Ero da tempo alla ricerca di un libro in cui perdermi, di una storia che in qualche modo mi catturasse portandomi in un mondo altro ben distante da questa rovinosa contemporaneità che tutti stiamo vivendo. Un sabato pomeriggio, spulciando tra gli scaffali del secondo piano della Feltrinelli di Torino, sotto consiglio di mia madre, direi che questo libro l'ho infine trovato. Farewell to Arms mi ha permesso per un po' di giorni di fuggire dalla realtà ma è comunque una letteratura del reale, con i suoi dialoghi secchi, le sue descrizioni quasi cinematografiche, i suoi avvenimenti di guerra in cui l'invenzione autoriale è palesemente ridotta al minimo (Hemingway fece effettivamente l'autista di ambulanze in Italia durante la WWI e durante quel periodo ebbe altresì una storia d'amore con un'infermiera inglese). I luoghi narrati sono anche i miei di luoghi, dei luoghi in cui ho amato, e forse è anche per questo che il romanzo mi ha preso così tanto: Milano, Udine e l'alto Vicentino.
giovedì 16 aprile 2026
martedì 22 agosto 2023
Natsume Sōseki e i suoi libri: una specie di monografia
"L'ombra del bambù // spazza la scala // ma immobile rimane la polvere".
In questo post parlerò di Natsume Sōseki e "recensirò" i suoi libri. Innanzitutto, chi è Natsume Sōseki? In Italia pochi lo sanno, dato che a scuola non viene insegnata la letteratura giapponese e comunque le elite intellettuali del belpaese capiscono poco o nulla dell'argomento (in Italia vigono le equazioni Giappone = Gardaland e letteratura giapponese = Murakami Haruki + Banana Yoshimoto, quindi è logico che il più grande scrittore giapponese moderno venga perlopiù ignorato o affrontato in modo superficiale). Ma come sono arrivato io, Francesco tal dei tali, a Sōseki? Ci sono arrivato a ritroso, partendo dalla riflessione di Anno Hideaki, il regista di Evangelion. Nella sua opera prima Anno parlava di solitudine nella postmodernità, della difficoltà a definire se stessi in assenza di punti di riferimento sociali e affettivi, nonché del vuoto interiore che da tutto ciò derivava. Scavando poi nel pensiero e nell'opera dell'autore, sono quindi pervenuto a Love & Pop, che altro non è che l'adattamento filmico di TopazII, un romanzo di Murakami Ryuu (da non confondere con Murakami Haruki, che fa libri giocattolo a mio avviso privi di spessore intellettuale, da qui forse la ragione della sua fama in occidente). Ciò premesso, Murakami Ryuu è lo scrittore preferito di Anno Hideaki e pertanto il suo intellettuale di riferimento: tutto ciò che c'è di sociologicamente o psicologicamente elevato in Evangelion c'è anche nelle opere di Murakami Ryuu, e infatti, non per nulla, l'apice registico di Anno è l'adattamento diretto di un suo libro. A Murakami Ryuu tra l'altro si deve anche parte del successo di Evangelion in patria: fu proprio lui a capire immediatamente le potenzialità dell'opera e a parlarne bene nei suoi editoriali, contribuendo così ad alimentarne il mito. Partendo dall'animazione e passando per il cinema, siamo quindi giunti nel campo della letteratura giapponese. Dotato di un talento fenomenale e di uno sguardo disilluso e onesto nei confronti della società della Baburu, nonché della crisi che era conseguita dallo scoppio di questa bolla finanziaria che arricchì a dismisura il Giappone degli anni ottanta, con il suo romanzo d'esordio, Blu quasi infinitamente trasparente, Murakami Ryuu vinse il premio letterario più prestigioso del Giappone, il premio Akutagawa, e si sa che le raccomandazioni e il politically correct lì non contavano (e tutt'ora non contano). Il romanzo infatti, allo stesso modo di Evangelion, creò un certo scandalo e spaccò in due l'opinione pubblica. Murakami Ryuu e Anno Hideaki avevano colpito nel segno, additando i problemi di una società piena di contraddizioni e quantomai succube di un'occidentalizzazione più subita che assimilata. In pratica fecero la stessa cosa che fece Sōseki a suo tempo. Siamo quindi partiti da Evangelion, opera pop abbastanza conosciuta (e ancora a suo modo attuale) e siamo arrivati all'origine della letteratura giapponese moderna, ossia al protagonista di questa specie di monografia.
mercoledì 17 maggio 2023
Il Cielo sopra Berlino: Recensione
Mi sono interessato a questo film per via del carisma dell'immagine di copertina, l'angelo triste che osserva la Berlino degli anni ottanta dall'alto. Penso che sia un film abbastanza noioso, ma tutto sommato ha un suo significato ben preciso, che penso sia sfuggito alla maggiorparte della critica specializzata, che lo inquadra come un semplice film storico e politico. Il cielo sopra Berlino è in primis un film tedesco, tedesco nei suoi strati più reconditi, sia nella sua malinconia romantica che nel suo significato umanistico. Non per nulla l'ho visto in lingua originale e con i sottotitoli. La storia è semplice: un angelo si innamora di una trapezista, di una femmina umana, e decide di rinunziare alla propria immortalità per farla sua. Rinunzierà quindi alla sua rappresentazione onnisciente del mondo per entrare nel dominio della vita per la vita, il dominio del tempo e dell'impermanenza delle cose. Già qui c'è un po' di Schopenauer, più precisamente Die Welt als Wille und Vorstellung : l'angelo, l'elemento maschile (tutti gli angeli del film sono maschi) è la rappresentazione del mondo, la femmina umana, la trapezista del circo della vita, la voglia di vivere.
lunedì 1 novembre 2021
La parabola dell'animefan italiano
Grazie a Shito, che ormai è coautore di questo blog da un po' di tempo, ho avuto modo di conoscere i video di Dario Moccia, dato che quest'ultimo e il mio "collaboratore" avevano fatto una live insieme. Per Moccia, parlare di anime è una cosa da fighi, così come per altri influencer molto mainstream: me ne viene in mente in particolare uno della Milano pacchiana (non faccio il nome perché non voglio fargli pubblicità), che ho avuto modo di incrociare in un locale a mio parere da "poser/fake dell'arte" et similia. In un suo video, addirittura, una specie di modella che ai tempi del liceo mi avrebbe deriso per il mio essere ancora lì a giocare con jrpg e affini, tutto rintanato con la mia cerchia di amici "sociopatici e nerd", parlava degli anime come se fossero roba "socialmente seria", tipo una borsa di Gucci, un viaggio nonsodove sul barcone o un chewing-gum masticato dalla Ferragni. Il discorso sul fatto che, come cantava Piero Pelù, grazie ai social siano ormai "tutti fenomeni", ossia tutti cantanti, poeti e pittori e opinionisti non è un argomento che intendo al momento affrontare (posso soltanto ricordare ciò che diceva Pasolini sulla televisione, ossia che forniva autorevolezza a chiunque vi appariva: lo stesso discorso vale per i social, Youtube et similia). La cosa che invece mi ha veramente colpito è il mio senso di estraneazione rispetto ad una cultura "otaku" ormai diventata mainstream. Mi è capitato anche di scambiare quattro chiacchiere con due ragazze vestite praticamente come scolarette di anime giapponesi, con tanto di capelli tinti; ma non ad una fiera: in Farmacia, ossia un luogo come tanti altri. Al supermercato una volta ho visto una con i capelli alla Sailor Moon e la maglietta rosa; vedere ragazze in minigonna, calze e capelli verdi o blu non è più tanto raro. Sempre ai famosi tempi del mio essere "otaku" (in declinazione piemontese/italiana si intende), le ragazze "normali" avrebbero senz'altro bullizzato eventuali cosplayer o fujoshi (è una mia idea che il bullismo di oggi colpisca tutti indistintamente, e non più soltanto particolari nicchie di disagiati).




