lunedì 1 novembre 2021

La parabola dell'animefan italiano

 

Grazie a Shito, che ormai è coautore di questo blog da un po' di tempo, ho avuto modo di conoscere i video di Dario Moccia, dato che quest'ultimo e il mio "collaboratore" avevano fatto una live insieme. Per Moccia, parlare di anime è una cosa da fighi, così come per altri influencer molto mainstream: me ne viene in mente in particolare uno della Milano pacchiana (non faccio il nome perché non voglio fargli pubblicità), che ho avuto modo di incrociare in un locale a mio parere da "poser/fake dell'arte" et similia. In un suo video, addirittura, una specie di modella che ai tempi del liceo mi avrebbe deriso per il mio essere ancora lì a giocare con jrpg e affini, tutto rintanato con la mia cerchia di amici "sociopatici e nerd", parlava degli anime come se fossero roba "socialmente seria", tipo una borsa di Gucci, un viaggio nonsodove sul barcone o un chewing-gum masticato dalla Ferragni. Il discorso sul fatto che, come cantava Piero Pelù, grazie ai social siano ormai "tutti fenomeni", ossia tutti cantanti, poeti e pittori e opinionisti non è un argomento che intendo al momento affrontare (posso soltanto ricordare ciò che diceva Pasolini sulla televisione, ossia che forniva autorevolezza a chiunque vi appariva: lo stesso discorso vale per i social, Youtube et similia). La cosa che invece mi ha veramente colpito è il mio senso di estraneazione rispetto ad una cultura "otaku" ormai diventata mainstream. Mi è capitato anche di scambiare quattro chiacchiere con due ragazze vestite praticamente come scolarette di anime giapponesi, con tanto di capelli tinti; ma non ad una fiera: in Farmacia, ossia un luogo come tanti altri. Al supermercato una volta ho visto una con i capelli alla Sailor Moon e la maglietta rosa; vedere ragazze in minigonna, calze e capelli verdi o blu non è più tanto raro. Sempre ai famosi tempi del mio essere "otaku" (in declinazione piemontese/italiana si intende), le ragazze "normali" avrebbero senz'altro bullizzato eventuali cosplayer o fujoshi (è una mia idea che il bullismo di oggi colpisca tutti indistintamente, e non più soltanto particolari nicchie di disagiati).

 

Penso che se il proprio essere legato a determinate cose "nerd" come giochi di carte collezionabili, videogiochi, anime ecc. non è più motivo di vergogna, ossia se un modo di "evadere" proveniente dalla stasi infantile e/o adolescenziale viene riconosciuto dai più come una cosa normale, non è più possibile definire il termine "otaku". In passato, in Giappone come in Italia, si era abituati a nicchie chiuse e autoreferenziali: non esisteva Twitch, Youtube era agli albori, Lucca Comics un misero capannone con due gatti che si vestivano da Lum o Sailor Moon e tanti saluti. Le discussioni nelle board erano cose molto dure, tipo discorrere per centinaia di post chi tra Tomino e Takahashi Ryousuke fosse stato più realistico a livello di mecha, o far flame con i fanboy su quanto e come Evangelion avesse attinto da infiniti altri anime. Come può ricordare chi è ancora più vecchio di me, c'erano poi gli scontri (vere e proprie guerre tra forum, con qualche querela che fioccava ogni tanto) con i "girellari", ossia quelli così attaccati ai cartoni della loro infanzia/adolescenza che a quarant'anni suonati si facevano comprare il Mivar dalla mamma per peggiorare la qualità delle VHS rendendola consona ai loro anni migliori, consumati tra una merendina (per l'appunto, la Girella) e l'altra, un'interferenza radio e l'altra. La presenza femminile era quasi inesistente, e guai ad annoiarsi o a droppare un anime: sarebbe stato un sacrilegio. Infatti molti animefan ormai mainstream se tutto va bene guardano due o tre episodi, studiano i personaggi e parlano del nulla o si fanno il cosplay a tema: qualsiasi utilità narrativa o tecnica del mezzo è andata perduta (infatti, ora che gli anime sono roba da "persone normali", è molto raro sentire qualcuno, anche tra i più alti scranni degli influencer, in grado di fare un'analisi tecnica e contenutistica seria su un cartone animato giapponese). Ma ciò è normale: come intendeva altresì Okada, l'Otaking della GAiNAX, gli otaku erano tali finché esserlo comportava un'esclusione sociale, una volta sdoganati non sono più otaku (tutto molto lapalissiano). Essere veramente otaku significa piangere sulla propria loli feticcio, stile Miyazaki, e vergognarsene; starsene nella propria ristretta cerchia di animefag estremi a bisticciare su cazzate enormi; raccogliere maniacalmente dati sulle serie visionate e così via. Mi viene in mente quando anni fa litigai con uno dei miei amici, che all'epoca mi bloccò per un anno sicché reputavo Gundam G-Reconguista di Tomino una merda (e sostenevo la mia tesi molto "calorosamente", dacché ero oltremodo deluso da uno dei miei "idoli"): al fine di valutarla positivamente, tale amico, di cui non faccio il nome per privacy, si ostinò a visionarla frame per frame, cesellando il video quasi maniacalmente, al fine di carpire maggiori informazioni possibili sulla sceneggiatura caotica che Tomino non era stato in grado di rendere comprensibile. Niente di affrontabile dal punto di vista del mainstream, ma neanche lontanamente, sebbene ormai anche noi nella nostra nicchia veniamo riconosciuti come esperti o quantomeno facciamo qualcosa di semi-professionale nel settore. Ma rimaniamo comunque legati indissolubilmente al nostro background di "italotaku" - neologismo necessario a distinguere una derivazione italiana di un fenomeno puramente giapponese - di un certo periodo storico. 

 

L'otaku, un individuo con un atteggiamento monomaniacale su un determinato prodotto di consumo (in questo caso anime e manga), come sostenevo altresì in questo post, è un figlio (innanzitutto giapponese) del consumismo, della postmodernità, che poi, volendo dirla come Elio Petri, altro non è che l'americanizzazione della cultura e della società. In Giappone l'inizio della postmodernità è stato segnato dall'Expo di Osaka del 1970; in Italia invece, così come in Europa, era arrivata un po' prima, grazie altresì alla celerità degli investimenti del Piano Marshall. Tuttavia, nella terra del Sol Levante, l'avanzare del benessere postmoderno è stato molto più veloce che da noi: quando in Giappone gli otaku come Anno Hideaki registravano le trasmissioni sui VHS, in Italia il registratore non era ancora arrivato. Ciò detto, a mio parere, Italia e Giappone sono tanto lontani quanto vicini: entrambi i paesi hanno perso la guerra, hanno una forte cultura familistica, delle similitudini geografiche, culturali ecc. Non è sicuramente perfetto e impeccabile parlare di "italotaku" avendo ben presente le perversioni e le derive dell'analogo giapponese e la frivolezza e noncuranza tipiche del popolo italiano (la pressione sociale in Giappone è molto, ma molto più forte di quella italiana, da qui le sostanziali differenze tra gli otaku nostrani e quelli giapponesi). Tuttavia, dato che la postmodernità va a braccetto con la globalizzazione, e date le affinità tra Giappone e Italia di cui sopra, sarebbe veramente curioso dal punto di vista sociologico inaugurare un parallelismo di questo tipo.


Fatte queste premesse, devo dire che tanto si è parlato di Gualtiero "Shito" Cannarsi, ma pochi lo hanno veramente compreso, dacché per arrivare a ciò bisogna essere "italotaku" in senso stretto al suo stesso modo. In Italia egli è una sorta di analogo alla figura di Okada Toshio in Giappone, dacché da dietro le quinte è stato testimone di tutta la storia editoriale italiana in materia di anime e manga, e il suo modus operandi di adattamento, che piaccia o no, altro non è che l'estremo opposto della filosofia di Alessandra Valeri Manera, che all'epoca era il nemico numero uno di quella nicchia di "italotaku duri", forse assimilabili alla prima generazione giapponese di cui Anno e Kawamori, che pretendevano "the real deal", ossia adattamenti estremamente fedeli senza alcuno sconto dal punto di vista dei giapponesismi e delle tecnobubbole più estreme, tutte cose che venivano tagliate via dalla censura intrinseca alla televisione mainstream dell'epoca.  Quando Gualtiero scriveva (e scrive ancora) in giro che gli anime son cose da bambini e bambinoni, e che non è roba da adulti parlarne, sta semplicemente dicendo ciò che avrebbe detto Okada Toshio in Giappone (anche se Okada inizialmente sognava una società di happy otaku, e poi, invecchiando, si era ravveduto, mentre invece Gualtiero aveva iniziato ad essere critico nei confronti della sua passione immediatamente, intorno ai vent'anni). Di mio, essendo un "italotaku" della generazione successiva, non mi stupisco più di tanto in merito ad un'asserzione del tipo "guardare anime da adulti è cosa da bambinoni" perché durante la mia adolescenza, in Piemonte, i miei hobby venivano considerati roba da sfigati. Per i miei amici del tempo, così come per me e molti altri della mia generazione, gli anime e i videogiochi erano "strategie di sopravvivenza", ossia cose che permettevano di mettere delle pezze sulla propria irresoluzione, sulle proprie latenze e carenze, nonché la propria situazione storico-sociale. Questa cosa è lapalissiana per quella generazione venuta su con l'anime night di MTV, che riteneva Evangelion un mostro sacro (solitamente per le nuove generazioni di non-otaku ormai normalizzati, è semplicemente un anime noioso). Come specificavo in questo post, Eva era il grande totem di quel disagio, di quel senso di essere tagliati fuori. Ad un certo punto, ci si è ritrovati esclusi dal grande banchetto sociale delle generazioni precedenti, e in merito a questo fenomeno molto probabilmente Zerocalcare è una delle migliori coscienze nostrane in circolazione.

 

Dato che alla fin fine sono uno scienziato, e mi piace giocare con i modelli (ben consapevole che essi siano solamente dei prodotti della mente umana e che non riescano mai ad inquadrare completamente la complessità del reale), vorrei provare suddividere la parabola dell'animefan italiano in varie generazioni, un po' come faceva Azuma Hiroki con gli otaku giapponesi. Le generazioni sono elencate in ordine temporale.

 

Generazione G, dove la "G" sta sia per "Goldrake", pronunciato Goldreic, che "Girella": questa generazione è la primigenia in Italia data l'enorme risonanza che ebbe la messa in onda dell'adattamento italiano (con tutte le libertà del caso) del Gurendaiza di Nagai Go a fine anni settanta (che tra l'altro era il seguito di Great Mazinger, pertanto la messa in onda italiana non rispettava neanche la continuity originale della saga iniziata da Mazinger Z ). Fu un fenomeno di massa e si deve a questo evento l'inizio della vera e propria storia dell'animazione giapponese in Italia. Il Girellaro di per sé è un figlio del boom economico italiano: la sua dolce adolescenza dedita a consumare merendine, con l'amorevole madre e il padre impiegato fantozziano (ma col posto fisso), è stata talmente tanto una catarsi che crescendo, e iniziando (talvolta, non sempre) a scontrarsi con realtà quali l'inizio del degrado sociale portato dalle paure associate alla guerra fredda (l'edonismo estremo come reazione alla frustrazione collettiva di un'imminente catastrofe nucleare), la diffusione della droga nelle periferie (il "just say no" della moglie di Regan) e quant'altro, hanno preferito rintanarsi in un loro solipsismo atto a replicare il benessere della loro infanzia felice, senza tuttavia avere un vero interesse per le opere originali. Un Girellaro non è un "italotaku", sebbene di certo si tratti di un consumatore postmoderno molto affine al mito dell'Urashima Tarou, che poi in sostanza è la metafora di una persona che si chiude in una moratoria/atarassia della vita a scopo o escapistico o riparativo o di semplice vizio, cosa molto comune nella postmodernità. Tutte queste considerazioni ovviamente avendo ben presente lo spirito italiano, sempre molto "alla buona" e superficiale nell'affrontare le cose.


Generazione 1: Gualtiero Cannarsi, l'otaku italiano primigenio, e la relativa nicchia digitale nata sui newsgroup di Usenet,  che poi darà origine al PlusNetwork e a tutte le sue derivazioni. Questa generazione, come quella G, è venuta su per lo più cresciuta da famiglie nate con l'ideale pseudonarrativo della Famiglia del Mulino Bianco: sono pertanto bambinoni viziati aggressivo-passivi imbevuti della loro narrativa idealistica, un po' come lo era Anno Hideaki. Di solito questa generazione metterà al mondo gli "italotaku" di quella successiva. Per loro i videogiochi erano messi in vendita nei negozi di giocattoli, con le bambole per le ragazzine: erano a tutti gli effetti cose da bambini. E' la generazione che dopo aver visto Goldreic non si è fermata lì diventando un generazione G ma è andata avanti a interessarsi delle cose, nonostante fossero percepite dalla società come roba da ritardati. E' un po' come accadeva all'otakuzoku giapponese di prima generazione a fine anni sessanta (si pensi a Omohide Poro Poro di Takahata Isao: l'infanzia di Taeko, con il padre col posto fisso e la madre amorevole, era collocata in tale periodo). In Italia, invece, un livello analogo di postmodernità era diventato comune a fine anni ottanta. Fatto presente questo sfasamento temporale, che si parli di italotaku o otaku giapponesi, questa generazione abbisogna di "cose serie", di grandi pseudonarrazioni come potevano essere Macross o Yamato. Robe come Kiss me Licia erano troppo frivole e postmoderne per questa generazione. Contrariamente alla generazione G, qui c'è lo spirito di andare avanti a catalogare, a smontare l'animazione per capire come funziona ecc. Non c'è un interesse verso la propria infanzia ma si è proiettati nella ricerca di una pseudonarrazione del progresso come poteva essere quella fandonia che si erano bevuti Anno e compagni andando all'Expo di Osaka '70 (è notevole notare che mio padre, in Italia, mi parlava di come nella sua giovinezza pensasse che il futuro dell'umanità sarebbe stato un qualcosa di grandioso).


Generazione 2: Sono i figli di Sailor Moon su Mediaset e di Evangelion su MTV; non nascono solitamente in famiglie felicemente boomer come quelle della generazione precedente, ma in situazioni per lo più disfunzionali. Hanno tuttavia bene a mente il concetto di boomer: non sono estranei all'idea di una famiglia perfetta piena di amore, con la madre a casa e il padre col posto fisso. Vivono le Torri Gemelle e la crisi dei subprime nella loro adolescenza. Analogamente agli otaku giapponesi di seconda generazione, accumulano dati sulle serie televisive e sono meno inclini alle pseudonarrazioni: infatti Evangelion, il loro Totem, è di fatto una non-narrazione, o quantomeno la trama e il finalismo non sono i suoi punti di forza. Alcuni italotaku di questa generazione riusciranno quantomeno a convivere con una ragazza; altri rimarranno incel/doomer e saranno testimoni della transizione da società del benessere e dell'abbondanza a società della scarsità (soprassedendo sul progressivo impoverimento dei rapporti umani, la crisi porta ad una macelleria sociale sul lato lavorativo). Per questa generazione non è più una questione di "necessità di epica" come la precedente, ma di attaccamento ai propri feticci adolescenziali, tutte proiezioni riparative di quel qualcosa che, come dice Zerocalcare, ad un certo punto si era inevitabilmente rotto.


Generazioni 3/4/X (dove la X sta come incognita di una progressione numerica, sicché questa classificazione mia personale non c'entra nulla con la "generazione X" della sociologia): Sono i "nativi delle macerie" di cui parla Zerocalcare, autore italiano sociologicamente molto importante che assocerei ai doomer della generazione 2. Per questa generazione di nati dopo il duemila, il concetto di futuro è quasi inesistente, e si arrabattano come possono. Non sono già più italotaku come quelli della generazione precedente, dacché non hanno più quella sensazione di "ideale da boomer di stabilità sociale e famigliare" che alla fin fine è la culla primigenia dell'otakuzoku, o quantomeno del "senso di esclusione" della generazione precedente e del vizio consumistico post boom economico della prima. Sono invece i prodotti di una non-società altamente fluida e informatizzata in cui non vi è alcunché da sedimentare. Se per Zerocalcare l'assenza di futuro è un problema, per i "nativi delle macerie" il futuro non è una cosa a cui pensare: vivono in un eterno presente e hanno ormai introiettato la macelleria sociale e relazionale portata da globalizzazione sfrenata e social media. Se un generazione 2 soffre il suo essere incel, un generazione X si accontenta di masturbarsi sulle cosplayer senza aspettarsi nulla: l'ideale familiare da boomer non esiste più nel suo vocabolario. In fondo, in Giapponese, "otaku" (お宅) significava in origine "davoi" – Nakamori Akio dovette proprio dirlo "ormai consideriamo "otaku" non un pronome, ma un sostantivo" –, ossia "a casa di..." e in quella casa c'era la madre affettuosa con il solito marito salaryman che col suo lavoro fisso portava benessere. In altre parole: moratoria dolce per la prima generazione; moratoria agrodolce più che altro riparativa per la seconda generazione; le generazioni X - dato che non si parla più di otaku, non penso abbia neanche più senso suddividere in generazioni - invece vivono in una "moratoria amara", forzata, ma ormai introiettata. A parer mio non è accaduto che la società si sia otakuizzata, ma che semplicemente quel concetto di società che aveva dato origine all'otakuzoku, italiano o giapponese che sia, è ormai inesistente. Come diceva la Tatcher, non ha neanche più senso parlare di società (e infatti ho usato talvolta il termine "non-società").

 

Come si conclude pertanto la parabola dell'animefan italiano? Che, a mio parere, non ci sono più veri e propri animefan italiani. Se Netflix deve fare un adattamento tutto allegro e mainstream di Cowboy Bebop, che alla fin fine era un anime per depressi degli anni novanta (Generazione 2), e questo è soltanto un esempio, direi che quel media, e quel tipo di attitudine "italotaku" si è ormai esaurito/a. Non vi è più né un bisogno di moratoria girellara, né di grandi pseudonarrazioni, né di sofferenza derivante dal sentirsi in bilico, senza alcuna identità, tra un'epoca di vacche grasse e un'altra di vacche magre. Si guardano due episodi su Netflix perché non si ha nulla da fare o da pensare; magari una specie di remake coreano di Battle Royale diventa accidentalmente mainstream: tutti ne parlano, ma finisce lì. Nessuno ci costruirà nulla sopra, e "costruire strutture", lo strutturalismo, a parer mio è una cosa tipicamente otaku. Nessun vero fenomeno di costume, nulla di nulla. Questo tipo di "cultura" è stata ormai assorbita e normalizzata dalla non-società fluida in cui viviamo, e l'appiattimento di tutto ciò che la riguarda, dai siti internet ai gruppi a tema (mi viene in mente ad esempio Animeclick, che si è dovuto trasformare in una sorta di Facebook per sopravvivere), è lapalissiano. Se nella OP di Otaku no Video si cantava che l'otaku era padrone del mondo, che doveva lottare ecc. (era ovviamente un auto-incitamento solipsistico), ora tutto ciò non ha più senso alcuno. Questo perché la lotta dell'otaku, o italotaku di Generazione 2 che dir si voglia era contro la società, o in qualche modo la metteva al centro del proprio disagio (ho scritto "Generazione 2" escludendo la prima perché la Generazione 1 italiana, contrariamente a quella giapponese, che subiva una pressione sociale infinitamente più pesante, non aveva grandi conflitti con il sociale, essendo relegata alla propria bolla di benessere familiare). Pertanto si può dire che la transizione da escapisti della società a escapisti del sé, ossia consumatori non più ossessivi ma meramente bulimici, è stata ormai compiuta. Okada aveva scritto "Otaku ha sudeni shindeiru", ossia "otaku, sei già morto", parafrasando Hokuto no Ken. Qui si potrebbe dire: "animefan tu sei già senz'anima". Tu che volevi essere padrone del mondo, soprattutto del tempo, che volevi bloccare a tuo piacimento, ti sei ritrovato in un mondo che gli otaku li rende schiavi. Una volta rimossa la frizione in grado di creare attrito, e quindi movimento, il resto è tutto stasi indefinita, nonché semplice modalità di sedazione.

25 commenti:

  1. Come prevedi possano evolversi le cose per quanto riguarda l'animazione e la sua relativa community non solo in Italia, ma anche nel resto del mondo (visto che ormai il pianeta è globalizzato a differenza di anni fa, e penso si debba tenere in considerazione questo fattore quando si parla di evoluzione del media e del suo pubblico di riferimento)? Io un'idea ce l'ho, ma vorrei prima ascoltare la tua.

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    1. Ciao Seele e grazie per il commento. Secondo me si avrà la progressiva eutanasia dell'animazione giapponese, ossia cose "da giapponesi" fatte da americani (vedi gli obbrobri Neflix), moeblob spinti fatti soltanto per creare cosplay e foto su Instagram e ovviamente nessun tipo di animazione di nicchia intelligente, come poteva essere un lain o un Haibane Renmei (constatazione fatta dagli stessi Abe e Konaka).

      L’attuale community italiana, al di là delle solite nicchie storiche che pian piano si stanno spegnendo, la vedo molto inquadrata in ciò che chiamavo generazione X, pertanto non sono neanche più veri "italotaku" ma cosa altra rispetto al mio vissuto di generazione 2. Paradossalmente, addirittura la comunicazione tra le due generazioni di italotaku e i nuovi animefan è piena di problemi, tale è la frattura tra l'italotakuzoku “reale” e tutto ciò che è venuto dopo.

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    2. La tendenza sembrerebbe questa e non ci sono altri elementi che ci lasciano pensare il contrario, tuttavia io credo che (così come la storia dell'uomo ci insegna, non essendo fatta solo di continui peggioramenti, ma di periodi bui e periodi meno bui) il tessuto sociale ormai disgregato possa in futuro ricompattarsi e trovare un giusto "equilibrio".

      Secondo il mio parere la gente un domani capirà che sarà necessario trovare un qualcosa a cui aggrapparsi (non so ancora cosa potrà essere questo qualcosa; difficilmente saranno gli stessi valori dei nostri genitori o nonni, ma spero qualcosa di altrettanto meritevole), e la società si ricostituirà. Uomini e donne prenderanno consapevolezza che vivere di puro edonismo è una cosa deleteria e pian piano si troverà una soluzione che possa mettere la cosa al margine per provare a focalizzarsi su un qualcosa di più concreto. Da queste fondamenta non vedo impossibile una rinascita di un'animazione seriale con un certo spessore, ma è una cosa che segue di pari passo questo ipotetico cambiamento sociale; e qualora esso non avvenga, non ci sarà alcun tipo di rinascita del media, e ancor peggio l'uomo si avvierà verso l'annichilazione spirituale (cosa che sta già avvenendo).

      Del resto una persona che vive la vita unicamente seguendo il puro piacere come fine ultimo dell'esistenza, è un uomo che non sta sfruttando appieno il suo potenziale: un uomo castrato (parlo di uomini ma intendo anche le donne, sia chiaro). E di conseguenza ci troviamo di fronte una persona che ha perso la bussola e non avendo gli strumenti per capire sé stesso, si abbandona alle sensazioni del corpo. Che per quanto importanti, rappresentano solo una minima parte di ciò che siamo.

      Ci si limiterà a produrre opere vuote e tremendamente edonistiche, il cui scopo è finalizzato unicamente all'intrattenimento e al funzionamento della "grande catena" che è l'industria dell'animazione che troverà vie sempre più comode con risultati sempre più scialbi (sia da un punto di vista tematico, che da un punto di vista visivo).

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    3. Penso che una "postmodernità buona", ossia il miglioramento ipotetico di cui parli, sia stato il sogno degli otaku di prima generazione, infatti ho scritto che inizialmente Okada sognava una società di happy otaku. Di mio non riesco proprio ad abbracciare questo tipo di ottimismo: la strada mi sembra tutta in discesa, come la parabola che tende a meno infinito verso il basso.

      L'uomo è un animale pigro e non rinuncerebbe mai alla sua comodità. Le cose belle costano fatica. La comodità apre poi le porte alla sedazione quando le vite ormai sono circoscritte dai ritmi industriali globalizzati e precari dal pdv lavorativo e dall'eccessiva amplificazione delle dinamiche "libere e naturali" di interazione tra uomo e donna dal punto di vista sociale (in altre parole, social media, modelli di uomini e donne preconfezionati e sbattuti ovunque nel web, e dating apps amplificano a dismisura la selettività nella scelta dei partner, quello che gli incel chiamano "ipergamia").

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    4. Anche questo è uno scenario probabilissimo che non escludo per niente. Per come vanno le cose ora, tutto lascia pensare che si andrà proprio verso questa direzione che hai appena descritto.

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    5. Il mio è semplice realismo, poi magari mi sbaglio (e lo spero).

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  2. Torno al blog dopo tantissimo tempo (purtroppo) e, come mi aspettavo, trovo cose belle. Il discorso mi pareva iniziare pericolosamente in odore di gatekeeping (questi termini sintetici non esistevano nemmeno ai miei tempi, ma i concetti - come accade quasi sempre - sì). Ma non avevo capito nulla: analisi lucida e molto interessante. Credo sia una dote preziosa quella di superare (per quanto umanamente possibile) i limiti interpretativi legati alla propria generazione di appartenenza. Io appartengo ancora (per un soffio) alla prima generazione, quella "Goldrake e Mulino Bianco". Neanche a farlo apposta, Goldrake e gli altri para/tokusatsu mi lasciavano freddo, finché non vidi... Yamato. E feci la faccia del giovane Smeagol quando vede per la prima volta l'Anello. Che nostalgia, le grandi pseudonarrazioni, i mondi coerenti in cui perdersi, le cronologie, i protagonisti con più di diciotto anni… Dolce veleno per noi passivo-aggressivi viziati che, generazionalmente, abbiamo poi cercato in tutti i modi di compiacere i nostri padri, restando forse la generazione meno influente e più passiva nella società. Quanto agli otaku, non saprei dire se siano scomparsi. Forse esistono come fenomeno carsico. Ci sono aspetti del culto Anime-Manga che sono "sdoganati". Altri sono ancora poco presentabili, probabilmente restano più che altro nel girone dei doujinshi e di certo hentai. Forse lì rimane quel misto di malsano "elitismo" e consapevolezza della propria impresentabilità. Ma, ehi, visto che ero in tema di termini sintetici usati dai "giovani", chi sono io per fare kinkshaming?

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    1. Ciao Marco, la tua testimonianza fitta perfettamente con il post. Poi sì, penso che la seconda generazione abbia provato a fare qualcosa, forse di più della prima, ma per compensare ciò che le mancava. Ad esempio Zerocalcare andava nei centri sociali a cercare un surrogato di famiglia, la Caruso scriveva sui blog ecc. La seconda generazione ha anche saggiato l'inutilità dei suoi tentativi di rincorrere il miraggio in cui viveva la prima. Le generazioni successive di non-otaku, le (non)gen 2/3/X, penso che siano comunque molto più passive di qualsiasi generazione di "italotakuzoku".

      In merito a ciò che dici sul lato porno dei (non)gen 2/3/X, non c'è nulla di nascosto, è già tutto nero su bianco su Instagram, TikTok e Onlyfans.

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  3. " moeblob spinti fatti soltanto per creare cosplay e foto su Instagram e ovviamente nessun tipo di animazione di nicchia intelligente, come poteva essere un lain o un Haibane Renmei (constatazione fatta dagli stessi Abe e Konaka)."Un continuo loop di consumo di Opere/Waifu/Merchandise usa e getta.

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    1. Una volta quella roba c'era comunque, ma non era costruita in base a quanto dettato dai social media. Era modellizzata sulle necessità degli otaku di prima generazione (infatti hai citato la frasetta in cui cito lain a mia volta). Il lolicon, sebbene esistessero pornazzi lolicon, era una pseudonarrazione seriosa, infatti tali loli erano delle eroine come Nausicaa o Leda. O delle divnità come lain (vedasi recensione di lain e recensione di Cagliostro). Le loli di oggi sono prive di spirito.

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    2. Cosa ne pensi di opere come K-on e simili?? Non sono mai riuscito a reggerle e le ho sempre droppate dopo 5 min di visione.Credo che manchi il cosiddetto "spirito" o semplicemente contenuto in quel tipo di opere(anche sotto il solo aspetto dell'intrattenimento).

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  4. C'è una sigla di K-On! in cui le ragazzine paiono seriamente Teletubbies. Provate a cantare "tivubbì" in vece di "daisuki" e il risultato è "tante coccoleeee".

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  5. Come mio solito, devo commentare per mostrare apprezzamento, ma ho pochi argomenti per esprimerlo meglio. Ovvero, è un post ben strutturato, che fa ordine in un po' di questioni... è sia critico sia autocritico a livello generazionale, e quindi è molto onesto come tutti gli altri di questo blog. :-)

    Lascio, sempre come mio solito, un'impressione vaga, banale e stupidamente logica. Mi è venuto da chiedermi: perché non notare che "Generazione G" può stare per "Goldrake", "girella", ma anche per "Gualtiero"? :)
    Al di là della battuta, mi pare un po' esagerato decidere che una sola persona o un piccolo gruppo formino una generazione diversa da quella a cui appartengono. Ovviamente dici che hanno seguito un percorso diverso crescendo, ma non so quanto questo influisca sul concetto di generazione. Un tale che ha fatto qualcosa di particolare rispetto alla maggioranza dei coetanei, dagli stessi punti di partenza, non smette di far parte di quella generazione.
    Ancora, è un'osservazione stupida e di certo l'hai sottintesa, ma il mio ruolo in questo spazio è trascinarla a galla. :)

    Poi, beh, io crederò un po' alla mancanza di spirito per una generazione quando leggerò qualcuno che vi appartenga fare più o meno la stessa tua denuncia - cosa che finora non mi è successa - e anche in tal caso non del tutto. Sarebbe inedito nella storia che una tendenza continui all'infinito senza invertirsi mai. Concordo su questo con Seele94, e probabilmente verrà fuori prima o poi qualche valore tanto sentito quanto inesprimibile - il che in fondo rassicura solo in parte.
    Il fatto che io sia giusto sulla demarcazione tra la "generazione 2" e quella "X" del tuo modello (sì, sono generazioni di animefan, ma penso che non si discostino molto da quelle sociologiche, per come la vedo io) mi aggiunge un certo sradicamento, in ogni modo...

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    1. Ciao lui, grazie per il commento :)

      "perché non notare che "Generazione G" può stare per "Goldrake", "girella", ma anche per "Gualtiero"?"

      Perché al telefono il buon G mi disse che nella sua epoca, quando iniziò a interessarsi di anime, i girellari c'erano già (Goldreic andò in onda a fine anni settanta). Sono di fatto la generazione 0, o generazione "G". L'italotakuzoku è già un bel punto di rottura rispetto a loro.

      "cosa che finora non mi è successa"

      Secondo me le uniche generazioni capaci di vera autocritica sono quelle di italotaku veri, ossia la prima e la seconda. Girellari e gen X, come da parabola spirito in funzione di generazione, penso siano troppo solipsistici per abbozzare un'autocritica :P

      "Concordo su questo con Seele94"

      Potrebbe anche avere ragione, anche io spero che ci sia un'inversione al precipitare del ramo di parabola... ma la vedo dura sinceramente :D

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    2. Grazie per la risposta.
      Boh, io continuo a temere che dire "tale generazione è incapace di autocritica" alla fine si riduca in un modo troppo comodo di confermare a priori quello che se ne pensa. L'incognita è se facciano autocritica in modo non comprensibile a noi esterni, o in modo frammentario e disperso - un esempio banale mi sembra il "commento fiume" sotto un video di YouTube, per cui non c'è motore di ricerca che aiuti a trovarlo, se è su un video popolare e magari ha pochi pollici in su.
      O qualcosa di più strano.

      (Mi è venuto in mente ora "Dialogo con la generazione del nichilismo attivo" di Galimberti. Prima o poi dovrei leggerlo, sperando che non sia troppo filtrato dallo sguardo dell'autore.)

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      Semi-OT: se parliamo di generazione girellica come entità separata, allora per ampliare il quadro ti consiglio questo articolo che mi colpì molto:
      https://www.giornalepop.it/avventuroso-il-vero-fumetto/
      Ora, chiaramente dobbiamo fare un atto di fede nei confronti del Gori e del Trevisani, ma è troppo stupefacente pensare che potremmo aver avuto la prima generazione "girellica - anteotaku" tra quelli che a dieci anni nel 1934 compravano un giornale a fumetti fantasticamente approssimativo, e che ancora a cinquant'anni negli anni Settanta si facessero l'occhiolino, magari andassero in segreto a comprare le ristampe di Gordon Flasce e si riconoscessero come gruppo subculturale!!!
      Insomma, se parlassimo non solo dell'animazione giapponese ma della "cultura popolare estera", la generazione G/0 sarebbe da retrodatare di cinquant'anni e chissà che non ce ne sia un'altra in mezzo! :D

      (Anche gli altri articoli dello stesso autore mi hanno fatto conoscere molto.)

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    3. "alla fine si riduca in un modo troppo comodo di confermare a priori quello che se ne pensa"

      Ero provocatorio nella mia asserzione, ma la cosa fondamentale secondo me è che se una cosa è normalizzata, non hai bisogno di farti delle domande né su quella cosa, né su te stesso.

      "Mi è venuto in mente ora "Dialogo con la generazione del nichilismo attivo" di Galimberti."

      Può centrare. Poi non sono un particolare amante di Galimberti, ma qualcosa di giusto ha scritto (o copiato, non saprei :D)

      "giornale a fumetti fantasticamente approssimativo"

      Secondo me la televisione ha molto più impatto della carta, ma tipo 9999 a 1. Non credo che quei vecchi di cui parli abbiano una vera rilevanza sociologica come i Girellari. Grazie comunque per il link, ho imparato qualcosa di nuovo :D

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  6. Fra, come sempre articolo top!
    Dunque, io come ho sempre pensato, sono a cavallo tra le generazione 1 e 2, ma con elementi della 3/4/x.

    Non sono della Goldrake, non sono girellaro. Sicuramente sono Eva e Sailor ma anche anni '80 di Bim Bum Bam e delle repliche sulle TV regionali.
    Secondo me questa generazione di mezzo esiste.
    Parlando del post in sé, devo dire che sì, ormai è una moda, e hai fatto esempi molto più che calzanti a riguardo.
    Belle youtuber che si dilettano con argomenti cool (solo perché OGGI lo sono) ma che fino a 20 anni fa ti avrebbero riso in faccia.
    Io penso che l'apertura mainstream sia comunque sempre un bene (e che il ghetto sia sempre un male), perché magari porta diversi vantaggi. Noi fan reali, puri, e non modaioli, ne possiamo godere.
    Gli altri si fanno belli, ma non hanno nemmeno solide basi.
    Sfido un qualsiasi twitcharo o youtuber a citare anche solo la metà delle cose che hai nominato qui, ora.
    O a fare le interconnessioni che hai fatto.

    Moz-

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    1. Ciao Moz, grazie per il tuo commento e per la nostra breve "chiaccherata" privata, che ha avuto altresì spunti interessanti. Concordo nella tua constatazione sulla "generazione di mezzo", che secondo me alla fin fine è una sorta di pre-generazione 2, un elemento di transizione: delle specie di post-paninari che hanno comunque conosciuto Eva (anche un mio amico è così). Anche il loro mood è a cavallo tra quello della prima e della seconda: non sono ancora "cupi" come chi aveva vissuto molto intensamente la MTV anime night a parer mio. Infatti mi avevi detto che per te SM era Usagi, mentre per me, invece, che ero già allo 0% happy italotaku/post-paninaro, era Hotaru il personaggio per cui provare empatia.

      Su tutto il resto che hai scritto concordo, l'italotakuzoku è the real deal, ma non per nonnismo, ma per il nostro aver vissuto sulla nostra pelle le nostre passioni con tutte le conseguenze del caso, provando anche a fare qualcosa nonostante tutte le difficoltà lungo il cammino.

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  7. Grazie a te, bella chiacchierata su un tema che amo e che affronto da tempo sui miei spazi.
    Ottimi spunti, come dici.
    Ecco, io sono proprio di quella generazione pop di mezzo... forse indefinita e abbastanza impalpabile.
    Noi comunque siamo veri appassionati, non per moda ma per cultura e -soprattutto- piacere (assieme al divertimento, dovrebbe costituire la base di ogni passione).
    Ma soprattutto non c'è nostalgismo (patologia) anche nell'amare le cose del passato.

    Mi hai chiesto di aggiungere qui una delle cose che ti ho detto a voce.
    Io lavoro con ragazzini e ragazzi. Tra campi estivi (Nerd Summer Camp, l'ho chiamato!) e centro giovanile, ho visto passare varie generazioni.
    Quella del '98-2002 è stata strana. Odiavano il "vecchiume" rappresentato dalla TV. Per loro c'era solo internet, Youtube come televisione e il passato era qualcosa di vecchio da non contemplare.
    La generazione seguente (anche giovanissima) accetta e riscopre il passato, anche grazie alle piattaforme (Netflix, Prime...) che offrono molto in tal senso, assieme alle novità.
    Ora attendo sviluppi sul post che mi hai anticipato, non vedo l'ora.

    Moz-

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    1. Sì, ti ho chiesto di scriverlo qui per completezza, dato che comunque mi fornisci un punto di vista sull'ultima generazione ben più ottimista del mio - il quale, dato il mio status di "bradipo sociale" à la Pakusan, era ispirato a quella del '98-2002 che dici. Ciò detto, la X è anche un'incognita, e ci sono molti fattori come ad esempio se una determinata nuova generazione è stata de-coomerizzata da qualche italotuku 2 o 1 (mi dicevi che cmq fai da "mentore" ai più giovani). Fatte queste considerazioni, ciò che hai scritto in un certo senso si ricollega a quanto teorizzato da Seele94.

      Ciao!

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    2. Ora leggo anche i commenti degli altri, sicuramente interessanti!
      Comunque sì, se può essere un esempio la mia pur circoscritta esperienza, posso dirti che anime e manga anni '80-'90 sono considerati "vecchiume" dalla generazione '98-2002 (che però ora deve recuperarli, per stare al passo...) mentre sono cool per la generazione successiva.
      Ho mostrato loro City Hunter e Street Fighter II Victory (ma anche qualche episodio di He-Man Filmation, anno 1983, per ricollegarci a Masters Revelation, anno 2021) ed è piaciuto tutto.

      Moz-

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    3. Queste notizie interessano molto anche me, che sono classe '99. Devo dire che non ho mai fatto molto caso a come i miei coetanei percepissero il "vecchiume" in campo animato, ma diciamo anche filmico ecc. C'è da dire che effettivamente non se ne parlava molto, e io in primis ho iniziato ad approfondire materiale di decenni fa solo negli ultimi anni.
      Vedete che c'è qualche motivo se ogni tanto mi piacerebbe avere un paio d'anni di meno, o almeno cinque o sei di più :D

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    4. Ciao Lui, piacere!
      Ecco, confermi il mood della tua generazione, e quello che vedo io: solo ultimamente state correndo ai ripari, al recupero.
      Non ne hai colpa, è che proprio l'onda di allora era così; le TV avevano perso potere e offerta; internet imperava col suo futuro.
      Oggi paradossalmente... proprio le piattaforme streaming hanno riunito le nuove generazioni, dando loro quel che per le nostre era la TV-calderone degli anni '80 e '90.

      Moz-

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