sabato 14 marzo 2015

Aku no Hana - I fiori del male: Recensione

Titolo originale: Aku no Hana
Regia: Hiroshi Nagahama
Soggetto: basato sull'omonimo manga di Shuzo Oshimi
Sceneggiatura: Aki Itami
Character Design: Hidekazu Shimamura
Musiche: Hideyuki Fukasawa
Studio: ZEXCS
Formato: serie televisiva di 13 episodi
Anno di trasmissione: 2013

 
Esistono anime che hanno senso solamente in Giappone. "Aku no Hana" è uno di questi. Spesso, italiani e stranieri, quando si ritrovano di fronte a questo tipo di opere, compiono un grosso errore, e le valutano trascurando la società e il contesto che le ha prodotte. Non si può valutare "Aku no Hana" secondo gli usi e costumi della società occidentale, molto meno rigida, formale e opprimente di quella giapponese. Chi ha studiato lingua giapponese conosce benissimo i numerosissimi suffissi onorifici i quali devono essere utilizzati per rivolgersi ad una persona a seconda del grado di confidenza, dell'età, della posizione sociale e così via. Già questa peculiarità della lingua di per sé rende benissimo l'idea di quanto questa società, da molti di noi sconosciuta, sia asettica e formale, così tanto da arrivare in alcuni casi ad annichilire la personalità degli individui, la loro sessualità, il loro amor proprio. Inoltre, i giapponesi hanno una concezione del voyeurismo molto marcata e sui generis; il feticismo e l'attaccamento patologico, morboso, all'oggetto dei desideri manifestato da molte persone del sol levante deriva dall'oppressione e dalla frustrazione che genera in esse la società, con i suoi ritmi alienanti e proibitivi. Il fortunato che ha studiato giapponese, o che comunque si è informato ed ha esperienza nel settore manga/anime, è anche ben a conoscenza del fatto che il termine "otaku" inteso nel suo senso originario è ben diverso dal significato occidentale. Non si tratta di un nomignolo simpatico per identificare esclusivamente un appassionato di manga/anime; nella società giapponese, un otaku è un individuo problematico, asociale, con forti difficoltà a rapportarsi con il prossimo, ossessionato da determinati oggetti e/o prodotti del consumismo giapponese. Un otaku è un emerginato, di sovente identificato come ritardato dalle altre persone. Un otaku s'interessa morbosamente a degli oggetti, spesso anche solo per la loro forma, il loro colore, i loro meccanismi. Possono esistere anche otaku che s'interessano di libri senza comprenderne veramente il significato, solo per il gusto di averli e di sentirsi speciali rispetto agli altri, quelle persone così asettiche ed omologate da quell'impersonale ed autoreferenziale organo il quale è la società giapponese. Il marcato voyeurismo è una dimensione tipica dell'otaku, quindi non mi stupirei affatto se esso degenerasse in feticismo a causa di un disagio interiore più patologico della media.


Nel contesto di un'animazione per la maggiorparte omologata a causa delle imposizioni del pubblico otaku, il regista Hiroshi Nagahama ("Mushishi", "Detroit Metal City") decide, molto coraggiosamente, di adattare l'omonimo manga di Shūzō Oshimi in modo visualmente provocatorio. "Aku no Ana" infatti è rivolto esclusivamente al pubblico di otaku giapponesi, e si rivolge a loro mettendoli a nudo, come uno specchio. Non ci sono lolite, moe, trovate fashion, voli pindarici di grafica. C'è un otaku disegnato al rotoscopio, con tutte le sue patologie e problemi tipici. La scelta del realismo nella grafica (rotoscopio vuol dire ricalcare i tratti di attori veri e poi animarli), nel dosaggio dei tempi, nella scelta dei numerosi silenzi, sono tutti elementi voluti al fine di far rispecchiare lo spettatore otaku in tutte le sue contraddizioni. Reali. "Aku no Hana" non è il classico prodotto di consumo il cui compito è alienare l'otaku medio dalla realtà. E' la realtà sbattuta in faccia al suo pubblico di riferimento.


La trama rientra nei canoni tipici di uno slice of life introspettivo: un otaku di nome Takao Kasuga è ossessionato da un libro che non riesce a comprendere, "Les fleurs du Mal" di Baudelaire. Egli vede in Nanako Saeki, una brava ragazza dalla bellezza acqua e sapone, un'angelica ed inarrivabile musa ispiratrice. L'attacamento morboso verso la compagna lo spinge a rubarle la tuta, molto probabilmente al fine di praticare la masturbazione con essa. Tuttavia, la pecora nera della classe, tale disadattata e asociale Sawa Nakamura, scoprirà il misfatto ed inizierà a ricattarlo...


Il mood della serie è abbastanza pesante, angoscioso. Sembra di entrare nella vita e nelle turbe di un otaku modello; si vivono le sue manie, paranoie, contraddizioni e tormenti interiori. Le lunghe passeggiate nella più completa solitudine; i deliri di Sawa Nakamura, quanto mai tormentata, alienata, rabbiosa nei confronti della società/scuola; e nei confronti di sé stessa, messa in disparte dagli altri per via della sua stranezza e diversità. Una discriminata che affronta la sua condizione nel peggiore dei modi, ovvero sottomettendo l'apatico Takao, sia psicologicamente che fisicamente; tormentandolo, gridandogli in faccia, guardandolo con lo sguardo freddo, tagliente, come s'egli fosse un cane malato di rabbia. La violenza psicologica è l'unico modo che Sawa ha di comunicare con Takao; viceversa, Takao è talmente vuoto e chiuso in sé stesso che non ci prova neanche, a comunicare con Sawa. Agisce passivamente rispetto ad ogni cosa, anche quando il suo sogno d'amore platonico sembrerà realizzarsi. Allo stesso modo dei suoi genitori, anch'essi alienati, freddi, di poche parole, che badano esclusivamente alle apparenze, esattamente secondo i canoni dell'imprinting che hanno a loro volta subito - i genitori sono gli araldi della società civile, la prima istituzione contro cui un giovane si deve prima o poi confrontare.


Allo stesso modo di Sawa, anche Nanako è incapace di comunicare in modo chiaro con Takao. Ella è troppo buonista, fiduciosa, ingenua, concentrata al massimo sul suo rendimento scolastico e sui suoi studi musicali. Se il protagonista da una parte assorbe tutta la rabbia e la frustrazione di un'emarginata sociale, dall'altra è l'oggetto di un'idealizzazione buonista indotta dall'imprinting borghese e benpensante di Nanako. Il culmine di tale dualismo mistificatorio che inficia la comunicazione dei tre sarà l'ottima scena nella quale Takao dovrà scegliere se seguire la sua musa ispiratrice o la sua "Femme Fatale". Egli dichiarerà alle due di sentirsi come un recipiente, un relitto umano svuotato di ogni passione e finalità. Infatti, nessuna delle due lo vede come è realmente; ognuna delle due vede in lui sé stessa. Sawa vede in lui - anzi, vuole vedere in lui - un pervertito, un emarginato, un vile; Nanako vede in lui - anzi, vuole vedere in lui - un bravo ragazzo come tanti altri e niente di più. Entrambe uccidono a loro modo l'identità del protagonista. Entrambe sono state a loro volta vittime di un imprinting sbagliato e cercano di plasmare l'alienato otaku in base alla programmazione ricevuta dai rigidi usi e costumi della loro società. Tuttavia, la cosa che differenzia sostanzialmente Nanako da Sawa è il fatto che quest'ultima vorrebbe in qualche modo evadere dall'ambiente che la rende infelice - Sawa vuole andare con Takao "al di là della collina", vuole fuggire dalla società/scuola, dai genitori ecc. -, mentre invece Nanako è passiva, si adatta al sistema senza rendersi conto delle sue contraddizioni, in modo molto meno consapevole della sua controparte violenta e disadattata.


Il triangolo sentimentale di "Aku no Hana" non è quindi un triangolo cliché, ma uno strumento utilizzato al fine di mettere a nudo le difficoltà dei giovani giapponesi di adesso. La regia dell'anime è molto ricercata, e sfrutta a suo vantaggio l'espressività facciale derivante dall'utilizzo del rotoscopio per giocare con primi piani intensi, nei quali gli sguardi dei personaggi comunicano il loro dominio interiore, e inquadrature ben studiate, le quali contribuiscono a creare il particolare mood opprimente dell'anime, assieme ai numerosi silenzi e alle quanto mai ricercate BGM. Le lunghe passeggiate di Takao sono estenuanti da vedere, in modo assolutamente voluto, al fine di trasmettere quell'ansia, quel vuoto interiore, quel senso di angosciosa alienazione che caratterizza la vita di un otaku medio in Giappone. Anche la sovente dilatazione dei volti dei personaggi è voluta: spesso il viso di Sawa assume espressioni mustruose, inquietanti, come il suo sguardo; tale è la percezione contrastante della ragazza che ha Takao nel dominio della sua interiorità - nonostante ne sia comunque attratto, esattamente come lo era Baudelaire dalla sua venefica "Femme Fatale", oppure come lo era Tarchetti dall'inquietante, oscura e psicopatica Fosca -. Le espressioni stesse dei personaggi si fondono con i tormenti interiori del protagonista, il quale, non riuscendo a comunicare, vede tutto quello che lo circonda in modo distorto e falsato.


In conclusione, "Aku no Hana" è certamente un anime diverso dal solito, una testimonianza della condizione dei giovani giapponesi attualissima e quanto mai fraintesa dagli occidentali. Ho apprezzato molto le scelte del regista, autore dall'indubbio talento e versatilità che ha avuto il coraggio di creare qualcosa di diverso in un panorama nel quale l'omologazione fa da padrona. Ovviamente, la reazione degli otaku giapponesi a "Aku no Hana" è stata molto negativa: a nessuno piace essere messo a nudo. Proprio per questo, dubito fortemente che la seconda stagione dell'anime vedrà mai luce (l'ultima puntata della serie non è il finale, ma una sorta di trailer della seconda stagione). Pertanto, per conoscere il finale è necessario passare al manga.








Nessun commento:

Posta un commento