giovedì 1 agosto 2019

Neon Genesis Evangelion: Recensione 2 .0

Titolo originale: Shin Seiki Evangelion
Regia: Hideaki Anno
Soggetto: GAINAX
Sceneggiatura: Hideaki Anno, Akio Satsukawa
Character Design: Yoshiyuki Sadamoto
Mechanical Design: Ikuto Yamashita, Hideaki Anno
Musiche: Shiro Sagisu
Studio: GAINAX, Tatsunoko Production
Formato: serie televisiva di 26 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di trasmissione: 1995 - 1996
Disponibilità: edizione italiana in dvd a cura di Dynit


Evangelion è Hideaki Anno, ossia uno dei più influenti otaku di prima generazione (ossia quelli che avevano vissuto l’expo di Osaka ‘70 da bambini). Non esiste altra interpretazione dell’opera: essa va letta come l’anima, volendo lo spirito, la vita, di un hikikomori appartenente ad un determinato periodo storico post WWII (con tutti i mutamenti sociologici del caso), che si è guadagnato da vivere con cose - all’epoca, in Giappone - considerate da bambini/ritardati.
Con quest’opera, il cerchio del sogno otaku inaugurato dalla stessa GAINAX con Daicon III e Macross si chiude definitivamente, con un ragazzino che piagnucola su una sedia dacché non riesce a definire la sua identità in un mondo di solitudine. Dopodiché, travisato nei suoi significati e frainteso da una nuova generazione di otaku/hikikomori ormai radicalmente diversa da quella di Anno, che poco si interessa a inserirsi in una società sempre più inesistente («There is no such thing as society», Margaret Tatcher docet), Evangelion diventerà un fenomeno consumistico di massa, sia in Giappone che all’estero. Le sue protagoniste assumeranno lo status di icone dei videogiochi erotici e delle doujinshi pornografiche, e le loro acton figures venderanno di più dei modellini delle unità Eva. Nondimeno, la storia verrà sfruttata commercialmente fino alla nausea, con decine e decine di spin-off e storyline alternative (anche ad opera dello stesso autore, si pensi al discutibile Rebuild of Evangelion). Ciò premesso, oltre ad essere una lucida analisi delle problematiche legate ad una determinata condizione sociologica, la magnum opus di Hideaki Anno è altresì uno degli anime più importanti della storia del suo media, tant’è che il 1995 è una linea di demarcazione di cui ogni eventuale “storico degli anime” dovrebbe tenere conto.

 Evangelion è un'opera che parla di solitudine. La solitudine che si provava nei 90s, la solitudine che si prova ancora oggigiorno. E infatti è un evergreen. 
La solitudine che si prova quando la propria identità non è ben definita e soggetta a fluttuazioni è la solitudine peggiore: è una solitudine nella solitudine. Evangelion parla anche di questo.

Ispirato a Space Runaway Ideon e Devilman, e infarcito di tutta l’enciclopedica cultura otaku/SF di Hideaki Anno, Evangelion è LA metanarrazione otaku/postmoderna per eccellenza. Questo significa che l’opera è un simulacro costituito da puro citazionismo, come poteva essere un OVA anni ottanta destinato al solito pubblico di disadattati giapponesi; ma ad un certo punto, complice la depressione e l’esaurimento del budget a disposizione, Anno rinuncia completamente alla forma al fine di lanciare il suo messaggio esistenzialista agli spettatori – i tanto criticati episodi 25 e 26, che, minacce di morte dei fan a parte, racchiudono la vera sostanza dell’opera.
Stilisticamente parlando, a parte il character design spigoloso di Sadamoto, che farà da traino negli anni novanta sino al moeblob di Haruhi Suzumiya (2006), Evangelion si rifà al filone di animazione robotica per otaku degli anni ottanta, che era prevalentemente destinata all’home video (cioè a gente che raramente usciva di casa, essendo impegnata a registrare tutto ciò che passavano le TV locali). Ad esempio, la Berserk Mode si rifà a Layzner; il mecha design, oltre a Devilman e Ideon, allo Psycho Gundam Mk-2 di ZZ Gundam, al Soldato Titano di Nausicaa e a Iczer-1, che fa dà ispirazione anche per le atmosfere dark SF che permeano l’opera; l’entry plug di nuovo cita Iczer; i cinque minuti di autonomia sono quelli di Ultraman; Ramiel è il Super X di Urashiman, Shinji Ikari è in realtà il nome del protagonista di Sei Jūshi Bismark e così via.

Un Apostolo.

L’incipit è modellato in base ai cliché del tokusatsu robotico settantino. Shinji Ikari è il figlio del comandante della Fortezza delle Scienze (in questo caso il quartiere generale della Nerv) e deve salire su un robot gigante, l’Evangelion - che come vuole la tradizione dà il nome alla serie -, per combattere gli invasori alieni (gli Apostoli, ossia i discepoli di Cristo/Dio: l’idea dello scontro tra uomo e divinità è presa in prestito dal Devilman nagaiano, mentre il concetto di alieni come “razza ancestrale” viene da UltraSeven). Shinji ha un cattivo rapporto col padre, che insieme alla sua “compagna” Asuka rappresenta la pressione della società esterna - la famiglia è la monade di ogni tipo di società; se viene meno la famiglia, viene meno la società stessa. Ed egli, nella bella e glaciale Rei, che di fatto è la clone di sua madre, rivive il calore della figura materna che ha perso in tenera età (ma che comunque rimane una presenza invisibile che lo coccola e accontenta usando il robot come tramite: un hikikomori, per essere tale, necessita comunque della protezione materna). Non a caso la prima cosa che appare a Shinji nel primo episodio della serie è Rei, la figura materna surrogato.
Altro simulacro di madre per il giovane Shinji è Misato “Sailor Moon da grande” Katsuragi, che con lui, al pari di quasi tutti i personaggi principali, condivide l’odio/desiderio di accettazione verso il genitore/società.  Il complesso edipico di tominiana memoria rivive nell’opera di Anno, e viene “abbellito”, oltre che da una regia degna di Stanley Kubrick (Hideaki Anno è oggettivamente un genio dell’animazione), da ammiccamenti psicanalitici (Freud, Jung), esistenzialistici (Kirkegaard) nonché  filosofici (Schopenauer e il suo dilemma del porcospino, che in questo caso è la metafora della paura di interagire con gli altri tipica degli hikikomori). Ma questo non stupisce, data la lontananza della cultura nipponica da quella occidentale, né è sinonimo di presunta “intellettualità” dell’autore: ogni hikikomori nei suoi periodi di crisi si affaccia in qualche modo alla letteratura psicologica “fai da te” (si pensi a quanto ci dice Takimoto col suo Welcome to the N.H.K.), e Anno, che già in GunBuster aveva chiamato un personaggio JungFreud, non rappresenta di certo una eccezione. Stando alle sue dichiarazioni, nel momento in cui un amico gli passò un libro sulle malattie mentali, Evangelion prese tutta un’altra direzione più introspettiva, inaugurando un modo più psicologico, decostruttivo e onirico  di scrivere le storie e di fare animazione. E’ la nascita della NAS, la Nuova Animazione Seriale, che prenderà il sopravvento fino ai primi anni del duemila. Ma due soltanto sono gli anime che a mio avviso hanno realmente saputo replicare, talvolta perfezionare, quanto si è visto nell’arco finale di Evangelion : serial experiments lain (1998) e Boogiepop Phantom (2000). Una nota di merito va inoltre alla serie di OVA Key the Metal Idol (1994), che un anno prima di Evangelion aveva provato ad evolvere l’home video con una trama dark SF impegnata e diversa dal solito fanservice a tutto tondo. Ma spetterà comunque ad Evangelion, opera di ben altra caratura, farsi carico della transizione dall’OVA alla fascia serale su TV Tokyo.

«Chi sono io?».

In Mobile Suit Gundam, nel finale Amuro Rei lasciava il robot, l’opprimente eredità paterna, per costruire un nuovo futuro aprendosi al prossimo, col quale poteva comunicare senza alcuna barriera essendo un shinjinrui, ossia un membro di quella generazione di giapponesi che incarnavano la speranza di un nuovo mondo. Ora, Evangelion è l’opera di un shinjinrui, ossia di un bambino/adulto affascinato dall’expo di Osaka, che di fatto era una grande narrazione sulla bontà della scienza come portatrice di benessere socio/economico. I suoi quattro presupposti "da shinjinrui" erano: donare valore alla vita; utilizzo migliore della Natura; migliore organizzazione della vita; migliore comprensione reciproca
L’expo la si ritrova frammentata un po’ in tutta la serie: il primo Apostolo è una rivisitazione Miyazakiana della Torre del Sole, il Geofront ricorda uno dei padiglioni dell’esposizione, allo stesso modo del luogo in cui avviene la presentazione del Jet Alone nel settimo episodio ecc. Tuttavia, di positivismo di ritorno in Evangelion ce n’è poco. Gli stessi Gendo e Fuytsuki, nell’antartide, episodio 12, parlano del Second Impact come di un possibile fallimento della scienza, che ora viene relegata a mera forza dell’uomo atta a garantirne la sopravvivenza in una natura ostile. In Evangelion non c’è più l’ottimismo di Macross, nel quale la tecno cultura pop nippo-americana faceva rinsavire i vecchi giapponesi imperialisti trogloditi (cioè gli Zentradi), né alcun vero superamento delle difficoltà di comunicazione come invece avveniva in Mobile Suit Gundam. Evangelion è cupo come i tempi in cui è uscito (1995 in Giappone vuol dire attentato dell’Aum Shinrikyo alla metropolitana di Tokyo, terremoto di Kobe, crisi economica).

"Progress and harmony for Mankind". Non è andata proprio così.

«...Perché la famiglia praticamente è una piccola difesa meschina che fa l’uomo per difendersi dal terrore, dalla paura, dalla fame… E’ una specie di istinto di difesa per cui l’uomo si crea una tana e in questa tana fa quello che vuole: il padre opprime i figli ecc. ecc.  Detto questo, la famiglia è anche il covo delle cose più belle dell’umanità. Le due cose sono orrendamente ambigue e indistricabili. Cioè tutto ciò che di male l’umanità ha fatto finora, e tutto ciò di bene che ha fatto l’umanità nasce sempre da questo rapporto ambiguo del figlio con i genitori. Che benché sia schematico ed elementare, è come le note musicali: sono soltanto sette eppure puoi fare tutto quello che vuoi. […]
Quello che volevo dirti è che è successo qualcosa in questi dieci anni in Italia, e nel mondo in questi ultimi cinquant’anni… cioè, siamo passati da un’era con la E maisucola, cioè un periodo millenaristico e non semplicemente di secoli o di anni, da un’era in cui la famiglia era veramente il nucleo di questo enorme mosaico che era la società preindustriale, cioè artigianale, contadina, marittima, pastorale ecc. Siamo passati ad un’altra era con la E maiuscola che è la civiltà tecnologica. In questa nuova era la famiglia non serve più. […]
Se tu fossi un direttore d’azienda o un industriale, penseresti di riuscire a collocare meglio i tuoi prodotti presso gruppi di individui isolati oppure presso nuclei familiari? […]
La famiglia si sta dissolvendo. I figli ormai passano la maggiorparte del tempo fuori dalla famiglia.»
[Pier Paolo Pasolini]

A parer mio, il grande successo di Evangelion è dovuto proprio al fatto che esso sia stato una delle opere più rappresentative del nostro tempo, anche in occidente. Perché i problemi di Shinji, purtroppo, sono ancora i nostri, consumatori postmoderni, più o meno patologici, dipende di caso in caso, perennemente intrappolati nel gioco del capitalismo selvaggio e nell'interminabile distruzione della famiglia/società/stato. Ma questo è un altro discorso, che Pasolini, avendo vissuto la guerra, aveva già intuito molti anni prima di Anno, che di fatto è un sessantottino nipponico "redento".
Tornando all’anime in sé, per quanto concerne il simbolismo religioso, essendo Evangelion un’opera post-ideologica, in essa tutto l’apparato pseudo-mistico esoterico è, a detta stessa degli autori, un mero simulacro fine a sé stesso. Con la mancanza di un tessuto sociale legittimato da qualche grande narrazione, la lancia di Longino non ha più utilità nella narrazione della vita reale del Cristo, e può diventare un accessorio per un modellino di robot. Ricordiamo inoltre che Evangelion non è stato la prima opera otaku a fornire una simbologia religiosa simulacro: già negli Shin Megami Tensei degli anni ottanta il giocatore doveva districarsi tra la simbologia esoterica cristiana e giudaica (magari ritrovandosi YHWH  come boss finale).

"La bestia che gridò amore nel cuore del mondo".

Neo Tokyo 3, allo stesso modo dell’asettica Tokyo di Patlabor 2, o della città-illusione di Megazone 23, è il Giappone post-consumistico di massa congelato in un eterno dopoguerra (il Second Impact è la WWII) fatto di  ultratecnologia, benessere e solitudine. L’Apostolo è il “nemico”, la minaccia ignota che proviene dall’esterno e con la quale bisogna lottare per preservare la propria identità (anche Rei in uno scontro deve preservare la sua identità, violata da un Apostolo troppo invadente, idem Asuka). Il dilemma dell’identità, che con la postmodernità diventa fluttuante, priva di contesto e frammentaria, è ben riassunto nel titolo dell’episodio finale della serie TV, mutuato da una short novel SF di Harlan Ellison:  La bestia che gridò amore nel cuore del mondo.  L’uso del katakana per la parola “Ai” (“amore” in giapponese) permette di conferire al termine il doppio significato di amore/Io. L’amore è ciò che definisce l’identità e l’umanità di un individuo. E l’otaku, consumatore solitario e ossessivo, è un individuo senza amore (non potete servire due padroni, non potete servire Dio e il denaro, direbbe Gesù Cristo). Nel film conclusivo, Shinji strangola Asuka, che rappresenta il giudizio che la società esercita si di lui. In pratica accetta solo se stesso e basta. Asuka è di fatto la sua compagna, l’unica che lo può capire, e lui nel film la uccide condannandosi all’eterna solitudine e alla prigionia dell’ego, dando il via al malato Third Impact. E’ il coronamento del rifiuto della società e quindi della vita, perché l’uomo è un animale sociale e nient’altro. E’ il coronamento del sogno otaku preso per ciò che è realmente, senza alcun idealismo stupido a fargli da mantello:  «Nessuno mi vuole, allora morte, morte a tutti!»

«Il dramma di questo tentato assassinio [quello di Shinji nei confronti di Asuka] esiste al livello di un bambino che scopre il significato della vita uccidendo una rana. Questa paralisi rappresenta sia l’apice dell’otaku che la sua genesi.
In un certo senso, la ricerca di un posto nel mondo, che tormenta Shinji Ikari, l’alter ego di Anno, è l’insormontabile sfida che sta affrontando il Giappone. Il sollievo di aver finalmente lasciato il trauma della guerra dietro di noi è stato breve, siccome fin da subito abbiamo dovuto affrontare la nostra incapacità di definire un nostro futuro indipendente.
Il Giappone è ora invischiato nella ricerca di cosa significhi avere un’identità.»
[Takashi Murakami]

«Nessuno mi vuole, allora morte, morte a tutti!».

Nell’opera, le tendenze hikikomori/sociopatiche non sono soltanto di Shinji Ikari, ma anche degli altri personaggi principali che lo circondano, con l’unica eccezione di Ryoji Kaji, forse l’unico vero adulto della storia. Nel monologo contenuto nella versione Director’s Cut, quello nel bagno, prima di farsi doccia, Asuka ammette che odia tutti, e che detesta anche l’aria che gli altri respirano. Misato alla fine dei conti è una ex bambina traumatizzata che coccola il suo animaletto domestico/pupazzo per sfuggire alla solitudine. Idem Ritsuko, che è una donna sola, infelice, che si consola con i gatti. Gendo, che sembra tanto serio, in realtà è un patetico lolicon che ha creato una clone minorenne di sua moglie e che desidera scatenare un’apocalisse personale al fine di ricongiungersi a lei. D’altro canto, l’apocalisse desiderata dalla Seele non è nient’altro che quella dell’Aum Shinrikyo, la setta otaku per eccellenza. Tutte apocalissi adolescenziali insomma. E l’unico adulto in questo contesto va a morire alla ricerca della verità, e annaffia cocomeri in prossimità della catastrofe. Tutte queste esigenze tecno-egotistiche *infantili* non sono altro che il frutto del deterioramento della struttura sociale e delle sue convenzioni: nel momento in cui si è soli, non si ha più la percezione dell’altro, e non resta altro che dissolversi nella propria apocalisse interiore. La stessa serie pian piano si “dissolve” e decostruisce, con Shinji che fluttua nello spazio bianco per poi ritrovare, attraverso la definizione del sopra e del sotto, di una non-libertà,  una base su cui sedimentare la propria personalità/volontà. La società/famiglia - o quantomeno la nostra percezione di essa, dell’esterno - è questa non-libertà che viene a mancare nel postmoderno: «è nel guardare la forma delle altre persone che si riconosce la propria forma.» Anche se ciò potrebbe causare sofferenza.

Il mondo della libertà assoluta.

Il finale della serie televisiva viene riproposto in modo spettacolare nell’End of Evangelion, un remake d'autore del Be Envoked Tominiano che tuttavia diventa anche lui metanarrazione, con le minacce di morte dei fan che scorrono sullo schermo, scene disturbanti e malate a non finire, estetizzazione della violenza in stile Clockwork Orange (Bach come sottofondo di scene splatter) e tanto altro ancora. Non stupisce che il film sia stato realizzato dopo un tentato suicidio del regista, dato che è estremo sotto tutti i punti di vista: inizia con il protagonista che si masturba sul corpo inerte di Asuka in stato di incoscienza (evidente provocazione rivolta a otaku e hikikomori, che si masturbano sulle loro idol feticcio) e finisce nientepopodimenoche come Devilman.

Shinji: «Ma io sono morto?»
Rei: «Non lo sei. Solo che è tutto divenuto tutt’uno. Questo è il mondo che tu hai desiderato… proprio quello.»
Shinji: «Però… questo è sbagliato…! Penso sia sbagliato.»
Rei: «Se desideri una volta ancora l’esistenza degli altri… le Mura dell’Animo separeranno nuovamente tutte le persone. Di nuovo… comincerà il terrore dell’altro.»
Shinji: «Non importa. Ti ringrazio.» 


 Ritorno all'utero materno (lo stesso entry plug è una metafora dell'utero).

Questa volta Shinji non fluttua nel vuoto ma si risveglia in una sorta di dimensione parallela simile all’utero materno. In tale non-luogo egli è in simbiosi, appunto, con la madre surrogato Rei Ayanami, con la quale vive in uno stato di compenetrazione simile alla dissoluzione nell'LCL degli episodi 19-20. La non-libertà in questo caso è il rigetto stesso di Shinji, che, al fine di definire la sua stessa individualità, non può fare a meno di ripristinare gli AT Field altrui, ossia le individualità delle altre persone, accettando di rivivere cose spiacevoli e di non poter sconfiggere del tutto l'incomunicabilità. Il ritorno alla realtà/società e la propensione alla ricerca del proprio posto nel mondo che ne consegue - sebbene il mondo sia orrendo, e faccia soffrire -, sono altresì riassunti nel sottotitolo della scena finale del film, che si riferisce al titolo giapponese del film CHAЯLY  (basato sul romanzo di Daniel Keys Fiori per Algernon), ossia Magokoro o kimi ni, My heart for you, il mio cuore per te, tu, l’altro. One more final: I need you.

Magokoro o kimi ni.

Bibliografia

Takashi Murakami, Little Boy

http://distopia.altervista.org/2015/09/fascinazioni-fantascienza/

http://www.yattaran.com/evangelion-anatomia-di-una-religione/#more-10323

Jacopo Mistè, Guida ai Super e Real Robot

14 commenti:

  1. In barba agli haters, Eva rimane una gran serie^^

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  2. Anche se ho visto Evangelion, continuo a preferirgli Nadia - Il Mistero della Pietra Azzurra e Le Ali di Honneamise

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  3. Ottimo articolo/recensione come sempre.
    Hai mai pensato di recensire i videogiochi di Yoko Taro??

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    1. Non li conosco. Cosa mi consigli?

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    2. Riguardo a Nier1 e Drakengard 1-3 non li definirei bei giochi ma,penso, che abbiano qualcosa da dire come esperienza videoludica a differenza di tante altre opere più conosciute/giocate.

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    3. Come primo approccio alle opere di Yoko Taro,ti consiglierei "Nier:Automata",che ha un gameplay migliore di Nier1 e i Drakengard.

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  4. Francesco, come sempre ottimo lavoro.
    Perderei le ore a leggere le tue analisi.
    Non sapevo che Anno fosse un figlio dell'Expo '70 e di conseguenza avesse riversato in Evangelion i fallimenti di quei propositi.
    Certo, Eva non può essere positivo come le opere anni '80, perché è ammantato del tutto nel mood anni '90: sin dai colori, quei verdi e viola acidi.
    Altri tempi, forse. Gli hikkikomori pre-fenomeno, anticipati proprio da Eva. Un inno all'apocalisse di solitudine.

    Moz-

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  5. Ci sarebbero tante cose da dire. Faccio qui solo saltare qualche pulce nel piattino. L'impianto SF di Evangelion viene soprattutto dal "Ciclo dei Giganti" di Hogan, a sua volta nato da 2001 ASO [The Sentinel] di Kubrick/Clarke. Hogan era molto amato in Giappone, tanto che Toren Smith conobbe la futura GAiNAX ai tempi delle Daicon proprio come interprete per Hogan. Ovviamente, l'influenza dei libri di Hogan è ben evidente già in Nadia, ma nel primo progetto di Evangelion (Alcion?) le UnitàEva avrebbero dovuto essere dei "vascelli", delle "arche" atte a permettere la sopravvivenza di anime umane in ambienti extra-mondo, e così a perpetuare il memento dell'esistenza umana nello spazio. Questa cosa, del tutto mutilata, resta in due distinti punti di Air (dialogo di Gendo e Fuyutsuki con la Seele sui fini del Third Impact) e Magokoro (dialogo finale di Fuyutsuki e Yui). D'altro canto, il Gehirn era originariamente un "laboratorio per l'evoluzione artificiale", e i progetti Adam, Eva e per il Completamento dell'Umanità erano tre progetti distinti. Si noti che dapprima gli Apostoli erano intesi come meccanismi di "sterminio di difesa" autoattivanti al tocco e quindi risveglio della "sentinella sopita" Adam [Second Impact], un po' come in Mars di Yokoyama Mitsuteru (il manga). Ah, SoldatoTitano, non Dio Guerriero. Più significativamente, la lettura che Murakami fa della scena dello strangolamento è del tutto forviata. E non vedo hikikomori in Eva, salvo l'ultimo momento di Asuka a casa di Hikari. Hikikomori e otakuzoku sono cose profondamente diverse, in realtà, neppure contigue - come il professor Tamaki Saitou ben sa. Ancora, la lettura di CHAЯLY credo sia piuttosto da rincondursi al destino fallimentare del "tornale al punto di partenza doppo un tentativo di risoluzione impossibike" (Charly torna ritardato) e all'impossibilità dello "stare insieme" ("they to love is to let go" - è la scena nella locandina). Di fatto, i finali televisivo e cinematografico di Eva sono identici fino al punto in cui Shinji sceglie di rifiutare il Third Impact (il suicidio e il ritorno al nulla), tornando alla realtà delle coscienze frammentate e vicendevolmente repulsive: nel finale televisivo è una risoluzione positiva, ottimistica, in quello quello cinematografico (ONe More Final, con l'eyecatch che non a caso arriva giusto prima dell'epilogo) è una risoluzione fallimentare e pessimistica. Per avere il finale ottimistico in forma narrativa canonica c'è invece il manga di Sadamoto. Ah, il titolo originale di Air era "La porta per l'estate".

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    1. Ciao Shito, grazie per il commento. Ho corretto alcune imprecisioni che mi hai fatto notare in privato.

      "Più significativamente, la lettura che Murakami fa della scena dello strangolamento è del tutto forviata."

      A me invece sembra acuta. Puoi spiegare il perché del tuo giudizio?

      "E non vedo hikikomori in Eva, salvo l'ultimo momento di Asuka a casa di Hikari. Hikikomori e otakuzoku sono cose profondamente diverse, in realtà, neppure contigue - come il professor Tamaki Saitou ben sa."

      Secondo me Shinji è un hikikomori. Magari lo è in senso lato, ma il suo modus operandi non è neanche otaku, è tutto un miscuglio di disfunzionalità
      che si riconducono principalmente al suo non essere definito in quanto persona. Shinji fluttua, il suo animo fluttua con lui. Per me Shinji è la personificazione del tipico hikikomori anni '80 che se ne sta tutto il giorno nella sua cameretta a registrarsi i VHS (quello è il pubblico di riferimento di Eva).
      Shinji soffre il giudizio altrui, ha paura del prossimo, ha paura del contatto fisico, vive tanto per vivere. Tutte patologie da hikikomori. E non appartiene a nessuna tribù/gruppo, a nessuna microsocietà. Shinji non si chiude nella sua cameretta perché è il protagonista di un anime con i robottoni, ma si chiude direttamente nell'utero di sua madre, che per me è la stessa cosa. Se proprio non lo si vuole chiamare hikikomori, Shinji è la gioventù postmoderna hardcore.

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  6. "Per me Shinji è la personificazione del tipico hikikomori anni '80 che se ne sta tutto il giorno nella sua cameretta a registrarsi i VHS (quello è il pubblico di riferimento di Eva)."

    Questo non mi pare assolutamente, dato che lo vediamo non avere alcun problema a presentarsi in modo condiscendente col prossimo. Non lo vediamo mai avere degli hobby da recluso. Anzi, anche quando scappa, va a girovagare.

    "Shinji soffre il giudizio altrui, ha paura del prossimo, ha paura del contatto fisico, vive tanto per vivere."

    Questo assolutamente sì, ma:

    "Tutte patologie da hikikomori."

    Il punto è che "hikikomori" è un comportamento, è un sintomo. Non è la malattia, il disturbo psicologico a monte: è una (delle possibili) risultante.

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  7. "Il punto è che "hikikomori" è un comportamento, è un sintomo. Non è la malattia, il disturbo psicologico a monte: è una (delle possibili) risultante."

    In effetti è così. Definiamolo allora uomo postmoderno dall'identità fluttuante dato il dissolvimento della società. Penso che cmq dop Nadia, durante la depressione, Anno abbia vissuto un periodo da hikikomori. Cioè, a parte il fatto che non sia recluso e che interagisca un minimo con gli altri, Shinji è proprio su quella lunghezza d'onda lì, tant'è che è diventato l'idolo dei veri hikikomori (Takimoto in primis).

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  8. Onestamente penso che quello che si chiama "hikikomori" sia un tipo di comportamento patologico disfunzionale più "moderno" della generazione di Anno. Parliamo in fondo di ragazzini comunque giovani che si chiudono in camera perché, comunque, c'è una mamma che gli lascia i pasti dinanzi alla porta. Questo è tipico di una generazione in cui il rapporto genitoriale è già fondato su un latente senso di colpa dell'ascendente. Sto dunque pensando a cose come Yume Nikki, per capirci. E' ben possibile che lo stesso "disagio psicologico individuale e sociale" abbia generato prima gli otaku di prima generazione, che erano un po' dei rinnegati sociali (ma facevano gruppo fra loro), e poi, ai tempi del bullismo scolastico giovanile, gli hikikomori. Anche le malattie mutano con lo spirito del tempo, suppongo e temo. Ma chiaramente non possiamo sapere, nella realtà, come abbia trascorso Anno Hideaki i suoi famosi "cinque anni di esistere e basta". :-)

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  9. Ciao. Seguo il vostro blog da 2 anni ormai, e devo dire che è sempre un piacere leggere le vostre recensioni: si trovano molti spunti interesaanti su cui riflettere. Grazie a voi ho visto quel capolavoro di Utena e letto alcune opere di Mohiro Kitō. E grazie anche per avere accettato la richiesta su MAL (riferito ad AkiraSakura) :).

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