giovedì 1 agosto 2019

Neon Genesis Evangelion: Recensione 2 .0

Titolo originale: Shin Seiki Evangelion
Regia: Anno Hideaki
Progetto & Soggetto: GAINAX
Character Design: Sadamoto Yoshiyuki
Mechanical Design: Yamashita Ikuto, Anno Hideaki
Musiche: Sagisu Shiro
Realizzazione Animazioni: GAINAX, Tatsunoko Production
Formato: serie televisiva di 26 + 2 episodi
Anni di trasmissione: 1995 - 1996
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit


Evangelion è Anno Hideaki, ossia uno dei più influenti otaku di prima generazione (ossia quelli che avevano vissuto l’Expo di Osaka ’70 da bambini). Non esiste altra interpretazione dell’opera: essa va letta come l’anima, volendo lo spirito, la vita, di un otaku appartenente a un determinato periodo storico post-WWII (con tutti i mutamenti sociologici del caso), che si è guadagnato da vivere con cose - all’epoca, in Giappone - considerate da bambini/ritardati.
Con quest’opera, il cerchio del sogno otaku inaugurato dalla stessa GAINAX con Daicon III si chiude definitivamente, con un ragazzino che piagnucola dacché non riesce a definire la sua identità in un mondo di solitudine. Dopodiché, travisato nei suoi significati e frainteso da una nuova generazione di otaku ormai radicalmente diversa da quella di Anno, che poco si interessa a inserirsi in una società sempre più inesistente («There is no such thing as society», Margaret Tatcher docet), Evangelion diventerà un fenomeno consumistico di massa, sia in Giappone che all’estero. Le sue protagoniste assumeranno lo status di icone pop, dai videogiochi erotici alle doujinshi pornografiche, e le loro acton figures venderanno più dei modellini delle unità Eva. Nondimeno, la storia verrà sfruttata commercialmente fino alla nausea, con decine e decine di spin-off e storyline alternative (anche ad opera dello stesso autore, si pensi al discutibile Rebuild of Evangelion). Ciò premesso, oltre ad essere una lucida analisi delle problematiche legate ad una determinata condizione sociologica, la magnum opus di Anno è altresì uno degli anime più importanti della storia del suo media, tant’è che il 1995-97 è una linea di demarcazione di cui ogni eventuale “storico degli anime” dovrebbe tenere conto.

 Evangelion è un'opera che parla di solitudine. La solitudine che si provava nei 90s, la solitudine che si prova ancora oggigiorno. E infatti è un evergreen. La solitudine che si prova quando la propria identità non è ben definita e soggetta a fluttuazioni è la solitudine peggiore: è una solitudine nella solitudine. Evangelion parla anche di questo.

Influenzato sopratutto da Space Runaway Ideon e il manga di Devilman (secondo Sadamoto Yushiyuki), e infarcito di tutta l’enciclopedica cultura otaku/SF di Anno Hideaki, Evangelion è LA metanarrazione postmoderna per eccellenza. Anno, che reputava l'animazione giapponese troppo frivola, con Evangelion, per orgoglio, decide di spingersi oltre, cercando di superare Gundam. Ma ad un certo punto, complice la depressione e l’esaurimento delle risorse a disposizione, Anno rinuncia completamente alla forma del suo capolavoro al fine di lanciare un messaggio esistenzialista agli spettatori – i tanto criticati episodi televisivi 25 e 26, che, minacce di morte dai fan a parte, racchiudono l'originale finale ottimistico dell’opera (mentre invece il film terminerà allo stesso modo, ma pessimisticamente).
Graficamente parlando, a parte il character design spigoloso di Sadamoto, che farà da traino negli anni novanta sino al moeblob di Suzumiya Haruhi (2006), Evangelion si rifà al filone di animazione robotica per otaku degli anni ottanta, che era prevalentemente destinata all’home video (cioè a gente che raramente usciva di casa, essendo impegnata a registrare tutto ciò che passavano le TV locali). Ad esempio, lo Stato di furia (Bouso) dell'unità Eva-01 si rifà a Layzner; il mecha design, oltre a Devilman e Ideon, allo Psycho Gundam Mk-2 di ZZ Gundam, al Soldato Titano di Nausicaa e a Iczer-1, che fa dà ispirazione anche per le atmosfere dark SF che permeano l’opera; l’entry plug di nuovo cita Iczer; i cinque minuti di autonomia sono quelli di Ultraman; Ramiel è il Super X di Urashiman. Da non trascurare inoltre le influenze da Takahata Isao: si pensi alle scene di spiccata quotidianità (i personaggi vanno a fare il bucato, prendono il caffè, sono a tutti gli effetti gli attori di un film animato à la Takahata). Ciò detto, è interessante notare che sia Shinji che Asuka, alla pari della protagonista di Akage no Ann, sono bambini rifiutati con alle spalle abbandoni e perdite che li mettono a dura prova.

"God's in His heavenAll's right with the world." 
Questa è la frase pronunciata dalla protagonista di Akage no Anne nel finale della serie. In essa i personaggi (in particolare Shinji e Misato), una volta superati vari traumi, arriveranno alla stessa risoluzione di Anne.

L’incipit è modellato in base ai cliché del tokusatsu robotico settantino. Shinji Ikari è il figlio del comandante della Fortezza delle Scienze (in questo caso il quartiere generale della Nerv) e deve salire su un robot gigante, l’Evangelion - che come vuole la tradizione dà il nome alla serie -, per combattere i nemici (gli Apostoli, ossia i discepoli di Cristo/Dio: l’idea dello scontro tra uomo e divinità, sempre a detta di Sadamoto Yoshiyuki, è presa in prestito dal Devilman nagaiano, mentre il concetto degli Apostoli come “razza ancestrale” viene da UltraSeven e dal Ciclo dei Giganti di Hogan, serie di romanzi molto popolare in Giappone e molto cara ad Anno, che la cita in molte sue opere).
Shinji ha un cattivo rapporto col padre, e nella bella e glaciale Rei, che di fatto è la clone di sua madre, rivive il calore della figura materna che ha perso in tenera età (ma che comunque rimane una presenza invisibile che lo coccola e accontenta usando il robot come tramite: un uomo rimasto "congelato" nello stato adolescenziale necessita della protezione materna). Non a caso la prima cosa che appare a Shinji nel primo episodio della serie è Rei, la figura materna surrogato.

 
Un Apostolo.

Altro simulacro di madre per il giovane Shinji è Katsuragi “Sailor Moon da grande” Misato, che con lui, al pari di quasi tutti i personaggi principali, condivide l’odio/desiderio di accettazione verso il genitore/società.  Il complesso edipico di tominiana memoria rivive nell’opera di Anno, e viene “abbellito”, oltre che da una regia degna di Stanley Kubrick (Hideaki Anno vorrebbe dichiaratamente emulare 2001: ASO), da ammiccamenti psicanalitici (Freud, Jung), esistenzialistici (Kirkegaard) nonché  filosofici (Schopenauer e il suo dilemma del porcospino, che in questo caso è la metafora della paura di interagire con gli altri tipica dell'adolescente giapponese postmoderno).
La trama di Evangelion originariamente risultò troppo simile all'attentato dell'Aum Shinrikyo (gli apostoli, che per Anno mutano forma proprio come è mutevole l'io collettivo della sua generazione di shinjinrui, avrebbero  dovuto utilizzare del gas velenoso come arma). Pertanto, complice anche la depressione, dopo una prima metà abbastanza canonica, Anno preferì far virare la serie verso una Nouvelle Vague psicologica mai vista in animazione - l'autore cita Okamoto Kiachi come fonte d'ispirazione registica, non conoscendo direttamente Godard, e attinge da un libro sulle malattie mentali imprestatogli da un amico in un momento di crisi per raffinare i riferimenti psicologici di questa nuova parte. Nasce quindi la NAS, la Nuova Animazione Seriale, che prenderà il sopravvento fino ai primi anni del duemila. Ma due soltanto sono gli anime che a mio avviso hanno realmente saputo replicare, talvolta perfezionare, quanto si è visto nell’arco finale di Evangelion : serial experiments lain (1998) e Boogiepop Phantom (2000). Una nota di merito va inoltre alla serie di OVA Key the Metal Idol (1994), che un anno prima di Evangelion aveva provato ad evolvere l’home video con una trama dark SF impegnata e diversa dal solito fanservice a tutto tondo. Ma spetterà comunque ad Evangelion, opera di ben altra caratura, farsi carico della transizione dall’OVA alla fascia serale su TV Tokyo.

«Chi sono io?» Rei rappresenta la psiche più profonda di Anno Hideaki. Ma non è un personaggio a cui il regista si è attaccato, e infatti se ne dimenticherà strada facendo lungo la realizzazione dell'opera. [Fonte: Evangelion-PARANO book]

In Mobile Suit Gundam, nel finale Rei Amuro lasciava il robot, l’opprimente eredità paterna, per costruire un nuovo futuro aprendosi al prossimo, col quale poteva comunicare senza alcuna barriera essendo un newtype, ossia, sociologicamente parlando, uno shinjinrui. Ora, Evangelion è l’opera di un individuo appartenente alla suddetta generazione, ossia di un ex bambino che voleva andare a vedere un "pezzo di Luna" all'Expo di Osaka, che di fatto era una grande narrazione simulacro sulla bontà della scienza come portatrice di benessere socio/economico (idea poi ritrattata da Anno già in Nadia, in cui un personaggio, ad esempio, muore per le radiazioni). Ciò detto, a livello personale, una infanzia così gloriosa, come la si può conciliare, una volta diventati adulti, con la desolazione di un mondo fermo, putrido, che non va più avanti? Come fa notare Cannarsi, 

La domanda è sempre quella. È anche la domanda che grida “io” al cuore dei mondi narrativi più intensi e sofferti creati da Anno Hideaki, ed è la domanda stessa di tutta la GAiNAX, come mi rimarcò proprio Yamaga Hiroyuki a cena: “Sì, ma questo non vale solo per Anno Hideaki, vale per tutti noi!” – mi disse esattamente così. E in effetti, il medesimo interrogativo non vale solo per la GAiNAX, ma probabilmente per un’intera generazione giapponese, quella che vide l’EXPO di Osaka’70 durante la propria infanzia. Una generazione di bambini allevati da scienza, fantascienza e diffuso consumismo in un ingenuo ottimismo per un radioso avvenire, un sogno fanciullesco che sarebbe poi stato tradito dentro di loro forse più ancora che nel loro mondo esterno. Ebbene, l’annosa (ahah!) domanda è quindi: “Come si fa a crescere in degli adulti decenti nella società postmoderna, dopo aver vissuto un’infanzia di ideali e agi e ci si affaccia a un’adultità meschina e apparentemente priva di senso e valori?” [G. Cannarsi, articolo su Abenobashi pubblicato sul Pluschan Magazine]

Non per nulla in Evangelion l'Expo la si ritrova frammentata un po’ in tutta la serie: il primo Apostolo è una rivisitazione Miyazakiana della Torre del Sole, il Geofront ricorda uno dei padiglioni dell’esposizione, allo stesso modo del luogo in cui avviene la presentazione del Jet Alone nel settimo episodio ecc. Tuttavia, di positivismo di ritorno in Evangelion ce n’è poco. Gli stessi Gendo e Fuytsuki, nell’antartide, episodio 12, parlano del Second Impact come di un possibile fallimento della scienza, che ora viene relegata a mera forza dell’uomo atta a garantirne la sopravvivenza in una natura ostile. In Evangelion non c’è più l’ottimismo di Macross, nel quale la tecno cultura pop nippo-americana faceva rinsavire i vecchi giapponesi imperialisti trogloditi (cioè gli Zentradi), né alcun vero superamento delle difficoltà di comunicazione come invece avveniva in Mobile Suit Gundam. Evangelion è cupo come i tempi in cui è uscito (in Giappone, oltre all'attentato dell’Aum Shinrikyo alla metropolitana di Tokyo, 1995 vuol dire anche terremoto di Kobe, crisi economica, frammentazione del tessuto sociale - "i nostri figli sono tutti come Shinji?"). Insomma, Anno, pur non riuscendo (mai) a dare una vera risposta alla domanda di cui sopra, da acuto osservatore rende Evangelion perfettamente conforme allo spirito del suo tempo.

"Progress and harmony for Mankind". Non è andata proprio così.

«...Perché la famiglia praticamente è una piccola difesa meschina che fa l’uomo per difendersi dal terrore, dalla paura, dalla fame… E’ una specie di istinto di difesa per cui l’uomo si crea una tana e in questa tana fa quello che vuole: il padre opprime i figli ecc. ecc.  Detto questo, la famiglia è anche il covo delle cose più belle dell’umanità. Le due cose sono orrendamente ambigue e indistricabili. Cioè tutto ciò che di male l’umanità ha fatto finora, e tutto ciò di bene che ha fatto l’umanità nasce sempre da questo rapporto ambiguo del figlio con i genitori. Che benché sia schematico ed elementare, è come le note musicali: sono soltanto sette eppure puoi fare tutto quello che vuoi. […]
Quello che volevo dirti è che è successo qualcosa in questi dieci anni in Italia, e nel mondo in questi ultimi cinquant’anni… cioè, siamo passati da un’era con la E maisucola, cioè un periodo millenaristico e non semplicemente di secoli o di anni, da un’era in cui la famiglia era veramente il nucleo di questo enorme mosaico che era la società preindustriale, cioè artigianale, contadina, marittima, pastorale ecc. Siamo passati ad un’altra era con la E maiuscola che è la civiltà tecnologica. In questa nuova era la famiglia non serve più. […]
Se tu fossi un direttore d’azienda o un industriale, penseresti di riuscire a collocare meglio i tuoi prodotti presso gruppi di individui isolati oppure presso nuclei familiari? […]
La famiglia si sta dissolvendo. I figli ormai passano la maggiorparte del tempo fuori dalla famiglia.»
[Pier Paolo Pasolini]

A parer mio, il grande successo di Evangelion è dovuto proprio al fatto che esso sia stato una delle opere più rappresentative degli anni novanta/duemila, anche in occidente. Perché i problemi di Shinji, purtroppo, sono ancora i nostri, consumatori postmoderni, più o meno patologici, dipende di caso in caso, perennemente intrappolati nel gioco del capitalismo selvaggio e nell'interminabile distruzione della famiglia/società/stato. Ma questo è un altro discorso, che Pasolini, avendo vissuto la guerra, aveva già intuito molti anni prima di Anno, che di fatto è un sessantottino nipponico "redento" (questo "redento" tra virgolette per me è un po' sinonimo di deluso, ma anche di stranito). Questa sorta di "redenzione", che reputo abbastanza palese, la si trova, tra le altre cose, anche in come viene trattato il discorso del "transumanesimo" in Evangelion (cosa molto cara agli shinjinrui, i quali, proprio come quelli dell'Aum, si sentivano dei superuomini in grado di trascendere la vecchia umanità). Innanzitutto, Evangelion cita CHAЯLY, film fantascientifico nel quale un ritardato viene sottoposto ad un intervento al cervello che lo fa diventare un superuomo, un genio. Ma soltanto temporaneamente. Il protagonista, prima di tornare ad essere ritardato, fa, davanti agli scienziati che devono valutare la sua intelligenza, un pesantissimo monologo contro la società consumistica/industrializzata di massa, e dice alla sua compagna che "amare significa lasciare andare" (l'impossibilità di stare insieme, la solitudine). Questa storia, letta da un giapponese che ha vissuto l'Expo ’70, a parer mio è una sorta di metafora del fallimento degli shinjinrui e del loro "sessantotto tecnologico": la scienza è limitata e noi siamo soltanto dei ritardati che, in questa epoca di benessere consumistico illusorio, nel quale la guerra potrebbe essere alle porte (Oshii Mamoru aveva già affrontato questa riflessione con Patlabor 2), passano il proprio tempo a guardare dei cartoni animati destinati ai bambini. Basti pensare che Evangelion di fatto nasce con una trama che strizza gli occhi al transumanesimo: Adam è la Sentinella di Clarke; il Gehirn è in realtà un centro di perfezionamento dell'uomo; la Seele, colte tutte le analogie col Mars di Yokoyama Mitsuteru, vuole innescare l'apocalisse e far rinascere una nuova umanità utilizzando gli Eva. Purtuttavia, tutte queste cose, che avrebbero potuto guidare la serie verso un finale ottimista in stile Gundam, vengono poi abbandonate durante la serializzazione, per far spazio alla psicologia dei personaggi (e quindi dell'otaku Anno Hideaki). Soltanto nel film conclusivo vengono in parte riprese (si pensi al discorso finale di Ikari Yui al Professor Fuyutsuki).

  
   Magokoro o kimi ni. Il sottotitolo della scena finale del film di Evangelion si riferisce al titolo giapponese del film CHAЯLY (basato sul romanzo di Daniel Keys Fiori per Algernon), ossia Magokoro o kimi ni, My heart for you, il mio cuore per te.

Tornando all’anime in sé, per quanto concerne il simbolismo religioso, essendo Evangelion un opera post-ideologica, in essa tutto l’apparato pseudo-mistico esoterico è, a detta stessa di Tsurumaki Kazuya, un mero simulacro fine a sé stesso. Con la mancanza di un tessuto sociale legittimato da qualche grande narrazione, la lancia di Longino non ha più utilità nella narrazione della vita reale del Cristo, e può diventare un accessorio per un modellino di robot. Ricordiamo inoltre che Evangelion non è stato la prima opera otaku a fornire una simbologia religiosa simulacro: già negli Shin Megami Tensei degli anni ottanta il giocatore doveva districarsi tra la simbologia esoterica cristiana e giudaica (magari ritrovandosi YHWH  come boss finale).


 Il tempo è il 2015. Un mondo in cui 15 anni prima la maggioranza dell'umanità ha finito per morire.
Un mondo in cui compiendo una miracolosa rinascita si sono ripristinate la produzione, la distribuzione, i consumi e l'economia fino al riempimento degli scaffali dei minimarket.
Un mondo di persone che, avvezze a quello scenario, ne hanno preso la conclusione risolutiva come una cosa naturale. Un mondo in cui il numero dei bambini a doversi sobbarcare della successiva generazione si è ridotto.
Quanto al Giappone, sacrificando come carne da cannone la devastata vecchia Tokyo, la capitale è stata trasferita nella prefettura di Nagano. Dalla costruzione della città di NeoTokyo-2, con un successivo piano di trasferimento della capitale come pretesto, si è nel mondo in cui si sta costruendo la città di NeoTokyo-3, una città fortificata d'intercettazione.
E poi, è il mondo in cui degli oggetti incomprensibili chiamati "Apostoli" vanno all'assalto di quella città.
Tale è, a grandi linee, il mondo di "ShinSeiki Evangelion".

È un mondo che si tinge d'una visione pessimistica. La storia viene avviata su un palcoscenico da cui sono intenzionalmente omesse sensazioni ottimistiche. Lì c'è un ragazzo di 14 anni che ha paura del contatto col prossimo. Data l'inutilità di tale condotta, rinunciando allo sforzo che si chiama condursi alla comprensione del sé, cerca di vivere in un mondo chiuso. Essendosi sentito scacciato dal padre, essendosi unilateralmente convinto di essere lui stesso un essere umano indesiderato, e d'altra parte non riuscendo neanche a suicidarsi, è un ragazzo vigliacco. C'è una donna di 29 anni, che mantiene i contatti col prossimo quanto più leggeri possibile. Fuggendo dentro alla superficiale compagnia, arriva a proteggere sé stessa. Sono tutti e due estremamente spaventati dal venire feriti. Tutti e due, come cosiddetti protagonisti della storia, difettando di positività, si direbbero inadeguati. Però, loro sono stati intenzionalmente resi i protagonisti della storia. Si dichiara che "continuare a vivere è continuare a cambiare".
Desiderando che quando questa storia troverà la sua fine, sia il mondo, sia loro saranno cambiati, carico di una tale speranza, io ho iniziato quest'opera. Perché questo era il mio onesto "sentimento".

In "ShinSeiki Evangelion" ho cercato di caricare tutto il me stesso che nel corso di quattro anni non riusciva a far nulla seguitando a crollare. È un'opera in cui il me stesso che nel corso di quattro anni ha continuato a fuggire, che semplicemente non era morto, ha ricominciato dal singolo pensiero: "non devo fuggire". È un'opera pensata con l'impressione di far come aderire quelle che chiamerei le mie stesse sensazioni alla pellicola. Lo so che si tratta di una condotta sconsiderata, arrogante e problematica. Però, è quello a cui ho puntato. Il risultato non lo conosco. Perché questa storia non si è ancora conclusa dentro di me. Ancora non conosco cosa sarà di Shinji, Misato, Rei, e dove andranno a finire. Perché ancora non conosco dove andrà a finire lo staff. Ho l'impressione che sia irresponsabilità. Ma benché sobbarcati del rischio di "in fin dei conti si tratta di imitazione", al momento non abbiamo altra metodologia di creazione.

Perché il nostro "originale" non può trovarsi che in quel luogo...
17/7/1995 - in un giorno nuvoloso e di pioggia, nello studio


[Anno Hideaki, "Noi cosa stiamo cercando di creare?". Dichiarazione risalente a poco prima del debutto della serie in TV, traduzione dal Giapponese di G. Cannarsi]

La dichiarazione di Anno di cui sopra, risalente a prima della messa in onda della serie televisiva (ma  pubblicata nel primo volume del manga di Sadamoto), aiuta a contestualizzare l'opera al meglio.
Neo Tokyo 3, allo stesso modo dell’asettica Tokyo di Patlabor 2, o della città-illusione di Megazone 23, è il Giappone post-consumistico di massa congelato in un eterno dopoguerra (il Second Impact è la WWII) fatto di  ultratecnologia, benessere e solitudine. L’Apostolo è il “nemico”, la minaccia ignota che proviene dall’esterno e con la quale bisogna lottare per preservare la propria identità (anche Rei in uno scontro deve preservare la sua identità, violata da un Apostolo troppo invadente, idem Asuka). In questo caso, Anno coglie le suggestioni tipiche del Giappone di quel periodo strizzando altresì l'occhio a Murakami Ryu - ad Anno piace Ai to Gensso no Fashism, i.e. Il Fascismo dell'Amore e della Fantasia, e infatti i compagni di scuola di Shinji si chiamano proprio come i protagonisti di tale romanzo -, che nella sua novel Virus descriveva la stessa angoscia verso l'invasore ignoto presente in Evangelion (durante la serie, un Apostolo ha infatti i connotati di un virus).
A detta stessa di Anno, Shinji rinuncia a compiere "lo sforzo per  condursi alla comprensione di sé". Questo è lo stato psicologico stesso del regista, che ritrovatosi (da adulto) a non essere in grado di definirsi o di dare un senso alla propria esistenza di consumatore in una società della solitudine, decide di riprendere il discorso Tominiano della non-comunicabilità da un punto di vista introspettivo. Fin dal principio, stando alla suddetta dichiarazione, Evangelion non è nient'altro che il dopoguerra, Shinji, Misato, la loro psicologia, una possibilità di risoluzione à la Akage no Ann. Poco importa del resto. Questo verrà confermato, problemi di risorse a parte, dal finale televisivo dell'opera, in cui tutto il setting della serie viene meno a favore dell'introspezione dei personaggi.  Anno ammette addirittura di non essere capace di andare al di là del citazionismo come forma espressiva: siamo ad un punto di saturazione, di desolazione interiore. E l'anime metterà in scena proprio questo.

 
 "La bestia che gridò amore nel cuore del mondo".

Il dilemma dell’identità, che con la postmodernità diventa fluttuante e frammentaria, è ben riassunto nel titolo dell’episodio finale della serie TV, mutuato da una short novel SF di Harlan Ellison:  La bestia che gridò amore nel cuore del mondo.  L’uso del katakana per la parola “Ai” (“amore” in giapponese) permette di conferire al termine il doppio significato di amore/Io. I personaggi di Evangelion, e in particolare Shinji, sono bisognosi di amore - One more final: I need you -, ma non sono risolti come individui. Essendo Shinji una rappresentazione di Anno Hideaki, egli è un aggressivo-passivo: vuole essere coccolato ed elabora vari stratagemmi infantili per carpire l'affetto altrui. Tuttavia, la sua compagna Asuka non sta al gioco, e infatti sul treno gli ricorda che "lui non vuole soltanto lei, ma vuole tutte le persone". A questo punto, una volta morto Kaji, Shinji ferisce pesantamente Asuka annunciandole la morte di Kaji. Nel copione originale di Evangelion, c'è infatti una nota sulle "cose orribili" fatte da Shinji ad Asuka, della necessità di aggiungere una scena nell'episodio 24 (che poi vedremo nel Director's Cut ), e la criticità della notizia come causa del tracollo della ragazza. Per Asuka, che è già stata traumatizzata dalla follia e poi dalla perdita della madre, la morte di Kaji, che di fatto incarnava la risposta psicologica al suo bisogno (disperato) di essere accettata, si rivelerà fatale. Da notare che Misato reagisce alla morte di Kaji andando ad abbracciare PenPen: per lei (ed è lei stessa a notarlo), esattamente come Shinji, va bene anche un animale, va bene tutto: la sua è un'affettività passiva che tradisce una mancata sedimentazione dell'Io.

La scena dello strangolamento di Asuka è la reinterpretazione della cosa "orribile" che Shinji le ha fatto, ossia dirle, appositamente per ferirla, che Kaji era morto.

Nell’opera, le tendenze sociopatiche non sono soltanto di Shinji e Asuka, ma anche degli altri personaggi principali che li circondano, con l’unica eccezione di Ryoji Kaji, forse l’unico vero adulto della storia. Misato alla fine dei conti è una ex bambina traumatizzata che psicologicamente è molto simile a Shinji. Idem Ritsuko, che è una donna sola, infelice, che si consola con i gatti. Gendo, quasi come un pargolo, desidera soltanto scatenare un’apocalisse personale al fine di ricongiungersi alla sua compagna/madre sostituto, incurante dei danni che ciò potrebbe causare agli altri. D’altro canto, l’apocalisse desiderata dalla Seele non è nient’altro che quella dell’Aum Shinrikyo vera e propria, setta cresciuta a pane e Genma Wars. Tutte apocalissi adolescenziali insomma. E l’unico adulto in questo contesto va a morire alla ricerca della verità, e annaffia cocomeri in prossimità della catastrofe.

 «Quando guardo Ayanami Rei, mi ricorda le ragazze dell'Aum Shinrikyo. In breve, loro sono completamente dipendenti dal loro Guru, con tutte loro stesse, con un animo che è racchiuso in un guscio duro». [Ooizumi Mitsunari, da Evangelion-PARANO book]

Tutte le esigenze tecno-egotistiche *infantili* dei personaggi di Evangelion possono essere viste (sociologicamente parlando) come il frutto del deterioramento della struttura sociale e delle sue convenzioni (e qui ci allacciamo a Pasolini): nel momento in cui si è soli, non si ha più la percezione dell’altro, e non resta altro che dissolversi nella propria apocalisse interiore. La stessa serie pian piano si “dissolve” e decostruisce, con Shinji che fluttua nello spazio bianco per poi ritrovare, attraverso la definizione del sopra e del sotto, di una non-libertà,  una base su cui sedimentare la propria personalità/volontà. La società/famiglia - o quantomeno la nostra percezione di essa, dell’esterno - è questa non-libertà che viene a mancare nel postmoderno: «è nel guardare la forma delle altre persone che si riconosce la propria forma.» Anche se ciò potrebbe causare sofferenza.

Il mondo della libertà assoluta.

Il finale della serie televisiva viene riproposto in modo spettacolare nell’End of Evangelion, un remake d'autore del Be Envoked Tominiano che tuttavia diventa anche lui metanarrazione, con le minacce di morte dei fan che scorrono sullo schermo, scene disturbanti e malate a non finire, estetizzazione della violenza in stile Clockwork Orange (Bach come sottofondo di scene splatter) e tanto altro ancora. Non stupisce che il film sia stato realizzato dopo un tentato suicidio del regista, dato che è estremo sotto tutti i punti di vista: inizia con il protagonista che si masturba sul corpo inerte di Asuka in stato di incoscienza (evidente provocazione rivolta agli otaku, che si masturbano sulle loro idol feticcio) e finisce nientepopodimenoche come Devilman.

Shinji: «Ma io sono morto?»
Rei: «Non lo sei. Solo che è tutto divenuto tutt’uno. Questo è il mondo che tu hai desiderato… proprio quello.»
Shinji: «Però… questo è sbagliato…! Penso sia sbagliato.»
Rei: «Se desideri una volta ancora l’esistenza degli altri… le Mura dell’Animo separeranno nuovamente tutte le persone. Di nuovo… comincerà il terrore dell’altro.»
Shinji: «Non importa. Ti ringrazio.» 


Ritorno all'utero materno (lo stesso entry plug è una metafora dell'utero).

Questa volta Shinji non fluttua nel vuoto ma si risveglia in una sorta di dimensione parallela simile all’utero materno. In tale non-luogo egli è in simbiosi, appunto, con la madre surrogato Ayanami Rei, con la quale vive in uno stato di compenetrazione simile alla dissoluzione nell'LCL degli episodi 19-20. La non-libertà in questo caso è il rigetto stesso di Shinji, che, al fine di definire la sua stessa individualità, non può fare a meno di ripristinare gli AT Field altrui, ossia le individualità delle altre persone, accettando di rivivere cose spiacevoli e di non poter sconfiggere del tutto l'incomunicabilità. Il ritorno alla realtà/società e la propensione alla ricerca del proprio posto nel mondo, che ne consegue, proprio come Anno desiderava fare fin dal principio, mettono la parola fine all'opera - God's in His heaven— All's right with the world. Come la Anne di Takahatiana memoria, i personaggi, cioè Anno Hideaki, si sono rifugiati nella fantasia per sfuggire dalla realtà, ma poi, in qualche modo, si sono ravveduti, anche se saranno obbligati ad indossare delle maschere o ad essere feriti e/o compatiti nuovamente dagli altri. Sulla spiaggia, Shinji si ravvede dal ferire nuovamente Asuka, e lei, come sempre, lo disprezza. In un'era pregna di nichilismo, la risoluzione dei personaggi è molto più simile ad un incerto coito interrotto che ad un'autentica presa di coscienza collettiva in stile Gundam. Il sogno otaku nato ad Osaka nel 1970 è decisamente tramontato.

Tributi registici di Anno all'amico Ikuhara. In particolare, nella scena di sopra, Yui ricorda a Shinji che sta facendo l'esperimento per il brillante futuro dell'umanità - l'esperimento ovviamente fallirà.

Bibliografia

Takashi Murakami, Little Boy

https://www.nettime.org/Lists-Archives/nettime-l-9802/msg00101.html

http://www.yattaran.com/evangelion-anatomia-di-una-religione/#more-10323

Consulenza di G. Cannarsi.

2 commenti:

  1. Che dire, un articolo "parecchio completo"! :)

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    1. Grazie! Il merito è sopratutto dell'amico G. Cannarsi, che mi ha aiutato nella stesura. :)

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