sabato 8 ottobre 2016

The Drifting Classroom: Recensione

Titolo Originale: Hyouryuu Kyoshitsu
Autore: Kazuo Umezu
Tipologia: Shounen manga
Edizione Italiana: non disponibile
Volumi: 11
 Data di uscita: 1972


In Giappone, all'inizio degli anni settanta, la disfatta del sessantotto era dietro le porte, e ad essa si aggiungevano i numerosi disastri provocati dall'industrializzazione frenetica e incontrollata degli anni cinquanta e sessanta: la baia di Minimata e il fiume Agano erano avvelenati dal mercurio, il suolo della prefettura di Toyama dal cadmio e l'aria di Yokkaichi dal biossido di zolfo e dal biossido di azoto. Le innumerevoli intossicazioni riscontrate dagli abitanti di queste zone avevano mantenuto vivo nel subconscio collettivo giapponese il tetro ricordo delle malattie portate dalla radioattività nell'immediato dopobomba, e avevano altresì innescato un dibattito etico e giuridico che portò le autorità nipponiche ad alcune revisioni in materia legislativa atte a contenere l'inquinamento ambientale. In questo contesto, con il boom economico che svelava i suoi lati oscuri, lo spettro del ricordo dell'atomica e il caos politico derivante dal fallimento dei moti del sessantotto, nel 1972 la rivista Shounen Sunday pubblicava “Hyouryuu Kyoshitsu”, uno dei manga fondamentali del suo tempo - un anno dopo, quasi come se avesse voluto rispondere alla “sfida” della rivista rivale, Shounen Jump diede alle stampe un altro classico del fumetto giapponese post-apocalittico, l'iconico “Hadashi no Gen” di Keiji Nakazawa.
Vagamente ispirato al cupo “Lord of the Flies” di Golding, ma strettamente giapponese e allegorico nella sostanza, “Hyouryuu Kyoshitsu” narra la storia di Sho, studente delle elementari figlio del boom economico – e pertanto strettamente legato alla figura materna e pressoché privo di quella paterna, dacché all'epoca i padri di famiglia erano chiamati a sacrificarsi sul lavoro al fine di ricostruire un paese messo in ginocchio dalla WWII – il quale un giorno si ritrova teletrasportato, assieme a tutta la sua scuola, in un arido futuro in cui tutto ciò che rimane del genere umano è un tetro deserto color pece, colmo di raccapriccianti e minacciosi mostri. Nella scuola circondata dall'abisso tossico del nonsenso non ci sono più regole: spetterà ai bambini costruire una società partendo da zero, dapprima imponendo il razionamento delle scorte alimentari e la democrazia, e successivamente assistendo alla regressione di alcuni componenti del gruppo allo stadio primitivo, una delle tante divisioni interne che lacereranno una comunità allo sbando, succube degli allegorici orrori del dopoguerra i quali, giorno dopo giorno, si manifestano in tutta la loro violenza, proiettandosi indefinitamente in un futuro non troppo lontano nel quale ogni residuo di umanità è andato perduto.


Per Kazuo Umezu, vera e propria celebrità in Giappone (la sua stravagante residenza privata è diventata addirittura una meta turistica), il mondo dei bambini è molto più intrigante di quello degli adulti, dacché questi ultimi sono fossilizzati nelle loro perenni routine socio-lavorative prive di creatività – «Gli adulti sono professionisti, hanno una specializzazione, mentre invece i bambini sono preparati per ogni cosa.» In fondo, ciò che dice l'autore non stupisce, dacché la società priva gli adulti d'individualità e possibilità – «Certe qualità dell'infanzia vengono scartate per rendere la vita nella società degli adulti più semplice», conferma Umezu, che aggiunge: «Da adulto, certamente perdi l'elasticità che ti permette di adattarti a nuovi contesti. I bambini non sono legati da alcunché, mentre gli adulti non possono liberarsi dalla loro inerzia.» Alla luce di ciò, i primi personaggi di “Hyouryuu Kyoshitsu” che perdono la ragione una volta giunti nel futuro sono proprio gli adulti, giacché, come dice l'autore, non posseggono la flessibilità mentale dei giovanissimi protagonisti. In particolare, l'unico adulto che riesce a sopravvivere più a lungo nella “classe alla deriva” - manco a dirlo - rievoca lo spettro delle contestazioni e il fallimento della sinistra: il bidello Sekiya è un proletario il quale, in virtù della sua “superiorità morale”, ruba le razioni di cibo ai bambini tenendole tutte per sé, mettendo a dura prova la loro capacità di sopravvivenza; inutile dire che quando viene braccato si suicida allo stesso modo dei militari perduti dell'estrema sinistra giapponese. Altro retrogusto socio-politico dell'opera è il messaggio che la democrazia portata dagli americani ha fallito: l'iniziale equilibro “governato dal popolo” non tarda a degenerare in un insieme di fazioni comandate da alunni più carismatici e dotati degli altri – la brutale satira politica inerente l'elezione del primo ministro parla da sé -, fazioni che si aggrediscono a vicenda per i beni primari nonostante Sho, il leader illuminato dei bambini (che in un certo senso incarna la figura dell'imperatore benevolo e amato dal popolo), cerchi in tutti i modi di preservare la coesione sociale del gruppo. Gruppo che diventa via via sempre più succube di una violenta psicosi collettiva, che viene rappresentata con una ferocia che oggidì sarebbe inconcepibile in un manga per bambini (senza che venga fatto alcuno sconto al lettore, si assiste a folle inferocite e terrorizzate che travolgono bambine disabili senza curarsi di loro, atti di cannibalismo, ragazzine prese a sassate in testa dai maschietti della fazione rivale, novelle regine Himiko in miniatura che tentano famigerati “colpi di stato” organizzando spedizioni punitive nelle quali le bulle della classe picchiano a sangue i più deboli e via dicendo).


Particolarmente suggestiva la scena nella quale, ai piedi del monte Fuji, i bambini muoiono di fame in un parco divertimenti gremito di dolciumi ed appetitose leccornie, rese a loro inaccessibili da vetrate indistruttibili. Oltre alla democrazia, fallisce pure il consumismo, i cui simulacri si rivelano mere illusioni che non sono in grado né di salvare i bambini né la razza umana tutta. Come era prevedibile da un autore giapponese classe 1936, nell'opera il modello americano viene criticato e relegato allo stesso livello di una delle tante mostruosità insensate che dominano l'orrorifico mondo allegorico di un'opera la quale, tra le sue numerose sfumature, non rinuncia a farsi carico di alcune riflessioni di carattere generale sul futuro dell'umanità tutta -il robot nel parco giochi che descrive ai bambini la scoperta di una nuova fonte di energia più potente di quella nucleare, scena nella quale l'autore lascia intendere che, se l'uomo regredisce allo stadio bestiale e inconsapevole, la sua follia, amplificata grazie all'ausilio di scienza e tecnica, lo porterà dritto dritto nel baratro dell'autodistruzione. Non per nulla, in alcune tavole del manga l'umanità viene paragonata ad una pozzanghera, a della fanghiglia nociva che si espande sempre più, senza alcun controllo.


Nel crescendo di violenza, ansia e terrore che colpisce la scuola Yamato, grazie a degli improbabili gap interdimensionali, Sho comunica con la madre rimasta nel presente, la quale lo aiuta a sopravvivere inviandogli le cose di cui necessita, inserendole in apposite “aperture” dello spaziotempo (una volta, addirittura, il varco dimensionale si aprirà all'interno di un cadavere, e povera donna non si farà problemi ad intrufolarsi in un obitorio per salvare la vita al figlio). La figura materna viene così nobilitata e dotata di valenza simbolica, nonché eletta a portatrice d'amore, gioia e salvezza. I bambini arriveranno addirittura a crearsi una propria religione con una “dea madre” al posto di un “dio padre”, adorando come un idolo la testa di un manichino femminile; ma tale madre surrogato non durerà molto a lungo, dacché in un contesto caotico come quello della “classe alla deriva”, cose come la religione perdono completamente di significato: Sho e compagni di sventura non possono neanche permettersi di affidarsi ad un simulacro per colmare il vuoto interiore lasciato dalla mancanza di una figura materna di riferimento. Cosa del tutto inconcepibile per i giovani postmoderni, la cui vita è del tutto immersa in oggetti che sostituiscono delle persone le quali, sebbene siano fisicamente vicine, si dimostrano oltremodo lontane, perse nella loro alienazione sociale.


La narrazione di “Hyouryuu Kyoshitsu” è estremamente lineare, e le tavole sono disposte in maniera dinamica e “cinematografica”; sotto questi aspetti, Kazuo Umezu segue la lezione di Osamu Tezuka, il “maestro dei maestri” tanto amato e omaggiato dai più grandi mangaka giapponesi. Il truculento bagaglio orrorifico dell'autore invece trae ispirazione dalle storie di paura appartenenti al folklore giapponese che il padre gli raccontava da piccolo la sera, dopo aver spento la luce (Umezu ammetterà che l'oscurità raccapricciante delle montagne, con le loro strade senza luce alcuna, è parte di lui, del suo essere). La grande abilità del mangaka nel disegnare paesaggi deriva dalla sua permanenza giovanile in un piccolo paesino di montagna, periodo nel quale, non avendo alcun oggetto di consumo con il quale intrattenersi, egli si dilettava a disegnare i panorami che lo circondavano. I disegni dei personaggi sono molto autorali, e la vasta gamma di espressioni facciali che la sensibilità dell'autore è in grado di concepire coronano nel migliore dei modi dei ritratti psicologici assai curati e realistici. Inutile dire che la fantasia macabra di Umezu nel corso del manga partorisca delle mostruosità a dir poco ripugnanti, che vengono rese ancor più inquietanti dalla ricerca del realismo grafico che fa da denominatore comune alla sua personalissima concezione dell'horror. Ciò detto, in conclusione, fatte tutte queste buone premesse (in fondo si sta parlando di un classico del fumetto giapponese, sebbene in Italia sia pressoché misconosciuto), il finale di “Hyouryuu Kyoshitsu” colpisce per la sua repentina inversione di tendenza – che sostanzialmente si tratta di un messaggio di fiducia nelle potenzialità della giovinezza inserito ad hoc dall'autore -, una sorta di deus ex machina il quale, nonostante la sua eleganza e valenza simbolica, di fatto stride con quanto venuto prima, una situazione macabra le cui potenzialità distruttive lasciavano presagire un epilogo quantomeno truculento e sanguinoso.

Bibliografia

“Il Manga. Storia e universi del fumetto giapponese”, di J. M. Bouissou, pag 191, 192 e 193.

Intervista a Kazuo Umezu rilasciata dal Tokyo Scum blog.





Nessun commento:

Posta un commento