sabato 22 novembre 2014

serial experiments lain: Recensione

 Titolo originale: serial experiments lain
Regia: Ryutaro Nakamura
Soggetto: Production 2nd (Yoshitoshi ABe, Yasuyuki Ueda)
Sceneggiatura: Chiaki J. Konaka
Character Design: Yoshitoshi ABe (originale), Takahiro Kishida
Musiche: Reiichi Nakaido
Studio: Triangle Staff
Formato: serie televisiva di 13 episodi
Anno di trasmissione: 1998


La società giapponese degli anni novanta entrò definitivamente nella postmodernità. Le problematiche legate ad una società che doveva cambiare repentinamente, con continuità, al fine di contrastare la dilagante crisi economica adattandosi nel contempo all'esponenziale sviluppo del settore terziario, indussero un grande disagio nella gioventù dell'epoca, che si sentiva svuotata e senza punti di riferimento stabili su cui contare. I creatori di anime degli anni novanta avevano ben chiaro il tipo di prodotti che potessero soddisfare un pubblico del genere, e sapevano bene che, ovviamente, i casi più problematici di consumatori ossessivi-compulsivi si rifugiavano in un crescente escapismo virtuale a base di internet e di videogiochi, tutti neonati artifici in grado di mettere al riparo una gioventù sempre più debole ed alienata da un'acerba, frenetica e caotica realtà esterna. Insomma, con l'avvento in Giappone della postmodernità (intesa nella sua accezione sociologica e filosofica), i vagiti di postmodernismo già osservabili in alcune opere d'animazione degli anni settanta e ottanta presero definitivamente piede, arrivando in alcuni casi a rinunciare completamente ad una struttura narrativa lineare e coerente, preferendo mettere in scena i problemi psicologici e sociologici di una società giapponese appena uscita dalla sua breve, ma intensa, fase moderna. "serial experiments lain" (con la "s" minuscola) è una di queste opere, e si dimostra ancora oggi attualissima, giacché registi postmoderni attuali - come ad esempio Masaaki Yuasa: si pensi al suo notevole "The Tatami Galaxy" - fanno intendere dai loro lavori che il Giappone di oggi sia più che mai postmoderno; e che le tematiche sociologiche e speculative legate alla suddetta corrente di pensiero facciano ancora molta presa sui giovani giapponesi dell'attuale generazione. 

 

Giusto per fare un esempio, già nel tominiano "Daitarn 3" era presente un citazionismo legato ai prodotti di consumo, il quale, sebbene non marcato come quello degli anime degli anni novanta, faceva intendere una certa trasformazione sociale embrionalmente postmoderna, la quale testimoniava una certa presa di coscienza del mutamento in corso all'epoca (il boom economico). In opere come "Evangelion", "Cowboy Bebop" e "serial experiments lain", invece, il citazionismo diventa l'intero mosaico che costituisce l'opera: la transizione da moderno a postmoderno è completamente avvenuta, e ora ci si può fermare a riflettere su tale mutamento, mettendo da parte la narrazione per concentrarsi sulle varie problematiche legate alla dissociazione dell'individuo, alla natura dell'identità personale in un contesto sociologico, alla comunicazione con sé stessi e con gli altri, all'escapismo e all'abuso di tecnologia. Insomma, il citazionismo è il sintomo di una certa saturazione della conoscenza, un segnale d'allarme che indica, nella sua estrema autoreferenzialità, un'incombente fine della storia e/o di un determinato modello sociale, possibilmente seguito da un radicale cambiamento in grado di fissare un nuovo paradigma.



I temi sopracitati faranno da padrone nell'animazione giapponese degli anni novanta successiva all'epocale "Evangelion" e al misconosciuto "Key the Metal Idol" (una sorta di rozzo antesignano di "serial experiments lain" risalente al 1994), e alcuni di essi sono pienamente in accordo con quelli del cyberpunk classico: "serial experiments lain" è infatti puro cyberpunk d'avanguardia, un'opera la quale, seppur figlia del suddetto contesto sociologico giapponese, si spinge ben oltre, assumendo diversi livelli di lettura legati alla psicologia e alla letteratura tout court (si pensi ai vari riferimenti a "Alice nel Paese delle Meraviglie" di Carroll e al "Neuramante" di William Gibson presenti nell'opera, giusto per citarne alcuni).
In "serial experiments lain" il cyberspazio prende il nome di Wired, una rete informatica assimilabile ad un internet potenziato in cui è possibile trasferire la propria coscienza; le vicende iniziali del plot ruotano attorno ad una serie di inquietanti suicidi: sembra che nel Wired esista un "Dio" che disprezza la materia fisica, il quale sta raccogliendo dei proseliti virtuali spingendoli ad eliminare il proprio corpo. La timida ed introversa protagonista - una specie di nerd di sesso femminile ai limiti dell'autismo -, tale Lain Iwakura, incomincerà a potenziare il proprio Navi, al fine di poter accedere pienamente al Wired, in modo tale da condurre delle indagini autonome sui nefasti eventi indotti dal fantomatico "Dio" della rete. 



L'opera si avvia analizzando una gioventù alienata che perde il suo tempo in caotici locali alla moda nei quali è possibile procurarsi inquietanti droghe cibernetiche, e prosegue in un viaggio allegorico nel Wired/inconscio collettivo sino ad interrogarsi sulla natura stessa dell'individualità e sulle possibili conseguenze della sua frammentazione. Molto espliciti sono i vari riferimenti alla psicologia di Carl Jung (l'ombra, gli archetipi, l'individuazione, l'animismo); nel suo modus operandi, "serial experiments lain" dapprima frammenta ogni cosa - psicologica, materiale, reale o irreale che sia: si pensi all'opprimente, eterea ed emblematica scena del dialogo tra Lain e il "Dio" della rete -, e successivamente riattacca tra loro i vari cocci sparsi in terra (mi si passi la metafora) mediante un rigoroso processo di individuazione del Sé della protagonista. Il viaggio di Lain nell'inconscio collettivo è un tema atavico, un ancestrale "viaggio dell'eroe" in un luogo buio, tetro e dissociato; un "viaggio" alla ricerca non di una chiave, ma della chiave, ossia dell'identità intesa nella sua accezione più totalizzante (l'incontro di Lain con la sua ombra, ad esempio, è un passo fondamentale nel processo d'individuazione junghiano). Ma volendo analizzare l'opera su un diverso piano di lettura più strettamente cyberpunk, è necessario fare tesoro del contesto sociologico in cui la suddetta è stata concepita, giacché il principale messaggio che essa sembra lanciare consiste nel monito inerente il livello di realtà che la realtà virtuale può raggiungere; per dirla in altri termini: la realtà virtuale è più reale della realtà sensibile? Rinunciando al proprio corpo e abbandonando un mondo grigio, alienante, caotico e monotono, è possibile trascendere ad un livello di esistenza superiore all'interno del Wired? 



E' quindi evidente il palese messaggio d'allarme rivolto ai giovani giapponesi dell'epoca; messaggio tra l'altro ancora attualissimo: oggigiorno, con lo sviluppo sempre più rapido della tecnica sono stati creati nuovi cellulari in grado di permettere una connessione continua alla rete, oppure terminali che simulano la realtà virtuale in modo quantomai vivido e realistico, mediante un'interfaccia analogica da applicare sui propri organi di senso. Insomma, in tutti i paesi sviluppati la dipendenza ossessivo-compulsiva da internet sta diventando un problema sempre più dilagante, e i mezzi per soddisfare tale pulsione diventano via via sempre più capziosi ed alienanti. Esattamente come Lain, anche noi, nel presente, possiamo chiedere al computer se esistiamo o no. E lui certamente risponderebbe di no, siccome su internet siamo tutti potenziali dei, contrariamente a quanto accade nella realtà, in cui l'individualità vale poco o nulla, ed ognuno di noi non è nient'altro che una fugace comparsa in un abisso di mediocrità. Nei suoi crudi e raccapriccianti moniti verso lo spettatore, l'opera fa ben intendere che ci sia un potenziale, folle "Dio" della rete in ognuno di noi, e che l'esistenza di tale "Dio" sia indotta dalla nostra incapacità di adattarci ai frenetici ed incessanti ritmi che la nostra stessa società ci impone. Tale considerazione si potrebbe estendere ad una generalizzazione più prettamente esistenzialista, ricavando un messaggio finale abbastanza simile a quello di "Evangelion": non a caso Chiaki J. Konaka, uno degli autori di "serial experiments lain", non ha mai nascosto di essere un grande estimatore del cult di Hideaki Anno, dal quale ha indubbiamente attinto per costruire la sua eccentrica autoralità. 



La tematica cliché del rapporto tra identità e memoria non poteva affatto mancare, in "serial experiments lain", e anch'essa si va a sovrapporre a tutti gli altri risvolti dell'opera, la quale non per nulla è uno dei capisaldi dell'animazione giapponese degli anni novanta. Ma togliendo tutti i vari strati di cyberpunk, di critica sociale, di postmodernismo, di citazionismo (verranno addirittura citate le vasche di deprivazione sensoriale, con tanto di relative tecnobbubbole), di misticismo, di psicologia e di esistenzialismo, cosa resta? Resta la storia di un'amicizia molto vicina all'amore - quella tra Lain e Arisu -, un forte legame che persiste sino al complesso ed agrodolce finale, il quale, allo stesso modo di quanto l'ha preceduto, è densissimo di contenuti e di spunti di riflessione. Come complessità e capacità di produrre argomentazioni filosofiche su molteplici livelli di lettura, a mio avviso "serial experiments lain" è vicinissimo a "La rivoluzione di Utena", altra storica bandiera del postmodernismo nipponico anni novanta. 



Per quanto concerne la regia, Ryūtarō Nakamura si dimostra abilissimo nel rielaborare in chiave personale lo stile lunatico di David Lynch: la prospettiva viene frammentata in primi piani che ritraggono occhi, tralicci, cavi, volti di persone dall'epressione inquietante; e spesso vengono utilizzati sperimentalismi visivi al fine di accentuare le sensazioni estreme e le percezioni distorte che l'opera vuole trasmettere. A mio avviso quella di Nakamura è una regia geniale, che riesce a rendere perfettamente - ed alquanto morbosamente - l'inquietante integrazione della realtà sensibile con l'incoscio - le strade bianche, i monolitici e ronzanti tralicci, il bagno di sensazioni tipicamente postmoderno nel quale si viene immersi sin dalla prima puntata. Gli eventi/non-eventi previsti dallo script avvengono molto lentamente, e vengono propinati con estrema durezza, con una totale assenza di compromessi: "serial experiments lain" è un vero e proprio pugno nello stomaco, e personalmente l'ho apprezzato soltanto dopo averlo visto per la seconda volta. Come ogni grande non-narrazione che si rispetti, "serial experiments lain" necessita di più visioni, giacché in un secondo momento si potrebbero comprendere determinati risvolti che in precedenza erano rimasti oscuri.


A livello tecnico la serie risente dell'esplosione della bolla economica degli anni ottanta, e pertanto è realizzata con animazioni scarse ed un budget contenuto; le imperfezioni grafiche e le animazioni "scattose" erano comunque la norma negli anni novanta, a parte poche eccezioni dotate di un budget elevato. Detto ciò, le sigle di apertura e di chiusura sono splendide ed emblematiche, sopratutto quella di chiusura, un vero e proprio lamento dal sapore "new wave" squisitamente rockeggiante, sensuale e malato. Volendo chiudere la recensione con una considerazione personale, devo ammettere che, quando sento il bisogno di rivivere quel particolare mood genuinamente complesso, ambiguo ed agrodolce tipico degli anni novanta, è molto probabile che m'immerga per l'ennesima volta nell'impenetrabile atmosfera dell'angoscioso e criptico cult di Ryūtarō Nakamura. E poi, chissà, magari potrei scoprire qualche nuovo particolare che mi permetta di reinterpretare l'opera su un diverso piano di lettura. 

















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