sabato 14 maggio 2016

Ano Hana: Recensione

Titolo originale: Ano Hi Mita Hana no Namae o Bokutachi wa Mada Shiranai
Regia: Tatsuyuki Nagai
Character Design: Tanaka Masayoshi
Musiche:  Remedios
Studio: A-1 Pictures
Formato: serie di 11 episodi
Anno di uscita: 2011


"Ano Hi Mita Hana no Namae o Bokutachi wa Mada Shiranai" abbreviato "Ano Hana" è una serie del 2011 diretta da Tatsuyuki Nagai, noto anche per "Toradora!", e prodotta dallo studio A-1 Pictures.
I primi episodi di Ano Hana erano riusciti a illudermi che questo titolo potesse avere grandi potenzialità, ma devo con rammarico constatare che il risultato finale è stato ben al di sotto delle mie aspettative. Forse mi aspettavo qualcosa di meno ovvio e svenevole e la conclusione, seppur con un retrogusto amaro, si caratterizza per uno stucchevole buonismo a me insopportabile. Gli autori sono riusciti infatti nell'intento di rendere un finale di per sé triste in un qualcosa che abbia lo stesso un contenuto positivo, a banalizzare quella che poteva essere una stupenda e tragica conclusione volendo a tutti i costi ostentare buoni propositi capaci solo di produrre compromessi confusi e di basso livello, sfociando quindi in uno scialbo eccesso di buoni sentimenti, suggestivo ma anodino.


Entriamo nell'analisi di "Ano Hana" partendo da una breve descrizione della trama.
La storia tratta di un gruppo di sei amici d'infanzia che cercano di riprendere i contatti tra di loro dopo essersi persi di vista nel corso degli anni. Il motivo di tale separazione è stato in gran parte un fatale incidente che ha portato al decesso di una di loro: Menma.
Tempo dopo, alle superiori, presso la casa di uno dei ragazzi (Jintan) fa la sua comparsa quello che si potrebbe definire un fantasma dell'amica morta, il quale, non riuscendo ad “andare in paradiso” per un rimpianto, è rimasto in una sorta di temporanea forma contingente affinché possa esaudire il suo desiderio e così guadagnare la pace. Ad aiutarla ci penserà il ragazzo in questione assieme a tutto il gruppo di amici, che per questo motivo si riavvicinerà.


Fin dall'inizio si è portati a credere, in modo fallace, che il protagonista della storia sia Jintan Yadomi. Niente di più sbagliato, il perno centrale della vicenda è Menma, l'intera narrazione si svolge in sua funzione rendendola il sole che illumina il sistema di personaggi che le gravita attorno. Essi infatti hanno tutti un legame con lei, risalente al tempo in cui erano amici d'infanzia e questo fardello grava ancora, pesante, sulle loro spalle a distanza di anni.
Il gruppo di amici e le loro relazioni girano dunque tutti attorno a Menma. Ognuno sente di avere qualcosa da farsi perdonare, si rivelano con forza gelosie e segreti.
Tutti e cinque presentano delle ragioni particolari per fare andare Menma in paradiso, di certo non encomiabili in quanto di origine egoistica: sperano infatti, con la morte della ragazza, di raggiungere i loro obiettivi e insieme di pulire la loro coscienza. Queste motivazioni realistiche e in un certo qual modo convincenti verranno spazzate via da un buonismo senza pari, dovuto per lo più alla figura, al modello, della loro sventurata amica.


L'insieme di relazioni che si intrecciano viene perciò ad essere poco credibile e quantomai artificioso. Nonostante la caratterizzazione dei personaggi sia piuttosto ben fatta, si rovina il tutto con banali e scontati triangoli amorosi, i quali naturalmente vedono al centro Menma e l'invidia delle altre due ragazze (Tsurumi e Anaru) il cui ruolo non è altro che quello di essere gelose e infelici tutto il tempo.
Deplorevole il tentativo della regia di fare piangere “a ogni costo”, mediante l'utilizzo di scene strappalacrime, profluvi di piagnistei isterici e immotivati. Si assiste a una vera e propria presa per i fondelli. Lapalissiano è il tentativo di ostentare il più possibile la disperazione di questi ragazzi nel perdere di nuovo la loro amica, aggiungendo la drammaticità del tentativo di fare andare diversamente le cose rispetto al passato. La similitudine con il nascondino e l'insieme di reazioni esagerate dei personaggi mi sono sembrati artifici furbeschi per rendere il tutto stucchevolmente melodrammatico fin nel midollo. Il risultato finale è un qualcosa di troppo forzato e per nulla delicato.


Accennavo prima al fatto che le caratterizzazioni dei personaggi fossero buone, perlomeno ben costruite.
In realtà le uniche figure interessanti sono due. Una è la madre di Menma, che non riuscendo a superare il doloroso passato si chiude in sé, nei suoi ricordi, fuggendo la realtà. Purtroppo però non viene approfondito come personaggio poiché secondario. L'altra figura degna di nota è Yukiatsu, che cela maldestramente una vera e propria ossessione per Menma, costringendosi a compiere gli atti più assurdi ed impensabili, nonostante la sua apparente posatezza. Per questo suo fardello soffre incredibilmente ed è forse l'unico che ha davvero motivo di farlo.
Jintan invece ha una caratterizzazione a dir poco scontata. Colui il quale dovrebbe presentare la migliore caratterizzazione e costituire il fattore portante della storia si rivela un personaggio dalla pochezza infinita, incapace di agire secondo coscienza: sembra essere il tipico personaggio buono e altruista, che però sente il peso delle colpe del passato, il quale lo rende così apatico e incapace di reagire agli stimoli esterni. Si salva poiché anche lui come gli altri alla fine mostra il suo lato egoista.


E poi c'è Poppo. Per il suo rammarico scappò dalla città dove avvenne l'incidente e usò come strumento di fuga da se stesso e dagli altri il viaggio. Nulla però viene spiegato di come possa badare alla sua sussistenza o se abbia dei genitori, una famiglia. Insomma un personaggio simpatico, ma inserito malissimo all'interno della storia. Dal punto di vista psicologico però è interessante, meglio degli altri, ma le sue vere motivazioni vengono a galla troppo tardi e sono tratteggiate superficialmente.
Per quanto riguarda Menma lei è un non-personaggio. Non ha una caratterizzazione credibile ma si erge più a simbolo, modello di sincerità ed innocenza. Menma è pura, incredibilmente pura ed è per questo che è il perno della vicenda. I cinque ragazzi confrontandosi con lei verranno messi di fronte alla loro pochezza e da qui avranno la propulsione che li porterà a migliorare.


Mi ha poi lasciato perplesso il pressapochismo con cui viene trattato il tema della morte e dell'aldilà. Di certo non mi aspettavo che ci si calasse in riflessioni escatologiche di grande spessore, ma rimane una lacuna gravosa poiché l'attenzione è tutta spostata sul contingente e non sull'effettivo destino della ragazza per il quale è scontato che nell'aldilà ci sia la salvezza. Forse per distanza culturale rispetto alle concezioni nipponiche, non ho poi compreso come potessero risultare credibili i riferimenti alla reincarnazione e quant'altro, il che mi ha reso abbastanza scettico in merito a codesti temi.
Dal punto di vista tecnico non posso che rimanere ammirato per l'incredibile realizzazione grafica, l'animazione è fluida e gli sfondi sono spettacolari.
Le musiche, le ho trovate ordinarie, l'opening e l'ending abbastanza d'effetto.
Concludendo ritengo che "Ano Hana" avesse delle potenzialità enormi per quanto riguarda l'idea di base, ma che il lavoro svolto non sia riuscito a valorizzare certe tematiche puntando su una massiccia esagerazione delle scene drammatiche, tanto da risultare stucchevole e per nulla delicato se non in rare eccezioni, tutte legate al personaggio di Menma, il cui doppiaggio rende incredibilmente bene le sue dolcezza e ingenuità. Soprattutto nelle battute finali. "Ano Hana" rimane comunque un'opera che si sa distinguere e nel suo genere è davvero da considerarsi buona, perciò guardatela, probabilmente non ne rimarrete delusi se siete in cerca di emozioni forti e drammaticità ad alti livelli. 






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