ancora oggi affligge il media -, si rifà alla fantascienza classica di Edmond Hamilton: l'epopea degli eroi inviati dalla Terra morente verso un pianeta sconosciuto a bordo di un'astronave avveniristica, al fine di compiere una missione estrema mirata a salvare il pianeta natale dalla distruzione, si era già vista nel seminale romanzo "I Soli che si Scontrano" (1928), e in "Yamato", tutti i cliché mutuati da quest'ultimo vengono riletti in chiave prettamente "giapponese", nonostante di fatto siano stati prelevati dalla letteratura americana, ovvero dalla cultura del "nemico". Pertanto, ecco comparire nell'opera determinati topoi completamente estranei alla space opera classica occidentale, sopratutto per quanto concerne il comportamento dei personaggi - in primis il rapporto umano tra il virile e carismatico capitano Okita e il protagonista Susumu Kodai, una sorta di dicotomia genitore/figlio assai sofferta sin dai primi episodi che in seguito, con il progredire della serie, assumerà nobili connotati simbolici: Kodai è il primo newtype della storia dell'animazione, e come i suoi successivi colleghi Amuro Rei, Nausicaa, Conan ecc., rappresenta la nuova generazione di giapponesi cresciuta senza gli orrori del secondo conflitto mondiale, destinata a sostituire quella vecchia - in questo caso rappresentata da Okita - alla guida del Giappone del futuro, un paese economicamente rinnovato e - almeno idealisticamente - privo di conflitti e strazianti umiliazioni. Al classico rapporto padre/figlio - che in questo caso trascende i legami di sangue, sicché Kodai è un orfano, come richiede la tradizione melodrammatica tipica degli anime dell'epoca -, si aggiungono ulteriori ritratti umani assai approfonditi per il loro tempo: il malvagio e ambiguo Desler, spietato dittatore al comando di Gamilas, la razza aliena che ha raso al suolo la superficie terrestre mediante l'impiego armi nucleari (qualsiasi riferimento agli americani e alle tragedie di Hiroshima e Nagasaki è puramente casuale), un losco figuro che tuttavia evita di scadere nel solito luogo comune di malvagio tout court; Yuki, l'unica ragazza dell'equipaggio della Yamato, che infrange il cliché della donna giapponese mutilata dal patriarcato rivelandosi forte, indipendente ma allo stesso tempo dolce e gentile; Daisuke Shima, il pilota della colossale astronave, nonché migliore amico di Kodai... insomma, gli attori che si muovono sul palcoscenico cosmico di "Yamato" sono in grado di coinvolgere, dimostrando la loro spiccata passione mediante comportamenti talvolta estremi - non mancheranno kamikaze, diatribe sull'onore e così via, cose che tra l'altro sono state censurate nella versione americana, quel "Star Blazers" dal pessimo adattamento che purtroppo è stato utilizzato come base per l'edizione italiana (che ovviamente sconsiglio, schierandomi a favore dell'edizione con i sottotitoli fedeli firmata Central Anime, che tra l'altro, nelle sigle di chiusura, contiene alcuni retroscena sulla realizzazione della serie). 


Come in ogni space opera avventurosa che si rispetti, "Corazzata Spaziale Yamato" si snoda su grandi scale cosmiche, in regioni dell'universo in cui fanno capolino stranissimi pianeti lontani anni luce dal nostro sistema solare, raggiungibili esclusivamente mediante quel famoso balzo nell'iperspazio che permette di viaggiare a velocità superiori a quella della luce, in barba alla teoria della relatività di Einstein. All'esplorazione di misteriosi mondi ignoti, nei quali s'intravede l'inventiva tipica di Matsumoto - che con il successivo "Galaxy Express 999" troverà la sua dimensionale ideale come autore, libero dai vincoli di Nishizaki e maturo tanto quanto basta per dare alla luce un nuovo grande classico della space opera giapponese -, si aggiungono delle sudate battaglie spaziali contro gli invasori alieni che ostacolano il tragitto dell'astronave verso il pianeta Iscandar, la meta finale in cui l'equipaggio della Yamato potrà mettere le mani sul cosmo dna promesso dalla regina Starsha, un dispositivo in grado di rimuovere le radiazioni nucleari dalla Terra ricostruendo la natura distrutta dal nemico - ebbene sì, il tempo a disposizione dell'umanità dopo il bombardamento dei gamilonesi è limitato, e l'opera non manca di ricordarlo allo spettatore alla fine di ogni puntata, mediante un inquietante contatore che scorre irrefrenabile verso il giorno della totale annichilazione del genere umano.


Ad aumentare la maestosità e il senso d'infinito che l'opera vuole trasmettere, contribuisce una colonna sonora da brividi, dotata di brani immortali che entreranno nell'immaginario collettivo dei giapponesi - non è raro nel paese del sol levante sentire la sigla di apertura di "Yamato" cantata a tutto spiano dai tifosi durante una partita di pallone. Ciò premesso, romantici ed indimenticabili pezzi lounge a base di bossa nova si alternano a potenti sfuriate orchestrali, culminando in un canto etereo che pare inneggiare all'infinito, a quegli archetipi immutabili infusi nell'opera dalla mano di Matsumoto - il volto solenne della regina Starsha che compare nella volta celeste, e la Yamato che si dirige verso di esso, quasi come se si stesse muovendo verso un qualcosa di superiore, di sublime: l'eterno femminino che guida l'ultima roccaforte del genere umano verso un fragile bagliore di speranza. 


Per quanto concerne gli aspetti tecnici, di certo "Yamato" risente della sua carica innovativa, anche in negativo: nella serie sono presenti numerosi errori d'animazione, e la sceneggiatura in alcuni frangenti si rivela zoppicante e ingenua (alcune volte la "Yamato" verrà quasi distrutta e nell'episodio successivo comparirà completamente intatta, come se non fosse successo nulla; inoltre, l'episodio finale risulta penalizzato da un contentino che si poteva evitare, in quanto un personaggio viene resuscitato di punto in bianco, per mezzo di un miracolo a dir poco forzato). Ciò non toglie che lo staff dietro alla serie sia composto da grandi artisti, nomi altisonanti destinati a diventare veri e propri mostri sacri del loro media di riferimento: e questo si vede, sopratutto quando ci si ritrova di fronte alla carica emotiva che un'opera del genere è in grado di sprigionare ancora oggi, incurante delle leggi del tempo. 


Nonostante la serie sia stata tagliata per il basso indice di share, dopo l'enorme successo della versione cinematografica è stata dotata di due sequel televisivi, "The Comet Empire" e "Bolar Wars". Entrambe le serie godono di un budget decisamente maggiore rispetto al loro coraggioso prequel, pertanto ne compensano pienamente i difetti tecnici; la prima delle due è palesemente spostata verso la poetica di Matsumoto tout court, e l'influenza di Nishizaki è minima: rimane pertanto un altro classico da vedere, sopratutto se si ama lo stile etereo e romantico dell'autore, che predilige la stesura di poesie di suoni ed immagini a discapito del realismo; la seconda, invece, per chi scrive è trascurabile, in quanto nei fatti si tratta di un more of the same delle prime due serie il cui unico vantaggio, a parte le animazioni all'avanguardia per l'epoca, consiste in uno studio relativamente brillante del personaggio di Desler.


In conclusione, non posso non citare l'epica battaglia della Yamato contro i satelliti orbitali di Gamilas: nell'episodio dell'anime - uno dei miei preferiti -, la corazzata guidata dall'autorevole capitano Okita dovrà immergersi più volte nell'oceano di un pianeta sconosciuto, al fine di schivare il gioco di laser riflessi nella sua orbita da satellite a satellite; ovviamente, la soluzione finale al problema sarà un coraggioso intrufolamento nella base del nemico, con tanto di scontro all'arma bianca annesso. Inutile dire che in "Nadia - Il mistero della pietra azzurra" Anno abbia omaggiato questa puntata ricostruendo il raggio laser del nemico (la Torre di Babele) e facendolo riflettere contro i satelliti orbitali lasciati in cielo dagli antichi atlantidi; ma non è tutto: l'ascensore inclinato dell'Exelion, il suo design e la sua interfaccia nella cabina di pilotaggio à la Matsumoto sono tutte citazioni che tradiscono l'amore spropositato dell'otaku di prima generazione per il suo anime preferito, l'opera che più delle altre ha definito il suo modo di essere e la sua passione. Pertanto, chiudendo il cerchio, per i giapponesi "Corazzata Spaziale Yamato" non è stato soltanto un semplice anime, ma un qualcosa di mitologico e irripetibile, così importante da entrare direttamente nelle loro vite. 



















4 commenti:

  1. Ottimo scritto, approfondito e interessante, che analizza uno dei punti fondamentali dell'animazione con la dovuta contestualizzazione storica. Complimenti all'autore.

    Avrei giusto una curiosità: a tuo parere un sottotesto sociale/politico/culturale inserito nell'animazione a partire proprio dalla figura del "newtype", ovvero del protagonista come specchio della nuova generazione cresciuta senza essere "macchiata" dagli orrori della guerra e quindi simbolo di una rinascita, può essere riscontrato anche nei tokusatsu di tipo nagaiano, e ancor prima con l'Astroboy di Tezuka? Perché anche guardando a opere come "Mazinger Z" o "Grendizer" il protagonista, ovvero colui che pilota i mecha, è sempre incarnato dalla nuova generazione e non è mai uno di quegli adulti che hanno trascinato il Giappone sull'orlo del baratro.

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  2. Grazie mille! :)

    I protagonisti dei tokusatsu nagaiani di solito sono dei disadattati che vanno in moto in contromano (come Koji Kabuto) o che prendono a cinghiate in faccia i loro compagni di scuola (Akira Fudo), pertanto sono del tutto privi dell'aura ideologica e mitologica di Kodai e dei suoi successivi colleghi.

    Per quanto concerne Astroboy, Tezuka stesso l'ha definito come una sorta di Pinocchio, e di fatto è molto più vicino alla figura del supereroe dei comics americani che del newtype nipponico (Astroboy non è umano, è una macchina che si comporta da uomo).

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  3. Complimenti per la recensione, molto interessanti le tue riflessioni.

    Da ragazzino mi aveva preso molto, nonostante la tv regionale dove guardavo la serie avesse la malsana abitudine di mandare tranci di episodi in modo totalmente casuale (credo di aver visto prima il finale e solo molto dopo l'inizio). Con mia puntuale frustrazione quando mi ritoccava rivedere l'episodio x visto diecimila volte. Da quello che ho letto in giro il doppiaggio italiano aveva riparato a molti svarioni della versione americano.Comunque pensando a cosa sono stati capaci gli americani con robotech direi siamo stati abbastanza fortunati.

    "Cattura di un pilota di Gamilon" è il mio episodio preferito della serie. Mi è sempre piaciuta la scena dove scoprono che il nemico non è poi cosi diverso da loro e le conseguenti riflessioni che ne nascono.

    Del Ramake uscito l'ultimamente cosa ne pensi? Onestamente credo sia un'ottimo prodotto, quasi pari all'originale.

    Del film live action uscito recentemente al cinema è meglio sorvolare...

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  4. Ciao, grazie per il commento. :)

    Io l'opera l'ho vista dapprima nella versione nostrana (avevo comprato i dvd molti anni fa), e poi, prima di recensirla, in quella fedele di Central Anime. Ora molto probabilmente mi rivedrò la seconda stagione subbata eng per poterla recensire, tempo permettendo. ;)

    Il remake non mi interessa, per me è come se non esistesse, in quanto non mi piace questa filosofia del rendere più moderni dei grandi classici decontestualizzandoli. Insomma, anche se tutti mi dicono che è ottimo, non ci sono dietro Matsumoto, Tomino, Nishizaki, Ishiguro, il contesto del dopoguerra ecc. il che lo rende poco attraente ai miei occhi.

    Il live action non l'ho visto, ma a pelle non mi ispira. :)

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