giovedì 12 marzo 2020

Dragon League: Recensione

 Titolo originale: ドラゴンリーグ
Regia: Takamoto Yoshihiro
Soggetto: Takashiro Saeki
Sceneggiatura: Mitsui Hideki
Character Design: Kobayashi Kazuyuki, Tannai Tsukasa
Musiche: Fujino Kouchi
Prodotto da: Fuji TV, NAS
Formato: serie TV da 39 episodi
Anno: 1993


Ben pochi si ricorderanno di Dragon League, piccolo capolavoro dimenticato che si aggirava per le televisioni regionali italiane nei primi anni del duemila. Questa recensione è una piccola dichiarazione d’amore ad un anime in grado di appassionarmi sia da piccino che adulto; anche se, purtroppo, da adulto ho dovuto accontentarmi dell’unica versione reperibile su internet, ossia quella in spagnolo presente su Yutube (con qualità video molto discutibile, essendo un VHS rip).
Dragon League sostanzialmente parte dall’idea di base di fondere Kyaputen Tsubasa con Dragon Quest, gioco che all’epoca aveva molto successo presso i giovani. Purtuttavia, l’opera certamente gode di vita propria, e vanta di un chara impeccabile, di un ultimo arco apocalittico in pieno stile 90s e di personaggi in grado di bucare lo schermo. 

Giovani bomber a confronto.

Tokio è il tipico protagonista di uno shonen à la Dragonball : è vissuto nella foresta col padre sin da piccolo, il quale lo ha allenato a giocare a calcio, che nel regno fantastico di Elevenia è lo sport principe. Infatti tutti ne sono ossessionati (parliamo di una piccola Italia popolata da uomini e animali antropomorfi praticamente). Una volta giunto in città, il padre del ragazzo viene sfidato da Leon, una sua vecchia conoscenza che pare essere il giocatore di calcio più potente del regno. Dopo aver perso la sfida, il povero genitore di Tokio viene trasformato in un simpatico draghetto che ama fare il cascamorto con la piccola Fam, la figlia del prete del villaggio. Definito il ruolo di Fam come aspirante fidanzatina del protagonista, e del padre come mentore/macchietta della serie, Tokio si imbatte in due squadre di dinosauri antropomorfi che si stanno allenando nel campo vicino al castello reale. Da una parte c’è Kaz, velociraptor viola arrogante e superbo che tuttavia ha un grande carisma e meglio di tutti incarna il topos del bomber che sfonda tutto con i suoi tiri; e dell’altra parte abbiamo quelli più deboli, continuamente vessati e umiliati dalla squadra di Kaz. L’arrivo di Tokio, tuttavia, col tempo li galvanizza, rendendoli più fiduciosi in loro stessi. Ha quindi inizio la prima parte della serie, in cui questa squadra di "losers", con l’aggiunta di Kaz – il quale  si sente fortemente in competizione con Tokio: sono ovviamente due galli nello stesso pollaio  -  e della fortissima principessa Wina – che cela la sua identità sotto una maschera à la Char Aznable - , tra duri allenamenti e un torneo giovanile, si definisce e consolida nella sua alchimia. 

 La forza di volontà della principessa Wina sfascia tutto, anche le convenzioni sociali, rappresentate dalla maschera. Questo gol farà vincere una partita importantissima al team.

Una volta maturata la squadra, nella seconda parte della serie assisteremo al torneo che la consacrerà a team professionistico, nella cui finale ovviamente c'è la supersquadra di Leon da battere. Nell'epopea non mancheranno personaggi fulminanti, tipo Garuda, l'uccello antropomorfo che si allena contro un tornado per replicarne la potenza sul campo (e infatti il suo tiro sbalza direttamente fuori il portiere dalla porta!); o Ryu, una pantera non proprio amica delle regole che avrà un non banale rapporto di rivalità con Tokio. Ciò detto, il vasto assortimento di personaggi carismatici con tutte le loro tecniche calcistiche sovrumane da sconfiggere non annoia mai: il calcio, come sempre in questo tipo di anime, è un'arte marziale, e i protagonisti devono plasmarsi sulla via del bushido compiendo enormi sacrifici e capendo l'importanza del gruppo. Infatti, sia Kaz che Tokio, una volta maturati, non saranno più galletti in competizione, ma un impareggiabile tutt'uno.

Se a tirare è Garuda, preparate l'ambulanza per il portiere!.

Il motto della serie, come ribadisce la sigla di chiusura, è Let's Try Our Best! e infatti questa è la storia di una squadra che dal nulla arriva a salvare il mondo, cercando di dare sempre il meglio nonostante le difficoltà. Dico salvare il mondo perché, come vuole la tradizione del reset the world aka Armageddon novantino, nell'arco finale dell'anime (il quale fortunatamente evita di dilungarsi all'infinito come Kyaputen Tsubasa), il dream team di Tokio dovrà affrontare (ovviamente in una partita di calcio) una divinità Drago intenzionata a distruggere il pianeta. E qui la serie si fa cupa, con tanto di statue di draghi che prendono vita e passano a ferro e fuoco Elevenia ad ogni gol subito dai nostri eroi, che giocano contro il Dio Drago in un gigantesco, inquietante cristallo contenuto in una dimensione parallela, ma visibile nel cielo di Elevenia (!). Inutile dire che, dando il meglio, e creando coesione anzi di divisione, il Bene trionferà (mirabile l'episodio in cui i protagonisti vengono messi faccia a faccia con le loro emozioni negative, quel dark side colmo di rabbia ed egoismo che non fa pardere soltanto partite di calcio). 

 Veri bomber giocano per la salvezza del mondo in un campo da calcio a forma di cristallo.

 Nell'anime l'azione è frenetica e non c'è un momento morto: come ogni shonen che si rispetti, la crescita dei personaggi passa da un combattimento/partita a un altro, con tanto di momenti riflessivi e commoventi. La colonna sonora è un rock anni novanta molto tirato, che conferisce a questo calcio superpotenziato la giusta dose di epica. 
E a fine visione, rimane un senso di vuoto dentro: non tanto per l'entusiasmo per la vita e per le sfide che di essa fanno parte che l'opera conferisce a chi la guarda; ma perché Dragon League è stato fatto col cuore, e le cose fatte col cuore sono davvero rare oggigiorno. 

 Epicità. 

Finale di campionato al sapore d'Armageddon mistico-fiabesco (Urashima Tarou nel palazzo del Dio Drago?). 

Quando giocavo a calcio da bambino cercavo di imitare la posa di Kaz perché pensavo che mi facesse andare più veloce ( o forse perché volevo semplicemente essere figo come lui?).

Il Tiro del Dragone di Tokio, nel quale la palla viene accompagnata nela porta da un gigantesco drago dorato.


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