martedì 24 febbraio 2026

Il maestro della seduzione


L’allievo era un uomo come molti altri: salario nella norma, aspetto fisico anch’esso nella norma. Un’età buona, ancora al di sotto del geriatrico limite della quarantina. Per quanto da piccolo sognasse di fare l’astronauta o di diventare una persona importante, l’allievo si era ritrovato, non senza disappunto, a essere semplicemente medio. Certo, c'erano persone ben più medie di lui, ma che sapevano vendersi meglio; persone che gridavano più forte, che sapevano imporsi. Ma l'allievo, di prendere parte a siffatto gioco, non ne aveva alcuna voglia. In una delle sue solitarie serate démodé, tuttavia, in uno stato di dormiveglia indotto dalla visione dell’ennesimo film cecoslovacco lungo tre ore, una fatina dalle sembianze di Kate Bush gli rivelò che il  mondo e le persone sono come un grande meccanismo, e che un ingranaggio che gira soltanto per sé stesso, senza mai ingranare con gli altri, prima o poi è destinato a ossidare. L’allievo decise quindi di agire, e si iscrisse a un gruppo WhatsApp gestito da un personaggio web che amava definirsi “cupido” e “gran maestro di seduzione per single”. Il maestro era un bell’uomo sulla cinquantina con le mascelle grandi, gli occhi azzurri e i capelli lunghi e fluenti. Una sorta di personaggio televisivo anni ottanta catapultato in un presente di omoni tatuati e maranza rompicoglioni, non privo di un alone di ingenuità che gli faceva del tutto ignorare il suo essere in qualche modo kitsch. Le serate di incontri da lui organizzate si svolgevano all’Acqua Club, un locale non troppo lontano dalla casa dell’allievo, e vantavano di un prezzo abbordabile. Non si poteva dire di no al maestro, così come non si potevano non ascoltare i consigli delle fatine con gli occhi azzurri. Vestiti bene, mi raccomando, che fanno selezione all’ingresso; fai il mio nome e ti indicheranno l’area destinata agli incontri fra single, facendoti saltare la fila. Saltare la fila, ebbene sì, proprio come i vip. Faccina contenta in chat. Easy. 

lunedì 16 febbraio 2026

Mr. Robot: una recensione trollina


Gli Epstein files sono ormai cosa pubblica: rilasciati questo mese dal dipartimento di stato degli U.S.A., hanno di fatto riconfermato per l'ennesima volta l'antropofagia del potere in tutte le sue accezioni più scabrose e rivoltanti (certo, qua in Italia ce ne fottiamo abbastanza perchè siamo tutti un po' provincialotti e pensiamo soltanto al nostro circolino o all'erba di quello di fronte, però in America le cose stanno diversamente). Sembra tra l'altro che in una email di Epstein del duemilaundici si faccia riferimento a una conversazione avuta da quest'ultimo con Bill Gates in merito al "come far fuori i poveri per intero", in pieno stile Kappa di Akutagawa (non per niente nel qui presente articolo, ancora prima della pubblicazione degli Epstein files, mi ero chiesto: Chissà se gli inutili schiavi che verranno, una volta diventati soltanto un peso per i padroni, verranno pure loro trucidati). Questi ragionamenti deve averli fatti anche Sam Esmail una decina di anni fa, tant'è che Mr. Robot è una serie che parla di hacker anarchici, di megacorporazioni onnipotenti, di supermega ricchi che giocano a fare Dio ricadendo tuttavia nei soliti schematismi mentali innescati dall'umano, troppo umano contrasto tra il principio del piacere e il principio di realtà: le strategie di sopravvivenza di cui quel genio che (era) Ikuhara Kunihiko; il cosiddetto coping, come si direbbe nell'oggidì. 

mercoledì 4 febbraio 2026

Riflessioni di un essere umano

 

Apro gli occhi. Sono ancora io, sono ancora una coscienza. Non lo sono sempre, né lo sarò per sempre: spesso dormo e mi annullo, anche se ho gli occhi aperti; talvolta divento qualcun altro, mi comporto in dei modi che poi, a posteriori, mi sembrano poco coerenti con l'idea che ho di me stesso. Ho un brutto rapporto con l'impermanenza, quindi cerco l'immobilità: ed ecco che mi siedo, chiudo gli occhi e osservo i miei pensieri scorrere in uno dei rari momenti in cui sono veramente lucido. Fluiscono meccanicamente, seguendo catene causali radicate in una scatola nera chiamata subconscio. Il desiderio, il velo di Maya, l'esserci a intermittenza, senza alcuna vera risoluzione. L'alternativa è illudersi, lasciarsi corrompere da sé stessi, fissare dei respingenti tra le confusionarie carrozze del proprio animo. 

martedì 23 dicembre 2025

Katia vuole fare la scrittrice


 “Siamo una casa editrice che ama investire sui giovani talenti: è da sempre nostra premura organizzare incontri di discussione tra gli autori e il loro pubblico. Inoltre, come avrà già notato, siamo molto, ma molto attenti al sociale”. La facciotta alla Helen Kane di Katia ascoltava entusiasta quella specie di agente immobiliare che gesticolava dall’altra parte dello schermo. Per via delle sue umili origini e della sua tendenza a chiudersi in se stessa, una tendenza a cui un individuo in camice bianco affibbiò l'etichetta di autismo, Katia aveva avuto un’adolescenza a dir poco difficile; a ciò si sommava il suo essere un po’ paffutella e il suo scarso interesse per le mode e l’apparire. Insomma, nonostante la sua giovane età, Katia già si sentiva in qualche modo vecchia, tant’è che arrivò più volte a chiedersi: cosa lascerò di me il giorno in cui morirò? Cosa lascerò di tutto questo mio pensare, di questa mia sete di bellezza, di questa necessità di assoluto che da sempre vaga per la mia mente? Da qui il bisogno di scrivere: grazie alla scrittura Katia aveva trovato una sorta di rifugio, di conforto dell’anima; poter pubblicare il suo lavoro, pensò, avrebbe potuto aiutare altre persone con i suoi stessi problemi; o in qualche modo le avrebbe rese testimoni dei suoi pensieri più profondi e rari, che sarebbero rimasti scolpiti in eterno tra le pagine del suo libro. Quella piccola casa editrice, quindi, contando anche il fatto che tutte le altre avevano bellamente ignorato il suo manoscritto, pensò potesse fare al caso suo. 

giovedì 18 dicembre 2025

Giochiamo a merda? - Parte seconda


Intorno a ora di pranzo incontrai mio padre all’ingresso del campeggio: indossava un orologio nuovo, lucente, che non avevo mai visto prima. Sul quadrante c'era scritto "Omega". 
«Ciao pa’, fatta la spesa?».
«Sì, adesso andiamo a mangiare».
«Bello l’orologio…».
Mio padre ignorò le mie parole e continuò a insistere per farsi prestare il televisore dal custode, che a un certo punto si rassegnò e glielo andò a prendere controvoglia. Tornati all’MB100, dopo aver messo due bistecche sul fuoco, colui che col suo seme aveva innescato il meccanicismo che mi mise al mondo predispose il piccolo Mivar attaccandosi alla rete elettrica del campeggio. Una volta pranzato ruttò, aprì la sedia sdraio e, armato del suo nuovo orologio, si mise a guardare i suoi soliti telefilm americani, dei rush superomistici intervallati da pubblicità friggi cervello. 
Quando aveva a che fare con la gente delle roulotte, inclusi i fratelli di Laura, che passavano spesso davanti alla nostra dimora con i loro sacchi in mano, mio padre si comportava come un agnellino: era amichevole e salutava sempre tutti. Nondimeno, nonostante fosse lampante che gli zingari lo infastidissero, non mi aveva mai espresso alcun divieto di frequentarli: l’importante era che non lo disturbassi quando dormiva o faceva le sue cose.