mercoledì 17 maggio 2023

Il Cielo sopra Berlino: Recensione

 

Mi sono interessato a questo film per via del carisma dell'immagine di copertina, l'angelo triste che osserva la Berlino degli anni ottanta dall'alto. Penso che sia un film abbastanza noioso, ma tutto sommato ha un suo significato ben preciso, che penso sia sfuggito alla maggiorparte della critica specializzata, che lo inquadra come un semplice film storico e politico. Il cielo sopra Berlino è in primis un film tedesco, tedesco nei suoi strati più reconditi, sia nella sua malinconia romantica che nel suo significato umanistico. Non per nulla l'ho visto in lingua originale e con i sottotitoli. La storia è semplice: un angelo si innamora di una trapezista, di una femmina umana, e decide di rinunziare alla propria immortalità per farla sua. Rinunzierà quindi alla sua rappresentazione onnisciente del mondo per entrare nel dominio della vita per la vita, il dominio del tempo e dell'impermanenza delle cose. Già qui c'è un po' di Schopenauer, più precisamente Die Welt als Wille und Vorstellung : l'angelo, l'elemento maschile (tutti gli angeli del film sono maschi) è la rappresentazione del mondo, la femmina umana, la trapezista del circo della vita, la voglia di vivere. 


Il cielo sopra Berlino narra quindi dell'incontro tra il principio maschile e il principio femminile. Il maschio è prigioniero della sua stessa immanenza intellettuale/rappresentativa, e cerca di dare un senso alle cose, di catalogarle, di creare sistemi che in qualche modo spieghino ciò che lui osserva. Questo stato lo pone in una dimensione parassitaria, sterile, in una sorta di guscio paragonabile all'immobilismo aristotelico. Nel momento in cui il maschio coglie la bellezza del femminile, della vita per vivere, rimane incantato e proietta su tale bellezza una rappresentazione. Ed ecco che la circense diventa l'idolo dell'angelo immanente, e la rappresentazione di tale angelo fallisce di fronte alla bellezza e allo scorrere del tempo e alle pulsazioni della vita. Il mondo è in primis volontà/voglia, e soltanto in seguito rappresentazione: Dio è femmina. 


Una cosa del genere si era anche vista nel Traumnovelle di Schnitzler; infatti non per nulla la trapezista, una volta che l'angelo si è fatto uomo, gli dice una cosa del tipo che per lei un partner vale l'altro, è soltanto una questione di tempistica, di chi è arrivato prima: la donna è il tempo. Mentre invece il maschio, nel venerare l'idolo femminile, deve porre la femmina su un piedistallo. Accettando il principio femminile, la vita per la vita, il maschio infine si completa. Yin e Yang, il velo di Maya; di nuovo, Schopenauer. 


La Berlino anonima e sporca rotta in due dal muro poi è l'analogia della postmodernità urbana, così come i pensieri disconnessi dei passanti in perenne crisi d'identità; il fallimento del sogno romantico tedesco tutto, il fallimento del socialismo minimale e dell'umanesimo auspicato da Erich Fromm e da altri passeggiatori solitari come lui; l'utopia irrealizzabile che muore insieme ai tentativi rappresentativi individuali dell'angelo. Ciò che resta è la vita, anche se la vita è nel circo, nella discarica o nell'antica Potsdamer Platz rasa al suolo dalle bombe alleate, metafora della Wasteland di cui T.S. Eliot. E questo è tutto, direi. 



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