sabato 14 giugno 2014

Omohide Poro Poro (Only Yesterday): Recensione

 Titolo originale: Omohide Poro Poro
Regia: Isao Takahata
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Hotaru Okamoto & Yuko Tone)
Sceneggiatura: Isao Takahata
Character Design: Yoshifumi Kondo
Musiche: Masaru Hoshi
Studio: Studio Ghibli
Formato: film cinematografico (durata 118 min. circa)
Anno di uscita: 1991


Taeko è una donna di 27 anni stanca del suo lavoro e della sua vita, alla quale non riesce a dare un senso. Nella sua crisi personale, ella rammenta quando era ancora una bambina piena di gioia e speranza per un ipotetico futuro brillante, denso di sogni ed emozioni. La donna, rivivendo tutti i momenti più significativi della sua infanzia ed adolescenza, parte per la prefettura rurale di Yamagata, un bellissimo posto in aperta campagna, per andare a trovare la sorella ed il cognato. Qui aiuterà l'azienda familiare, la cui attività consiste nel trattare, senza l'ausilio di prodotti chimici e macchinari, i fiori di zafferano in modo da ricavarne un pigmento utilizzato per la fabbricazione del rossetto. Durante il piacevole, ma allo stesso tempo impegnativo soggiorno, Taeko farà la conoscenza del cugino del cognato, un giovane contadino dal modo di fare molto semplice e sanguigno...


"Omohide poro poro" è la trasposizione filmica della poetica dell'auto-realizzazione del sé, l'estetizzazione del recupero di quell'idealità tipica dell'infanzia perduta in seguito ad antichi traumi, che hanno dirottato i sogni del bambino verso il grigiore dell'indifferenza. Non c'è bisogno di fare retorica: l'analisi del problema più importante per l'uomo moderno, ovvero quello della comunicazione - sopratutto verso se stessi - e del conseguente adattamento nel mondo, vengono affrontati con estrema semplicità: bisogna ascoltare il bambino che è in noi, tuttavia con il cuore di adulto; bisogna viaggiare allo stesso modo di Taeko, la quale, più che andare in campagna con il treno, viaggia dentro se stessa, dentro ai suoi ricordi, alla ricerca delle piccole cose che l'hanno fatta diventare una donna infelice. 


Penso che questo film sia l'apice dell'autorialità di Isao Takahata, il quale fa rivivere con grande maestria le sensazioni di Taeko attraverso immagini dai colori evanescenti, che, unite alle splendide musiche, contribuiscono ad evocare quel "senso del perduto", quel "viaggio nel ricordo" che fa da contrappunto a scene di vita reale dalla semplicità sconcertante, ma allo stesso tempo ricche di dettagli, mai banali, ognuna delle quali rappresenta un ingrediente indispensabile nella costruzione di una perfetta poesia animata. Il punto di arrivo del percorso interiore della protagonista è la splendida scena finale del film, a mio avviso una delle migliori mai viste in un film d'animazione.


In conclusione, siamo di fronte ad uno slice of life molto riflessivo e dai ritmi lenti, che a tutto diritto si può considerare un classico dell'animazione giapponese, una di quelle visioni indispensabili per accrescere il proprio bagaglio culturale, e, perché no, magari rimanere meravigliati di fronte alla dolcezza della regia di Takahata, da quel tocco magico che egli riesce a dare alle semplici cose di tutti i giorni, fondendo significati e immagini come solo i poeti sanno fare.






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