giovedì 18 giugno 2026

Venti anni o duecento anni? Riflessioni personali


Me ne sto per i fatti miei seduto alla fermata del bus e mi si avvicina una coppia sulla ventina. Capelli ricci e mascellone lui, facciotta da barbie e fisichino palestrato lei. Comunicano tra loro dozzinalmente, manco fossero due IA; la loro interfaccia col  mondo circostante non è il tatto ma lo smartphone, che maneggiano con velocità e precisione chirurgica. A occhio penso di avere sedici anni in più di loro ma mi sento come se ne avessi molti, ma molti di più. Di fatto due persone del genere non c'entrano nulla col mio vissuto e il mondo che mi ha formato. Eppure quel tipo di persone sono ormai ovunque. A casa ho una foto della mia classe di seconda media: ragazzini tutti diversi tra loro, tagli di capelli diversi, vestiti diversi, una generale sensazione di futuro che anima i loro sorrisi. A osservare i ragazzini di oggi invece mi sembra gli manchi soltanto il codice a barre in testa. È inutile negarlo, da quando avevo sedici anni a ora che ne ho trentasei sono cambiate troppe cose. Quei vent'anni che sono passati me ne sembrano duecento, di anni.


Se l'interfaccia con l'ambiente circostante sono diventati Instagram e TikTok, di fatto l'aspetto fisico è la cosa più importante in assoluto nel rapportarsi con la realtà, siccome queste applicazioni si basano sulle fotografie e sui video brevi. Quando avevo sedici anni c'era la televisione, certo, ma vuoi la scuola, vuoi la lettura, vuoi l'educazione (ricevuta soprattutto dai nonni o da persone della loro età, ossia esponenti della silent generation, la cosa più lontana possibile dal mondo attuale), mi era sempre stata fatta passare l'idea che fosse la cultura a contare veramente nella vita, la propria istruzione, che l'apparenza fosse in realtà sinonimo di frivolezza e che la verità delle cose non risiedesse nella loro forma, ma altrove. Ma ora non è più così: ciò che conta al novantanove percento delle volte è l'immagine, e non avere una buona presenza social equivale pressoché a non esistere (e questo vale addirittura negli ambienti culturali che contano, sempre se si possa realmente definirli tali). Dei bei pettorali, i riccioletti o un taglio di capelli ingegnerizzato, la foto in piscina, in palestra o nel caso della nostra beneamata presidentessa del consiglio un prestigioso scatto con quella scimmia sanguinaria di Trump. Con l'ascensore sociale bloccato e il potere politico e culturale piegato dai social l'unico  passepartout dell'esistenza diventa la fortuna, non l'impegno. La fortuna di avere un buon aspetto fisico, una buona famiglia di provenienza, dei buoni follower. E poi stop. Gli algoritmi hanno deciso così e gli algoritmi, essendo diventati l'ambiente, effettuano una potente selezione naturale. Nascono quindi i movimenti incel, i pazzi isolati che fanno macelli, si inizia a etichettare le persone con i numeri (lei è una dieci, lui è un sette ecc.). "Devo fare lookmaxing" mi dice un ragazzo molto bello sulla ventina senza alcun problema a ficcare. E io allora cosa dovrei fare con ’sta pelata che mi ritrovo? Si è arrivati davvero troppo in fretta alla realizzazione di ciò che c'era scritto nei romanzi distopici che leggevo da ragazzino, penso tra me e me. Meglio starsene nelle proprie bolle, quindi. Ascoltare il rap anni novanta, giocare i formati di Magic e Yugi con le carte vecchie di inizio anni duemila, ignorare i social, collezionare oggetti di quegli anni in cui tutto sembrava più semplice. "Si creeranno prima o poi delle sacche che rinnegheranno la merda di oggi" mi dice un amico, uno di quelli con la schiena dritta. "Delle comunità in cui vivere come una volta, prima del disastro che è capitato all'arte, alla società e a tutto". Forse io e lui stiamo già vivendo così, in un certo senso. "Scapperà prima o poi qualche attentato a un data center" insiste. "In America a momenti scoppia la guerra civile e quei data center di merda distruggono tutto: prosciugano l'acqua, l'elettricità, qualsiasi cosa, lasciando le persone comuni a secco. Secondo te un giorno qualcuno non si incazzerà e non ci pianterà una bombetta nel data center? E' brutta la situa, è proprio brutta". 


Un altro giorno cammino in solitudine e vedo una ragazza  che abbraccia il suo cane: il suo aspetto fisico è perfetto, sembra quasi una tizia di uno spot pubblicitario quando in fin dei conti è soltanto una ragazza a caso per la strada. Bacia e abbraccia il suo cane e ride da sola e dice frasi affettuose in modo artefatto, tant'è che mi chiedo se sia ritardata o se da qualche parte ci sia qualcuno che stia riprendendo la scena, magari che ne so, questa sta recitando per davvero una pubblicità di sbobba per i cani. Ma non c'è  nessuno a riprendere niente, quella ragazza è davvero così, tante sono così e il mondo che mi circonda, per me che l'ho vissuto versando lacrime e sangue, mi pare quasi una simulazione, un qualcosa in stile Matrix. Il senso di estraneazione cresce sempre più, così come la necessità di fuga. "Anche mia nonna è morta da poco" mi dice con indifferenza una collega senza nemmeno farmi le condoglianze. "Devi fare così così e cosà per prendere il permesso". "Condoglianze, Francesco, ma ricorda di consuntivare e caricare il certificato" mi dice invece il capetto. E poi la tassa sull'aria respirata nel comune di morte, la tassa sulla tomba, la tassa su quello, questo e quell'altro ancora. Pure dopo la mia di morte verrà tutto ridotto a una fredda burocrazia? "Oggi sta meglio tua nonna" mi  aveva detto una tizia a caso all'ospedale mentre piangevo guadando ciò che rimaneva della persona che mi ha cresciuto. Due ictus devastanti, la nonna legata al letto perché altrimenti si strappava via la flebo, si scarnificava o provava a scendere dal letto cadendo subito per terra come un peso morto. Ciononostante tutti sorridevano, tanto tutto va sempre bene. Il dolore non è permesso: anzi, il dolore non deve proprio esistere. Perché mai nella mia vita ho perso tempo a leggere Gurdjieff e Dostoevskij quando potevo benissimo intuire che sarei finito in un mondo del genere? 


Alle elementari ero solito sfogliare l'enciclopedia gigante Mondadori sugli antichi Egizi. Avevo anche quella DeAgostini sulla scienza e così via. Sfogliare quelle pagine cartonate mi dava una sensazione di meraviglia impareggiabile. La maestra, una signora di nome Wanda con i capelli che sembravano la criniera di un leone, mi incoraggiava spesso a scrivere racconti di fantasia e quando glieli leggevo mi faceva capire che per me ci sarebbe stato un grande avvenire. Mi regalò pure un album di figurine sugli egizi, dato che ne parlavo sempre. Quando potevo uscivo di casa e se non stavo a Torino correvo nei campi, mi costruivo i giocattoli e tutto era sempre una scoperta. Ora un ragazzino chiede qualcosa a chatgpt ed è fatta, l'esperienza del reale finisce lì. L'IA tra l'altro un giorno prenderà il suo posto e quindi non servirà nemmeno impegnarsi per avere un futuro radioso, ci penseranno Altman e Musk a impegnarsi per lui. E lo Stato? Mattarella e il Papa possono parlare quanto vogliono, ma non ci credo molto nel fatto che gli Stati nazionali o le grandi burocrazie che tutto comandano e controllano un giorno limiteranno per davvero la cosa, forniranno redditi universali o si preoccuperanno dei loro cittadini: il socialismo è finito, la lotta di classe è stata persa e il neoliberismo reganiano e tatcheriano nel corso degli anni ha completamente spazzato via il benessere ottenuto grazie allo spauracchio del comunismo. Se la mia generazione è arrivata tardi alla festa e ha potuto mangiarsi qualche avanzo, le generazioni successive la festa non sanno manco cosa sia. Però si tengono bene, stanno sempre con lo smartphone in mano, soprattutto le femmine. Sono individui liquidi, plastici, adattabili. Quando un servizio ti viene offerto gratuitamente, il prodotto sei tu. 


E no, lo ribadisco per l'ennesima volta: questo non è affatto il mio mondo. Vengo da duecento anni fa, io. Da un mondo fin troppo diverso da quello di oggi. Sono un alieno perché appartengo alla generazione che ha fatto da ponte a due mondi troppo diversi tra loro per poter coesistere e tutto per giunta è passato troppo in fretta. Per aggravare le cose, come se non bastasse, in quel vecchio mondo ci sono ancora radicato con tutto me stesso. Manco di adattabilità, e di conseguenza la selezione naturale mi spazzerà via.  

Nessun commento:

Posta un commento