domenica 28 settembre 2014

Midori - La Ragazza delle Camelie: Recensione

Titolo originale: Midori Shoujo Tsubaki
Regia: Hiroshi Harada
Soggetto: Suehiro Maruo
Sceneggiatura: Hiroshi Harada
Character Design: Hiroshi Harada
Musiche: J. A. Seazer
Studio: produzione indipendente
Formato: film cinematografico 
Durata 52'
Anno di uscita:1992


Nella filosofia orientale, sopratutto nel buddhismo, il tema riguardante la linea di demarcazione tra illusioni e realtà è dominante. Al di là della ruota dell'esistenza, che imprigiona le creature nell'eterno ciclo del Samsara, c'è l'assoluto, il quale allo stesso tempo è il nulla. La sofferenza prodotta dalla vita nel mondo dell'illusione è uno dei temi chiave degli insegnamenti del Buddha. Così come la liberazione dalla sofferenza derivante dalle illusioni create dalla nostra mente. Ora provate a immaginare una trasposizione horrorifica e malata di tale concezione, nella quale il vivere è pura angoscia. Una cosa nauseante. Macabra. Grottesca. Questa è l'idea che ha avuto Hiroshi Harada, il quale, da solo, per cinque anni, ha creato questo controverso film, "Midori/Shoujo Tsubaki", basandosi sul manga di Suehiro Maruo, adattamento a fumetti di una "Kamishibai" (lett. "dramma su carta"), ovvero un racconto folkloristico giapponese tramandato in passato dai monaci buddhisti attraverso le "emakimono" (lett. "pergamene immagine").


Diciamolo subito: per l'elevata dose di violenza disturbante, psicologica, con incursioni nello splatter e nel macabro, "Midori" potrebbe scoraggiare parecchio alla visione. Oppure lo spettatore occasionale a digiuno di cultura orientale potrebbe snobbarlo come un semplice horror più malato del solito. Ergo non si tratta di una visione adatta a tutti, ma solamente a un certo target di pubblico di mente aperta, che magari ha già apprezzato il folkloristico "Mononoke" e certi lavori di David Lynch, come ad esempio "Eraserhead" e "The Elephant Man". 


Midori è una sfortunata ragazza-archetipo di umili origini, la quale per sopravvivere è costretta a fare la schiava in un circo; ivi verrà maltrattata, sarà l'oggetto di cattiverie e abusi di vario tipo; la sua unica consolazione sarà l'amore dell'inquietante "mago della bottiglia" Masanitsu, sentimento che non mancherà di far scatenare la feroce invidia dei mostruosi feticci umani del circo. E' fin troppo chiaro, una delle metafore del film è la perdita dell'innocenza nel circo della vita/esistenza, tema che, inconsciamente, mi ha fatto associare l'opera all'ambiguo brano "Circus" contenuto nell'album "Lizard" dei King Crimson. Le musiche di J.A Seizer ("La rivoluzione di Utena") sono ineccepibili, fascinose e ataviche, allo stesso modo delle immagini che accompagnano: si pensi all'alchimia suono-immagini della memorabile sequenza finale del film, la quale traspone in modo molto suggestivo la metafora orientale del mondo delle illusioni.


Non è per nulla un semplice horror, "Midori". Al di là dei già discussi intenti metaforici e folkloristici, il film ha una sua poetica molto particolare, coadiuvata da raffinati disegni in pieno mood retrò; infatti, non a caso, l'opera viene spesso paragonata al capolavoro targato 1973 "Kanashimi no Belladonna". Ergo le tecniche d'animazione utilizzate si rifanno agli standard in voga negli anni '70: primi piani intensi e drammatici, pochi frame disegnati interamente a mano, effetto cartolina alla Dezaki, utilizzo delle inquadrature trasverse per accentuare il senso del claustrofobico e così via. Come accadeva in "Belladonna", la perizia registica si fonde con gli sperimentalismi low budget, tuttavia creando un prodotto unico nel suo genere, quanto mai angosciante, affascinante, violento e maledetto. 















Nessun commento:

Posta un commento