venerdì 17 aprile 2015

Boogiepop Phantom: Recensione

Titolo originale: Boogiepop wa Warawanai
Regia: Takashi Watanabe
Soggetto: basato sui romanzi di Kouhei Kadono
Sceneggiatura: Sadayuki Murai, Seishi Minakami, Yasuyuki Nojiri
Character Design: Shigeyuki Suga
Musiche: Yota Tsuruoka
Studio: Mad House
Formato: serie televisiva di 12 episodi
Anno di trasmissione: 2000


Oscuri frammenti di sanguinosi trascorsi emergono da un nebbioso mare di alienazione. Il sapore acerbo della propria inutilità di falliti da disagio latente diventa uno strepito disturbante; ed ecco che il mero vivere assume i connotati di una ripugnante malattia dalle suggestioni lancinanti, paragonabili al miasma di un cadavere in putrefazione. Dalle percezioni distorte di un essere tormentato da quel vuoto profondo che anima il triste balletto dell'esistenza, emerge la coscienza dell'insensatezza della propria condizione: è una donna in nero dallo sguardo truce, penetrante, in grado di sondare nelle profondità dell'animo umano tutte le possibili sfumature del terrore e della follia. Boogiepop cammina lentemente, col volto afflitto, portandosi sulle spalle un'indescrivibile solitudine, l'incomunicabilità assoluta; e biechi frammenti di sguardi, ghigni malefici, sangue, fallimenti, depressione, buio, caos si riuniscono nell'atmosfera circostante, alimentando una scarica elettrica che buca il cielo scuro come la pece, emanando spirali acustiche che in cerchio muovono strazianti, acerbe melodie.


Sono prospettive dalle molteplici inclinazioni, quelle di "Boogiepop Phantom", lynchiano incubo ad occhi aperti dallo sperimentalismo paragonabile a quello dell'allucinato e sublime "serial experiments lain", con il quale condivide altresì il cupo tenore delle atmosfere e la marcata durezza nelle modalità di erogazione dei suoi inquietanti moniti. Prospettive che corrispondono tra loro dando adito ad una fosca poesia dai toni horrorifici, che sfocia in una macabra festa di esistenzialismo e tormento interiore che getta uno sguardo spietato verso la gioventù giapponese della sua epoca, trasponendone in animazione le ansie e le paure con maestosa ed elegante irregolarità; "Boogiepop Phantom" è il tormentoso grido di un'intera generazione, che rieccheggia in immensi spazi vuoti raggiungendo vette inaccessibili, strazianti, angosciose; un'esplosione di commistioni che immancabilmente sfociano in catartici picchi di puro teenage angst novantino, trasudando un'indelebile carisma pregno di un'atavico fascino maledetto.


E' come un cammino oscuro nel labirinto della mente umana, quello percorso dai giovani che non vogliono crescere, che non vogliono sporcarsi con le inezie e le malignità del mondo adulto; essi venderanno l'anima al misterioso Poom Poom in cambio del definitivo congelamento nell'infanzia, che annullerà definitivamente l'incombenza dell'inevitabile perdita dell'innocenza. Ma è impossibile sfiggire dalla realtà, e, come una reazione meccanica, anche quell'illusorio Peter Pan nato nei meandri più reconditi dell'inconscio verrà giustiziato dall'ineffabile coscienza del mutamento che distrugge ogni tendenza alla stasi, Boogiepop, quell'ombra che emerge dall'oscurità per contemplare la miseria umana dall'abisso del non-essere.


E poi, per concludere, una marcata ricercatezza nel design, nelle scelte registiche, nei tetri colori e negli strazianti suoni - come non citare le splendide sigle di apertura e di chiusura, capaci di trasportare immediatamente lo spettatore nell'insano mood della serie -, coronano nel più opportuno dei modi una tormenta in grado di tendere progressivamente da quell'oscura confusione densa di ombre che caratterizza la mancanza di armonia nella totalità del proprio essere alla gaiezza finale del cielo limpido: il definitivo passaggio all'età adulta, l'accettazione ultima della realtà e dei suoi inevitabili compromessi.












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