sabato 17 settembre 2016

Malice@Doll: Recensione

Titolo originale: Malice@Doll
Regia: Keitaro Motonaga
Soggetto & sceneggiatura: Chiaki J. Konaka
Character Design: Shinobu Nishioka
Visual Concept: Yasuhiro Moriki
Musiche: Y-Project
Studio: Arts Magic
Formato: serie OVA di 3 episodi
Anni di uscita: 2001


La razza umana si è estinta. Ciò che rimane di essa sono le sue creazioni, in particolare uno squallido quartiere a luci rosse in cui delle prostitute robotiche vanno alla ricerca di clienti senza mai trovarli – in fondo, proprio a tal fine sono state programmate. Malice, bambola sessuale che si è guastata – le è uscita della colla da un occhio, che è andata a formare un'indelebile lacrima -, un giorno, mentre si reca dal robot adibito alle riparazioni, incontra una bambina fantasma, che la conduce nei meandri del sottosuolo per farla violentare da una gigantesca maschera dotata di tentacoli. Quando Malice si risveglia è diventata umana, e in più ha guadagnato un potere rivoluzionario: baciando i suoi colleghi androidi – «ti darò un bacio, è l'unica cosa che so fare» -, può infondere loro la vita, facendoli diventare degli esseri di carne e sangue. Ma mentre Malice in versione umana è perfetta, le “vittime” del suo bacio diventano delle mostruosità aberranti, grottesche e insensate. Era questa la sostanza dell'umanità che in passato popolò il mondo? Amore significa anche mutamento, perdita del sé e, in ultima sintesi, morte? Che rapporto c'è tra corpo e spirito? E tra sogno e realtà? Di certo, una mera macchina non può saperlo. Non può comprendere.


Interamente scritto e ideato da Chiaki J. Konaka, una delle figure più ermetiche e geniali dell'animazione giapponese - “serial experiments lain”, “Digimon Tamers” -, “Malice@Doll” è una serie di tre OAV a dir poco raccapricciante, nella quale lo sceneggiatore riversa tutto il suo feticismo per le bambole (per le quali nutre una vera e propria passione, sicché se le costruisce, le vende e le colleziona) e per l'horror metafisico à la Lovercraft, senza disdegnare qualche sfumatura concettuale tipica della poetica di Philip K. Dick (il suo scrittore di fantascienza prediletto).
L'opera è stata dichiaratamente realizzata prendendo ad esempio i lavori del regista Jan Svankmajer (in particolare, come è lecito aspettarsi da un autore che in quasi tutte le sue opere inserisce rimandi ad “Alice in Wonderland”, “Alice”, nel quale una bambola diventa umana), pertanto la computer grafica – rozza e low budget, niente di paragonabile al film “Final Fantasy: The Spirits Within” che usciva lo stesso anno – viene fotografata fotogramma per fotogramma e messa in movimento, come se l'opera si trattasse di un anime dal basso numero di frame per secondo – per motivi allegorici, soltanto la sequenza finale viene animata in modo fluido, senza l'impiego di tale tecnica. Alla luce di queste premesse, siamo di fronte ad un'opera estremamente sperimentale, che l'autore ha creato più per sé stesso che per il pubblico; la staticità delle animazioni e le inquadrature irregolari utilizzate dal regista creano un voluto senso di “spiazzamento” e stordimento nello spettatore, in modo tale che sogno – o meglio, incubo - e realtà si confondano tra loro, in sincronia con archetipi grotteschi e quantomeno inquietanti. 

 
La pornografia sintetica e macabra di “Malice@Doll”, svuotata degli onnipresenti rimandi esoterici tipici dello stile di Konaka, rimanda al controverso “Yoju Toshi” di Yoshiaki Kawajiri (mostri tentacolari stupratori, orrori abissali, ragazze violate che durante l'atto sessuale, anzi di fremere dal terrore, sembrano quasi compiaciute dell'abominevole situazione in cui sono invischiate) e al ben notoChoujin Densetsu Urotsukidouji”, caposaldo dell'horror erotico giapponese. Ciò detto, a differenza delle due opere citate, le trasformazioni cronenberghiane del corpo – simbolismo ricorrente nell'animazione giapponese postmoderna, si pensi al capolavoro “Akira” di Katsuhiro Otomo - di “Malice@Doll” tentano di fondersi con un substrato visuale più poetico, nel quale viene esaltata la potenza e l'incorruttibilità dello spirito in un contesto alieno a qualsivoglia virtù – la sequenza finale dell'opera.
Stando alle parole di Konaka e Motonaga, spetta allo spettatore decifrare il significato di “Malice@Doll”, che a loro dire è prevalentemente contenuto nelle immagini – i dialoghi infatti sono ridotti al minimo essenziale. E' risaputo che i giapponesi privilegino il simbolo rispetto all'approccio narrativo tipico degli occidentali (basta soltanto pensare al loro sistema di scrittura), pertanto nello scibile culturale nipponico non è raro trovare opere interpretabili su più livelli di lettura, nelle quali appaiono quegli archetipi dell'inconscio collettivo sedati dal disincanto e dalla scure della ragione fine a sé stessa tanto cara all'occidente. In particolare, una ricorrenza tipica delle strutture narrativo/simboliche giapponesi è la constatazione dell'impermanenza delle cose e della cristallizzazione del tempo – per la filosofia orientale, la concezione di quest'ultimo è più vicina ad un “eterno presente” che ad una netta distinzione finalistica tra presente, passato e futuro (infatti lo sviluppo filosofico/teologico/scientifico di questa concezione è radicata nell'ebraismo e nel cristianesimo). 

   
Fatto salvo ciò di cui sopra, proprio come ribadisce l'inquietante Joe Administrator (il magnaccia robotico del quartiere) a Malice, «Tu pensavi che bambole e macchine non volevano rimanere com'erano... fare sempre le stesse cose, vagando ogni giorno. Non importa come sia accaduto... il tuo desiderio è stato realizzato. Questo non è più il mondo eterno. Questo è ciò che hai desiderato.» In altre parole, Malice, novella Eva in chiave ero-cyberpunk, a causa del desiderio ha fatto cacciare via i suoi compagni dall'Eden, dove tutto era “fermo” e privo sia di vita che di mutamento – e pertanto mancavano morte, dolore e sofferenza. Il desiderio come “motore” dei meccanismi terreni è una ricorrenza tipica del buddhismo, e, alla luce di ciò, è possibile attribuire un senso al finale apparentemente incomprensibile dell'opera: una volta presa coscienza della frivolezza del suo comportamento, Malice rinuncia al corpo (e pertanto alle passioni e al desiderio) e si fa spirito per far tornare il suo mondo nell'immobilità, in modo tale da prevenire la morte della sua migliore amica (a questo punto si nota un velato parallelismo con “serial experiments lain” per quanto concerne il rapporto tra la protagonista e Arisu). Rimane comunque una grande ambiguità di fondo nel messaggio finale della serie: l'impermanenza non viene accettata in alcun modo (lo spirito è incorruttibile e il mondo eterno rimane tale una volta rimossa la minaccia della vita). Ma in fondo Chiaki J. Konaka è un otaku di prima generazione, un Urashima Tarou “congelato” nella sua dimensione personale, pertanto questa osservazione non stupisce, ma anzi, risulta scontata. Da sempre, l'otaku non ha un buon rapporto con la deteriorità del mondo esterno, e preferisce rifugiarsi in simulacri apparentemente “incorruttibili” quali bambole e action figures. 

   
Al di là dell'interpretazione strettamente religiosa/antropologica di cui sopra, “Malice@Doll” è altresì una grottesca allegoria dell'importanza del Sé nell'inconscio: insomma, anche in questo caso si ripete il solito simbolismo del processo d'individuazione che Konaka – molto probabilmente senza esserne completamente cosciente - inserisce in quasi tutti i suoi lavori: lo spirito di Malice in questo caso è il Sé incorruttibile che si erge dagli abissi della mente dominando gli aspetti mostruosi e imprevedibili dell'inconscio, facendolo ripiombare nella quiete immobile dopo le agitazioni dovute alla "nevrosi" (i corpi deformi e mutilati, l'ambiguità tra reale e irreale, i simbolismi sessuali truci e malati). 

   
Qualitativamente parlando, è difficile valutare oggettivamente “Malice@Doll”. Di certo è un titolo da fruire con una buona dose di apertura mentale, consigliatissimo a chi predilige atmosfere da brividi al limite del kitsch. Ciò premesso, sebbene l'opera a parer mio sia abbastanza mediocre, Konaka si dimostra orgoglioso ed entusiasta del suo lavoro, che di fatto ha rappresentato la sua personalissima poetica senza alcuna intermediazione, imposizione esterna ed influenza commerciale. Per questo motivo, in conclusione, “Malice@Doll” rimane una tappa obbligata per tutti gli estimatori di uno degli autori più geniali, misteriosi e affascinanti dell'animazione nipponica.

Nota 

I retroscena citati in questa recensione sono stati attinti dall'intervista a Konaka e Motonaga contenuta negli ineserti speciali dell'edizione americana del dvd.








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