domenica 16 agosto 2026

Ipotesi di una Sconfitta, un romanzo di Giorgio Falco


La scrittura in Italia è sempre stata una cosa prevalentemente relegata alla borghesia. I salotti bene, lo scrittore famoso tra i parenti o il padre regista o giornalista che ti lanciano, la scuola Holden con i suoi costi di iscrizione da capogiro, i sofismi televisivi alla Baricco costruiti apposta per ultracinquantenni annoiate mogli di ingegneri, dottori o industriali. In Italia, quindi, per uno scrittore non appartenente alla borghesia o ai salotti giusti è molto difficile emergere (e soprattutto farsi capire). Al premio Calvino dell'anno scorso, forse a causa di un bug del sistema, ha vinto un camionista, con il suo romanzo autobiografico; ma per il resto, essendo i concorsi e l'editoria che conta gestiti dall'establishment, ossia professori universitari o industriali, a parte rari miracolati la cooptazione è molto difficile. Abbiamo quindi scrittori come Giorgio Falco o Vitalino Trevisan, che esordiscono abbastanza tardi dopo innurevoli difficoltà editoriali e una vita passata a barcamenarsi tra la scrittura e i lavori più umili e disparati; a mio avviso questi due, il secondo morto suicida quattro anni fa, sono gli esponenti contemporanei più importanti di un tipo di letteratura che non viene dall'establishment ma dal basso, dal lavoro nudo e crudo; un tipo di letteratura del tutto alieno ai circoli letterari che contano, ai drammi middle class da serie televisiva e alle mode culturali del momento (mode che quasi sempre sono di importazione anglosassone).

martedì 4 agosto 2026

Quattro letture: La Macchia Umana, Fiesta, Il Pianeta del Silenzio e Il Grande Mantenuto


La Macchia Umana, di Philip Roth (4/5) 

 La Macchia umana è il primo libro che ho letto di Philip Roth, scrittore che di certo non ha bisogno di presentazioni. Nell'immaginario di inizio anni duemila il titolo era abbastanza noto per via del famoso adattamento filmico con Antony Hopkins e Nicole Kidman (mi ricordo che mia madre aveva la VHS). La storia narra di Coleman Silk, un professore universitario in pensione con un segreto: è un bianco con genitori neri (cosa geneticamente possibile, infatti Roth per creare il personaggio si era ispirato a una persona realmente esistita). Coleman fonda quindi il suo successo personale su una menzogna: ben consapevole della condizione dei neri americani nella sua epoca (nel flashback sul suo passato colpisce molto il fatto che abbia perso il primo grande amore della sua vita, una ragazza bianca di buona famiglia, dopo avergli fatto conoscere i genitori afroamericani), Coleman si spaccia per bianco, tant'è che, ironia della sorte, alla fine della sua carriera una innocente battuta su due allievi di colore (li chiama niggas  o qualcosa del genere) gli costa uno scandalo che lo spinge all'isolamento. Ritornato quindi a una condizione di marginalità sociale, Coleman fa amicizia con lo scrittore Nathan Zuckerman, una sorta di alter ego di Roth che fa da io narrante (una voce fin troppo onniscente, soprattutto nelle lunghissime disgressioni sui personaggi), e si trova un'amante di trent'anni più giovane, la bidella Faunia, che gli è socialmente agli antipodi. Paradossalmente Coleman ha mentito per far carriera, Faunia invece mente sul suo analfabetismo (in realtà sa leggere e scrivere) per fare tutto il contrario, ossia per rendersi completamente estranea e invisibile a quel tritacarne che è la società americana.

sabato 1 agosto 2026

The only neat thing to do: un (morboso) racconto di James Tiptree Jr.


 James Tiptree Jr. in realtà è una donna, un'autrice di fantascienza che pubblicava racconti e romanzi sotto pseudonimo maschile quando quel tipo di letteratura era al suo apice (ossia il periodo che va dagli anni settanta alla fine degli anni ottanta). Di lei, in Occidente, a parte qualche femminista interessata più a politicizzarla che a comprenderla, nessuno si ricorda nulla: in effetti, come scrittrice, inutile nascondersi dietro a un dito, la Tiptree fa un po' cacare. Scrivo questo perché, a parer mio, nonostante le sue storie siano insolite, oscure e conturbanti per il loro tempo, purtroppo, come faceva notare il buon Céline, la letteratura è innanzitutto una questione di stile, e lo stile della Tiptree è abbastanza anonimo, fumettoso e scadente. Ciononostante, in Giappone, almeno presso quella generazione di "adulti" che la leggeva negli anni ottanta, la Tiptree è un mostro sacro. Questo perché nella sua raccolta di racconti The Starry Rift è presente un lolicon drama dalle venature kamikaze, ossia The only neat thing to do ("L'unica cosa pulita da fare"). In questo caso, la cattiva scrittura della Tiptree, oltre ai personaggi e alle tematiche del racconto, fa molta presa sui giapponesi: The only neat thing to do, con i suoi dialoghi ridicoli con tanto di onomatopee nel parlato, di fatto è un manga che avrebbe potuto nascere dalla penna di una Takemiya Keiko a caso, e infatti la copertina della vecchia edizione giapponese del libro, come si vede dall'immagine che ho messo in intestazione, parla chiaro. Inutile dire che questo libretto sia finito nelle mani di lolicon acclamati come Anno Hideaki, creatore di Evangelion, o Kitoh Mohiro, creatore di Narutaru; ma prima di parlare di giapponesate andiamo per ordine e riassumiamo un attimo la trama. 

venerdì 26 giugno 2026

Due spicci: qualche riflessione su una serie a mio parere evitabile


Ed eccoci con la nuova piangina Calcariana. Tre milioni di euro dal ministero della cultura, qualche polemica sullo sfruttamento degli animatori (cosa che c'è sempre stata: se questo tipo di sfruttamento c'è in Giappone, che è un paese evoluto, figuriamoci in Italia). La solita solfa sul senso di colpa, sugli amici di strada che soffrono mentre io so' un privileggiato e bla bla bla. La serie del 2023 ci stava, siccome oltre alla piangina cercava di dire qualcos'altro; anche la prima ci stava, dopotutto, ed era ben più frizzante di questa, che nonostante la colonna sonora che sarà costata un occhio della testa a livello di copyright (Moonlight Shadow di Mike Oldfield, Love Will Tear Us Apart dei Joy Division e tanti altri classici immortali che stonano a dir poco in un prodotto così infantile) si rivela posticcia, nonché trascurabile e ridondante addirittura dal punto di vista  dell'umorismo (ma serve davvero rafforzare ogni battuta con una scenetta dedicata? Forse a priori si sapeva che non facevano molto ridere 'ste battute, tant'è che mi sono venuti in mente i Robinson, in cui a ogni stronzata che dicevano partiva la risata preregistrata). Perché sì, le battute. È proprio l'umorismo il punto forte di Calcare, quello che lo ha fatto salire alla ribalta in una società del ritardo mentale come quella in cui viviamo. Avesse parlato di cose  serie e basta, non se lo sarebbe inculato nessuno. E se le battute non funzionano, se l'umorismo non funziona, il castello non tarda a crollare. 

giovedì 18 giugno 2026

Venti anni o duecento anni? Riflessioni personali


Me ne sto per i fatti miei seduto alla fermata del bus e mi si avvicina una coppia sulla ventina. Capelli ricci e mascellone lui, facciotta da barbie e fisichino palestrato lei. Comunicano tra loro dozzinalmente, manco fossero due IA; la loro interfaccia col  mondo circostante non è il tatto ma lo smartphone, che maneggiano con velocità e precisione chirurgica. A occhio penso di avere sedici anni in più di loro ma mi sento come se ne avessi molti, ma molti di più. Di fatto due persone del genere non c'entrano nulla col mio vissuto e il mondo che mi ha formato. Eppure quel tipo di persone sono ormai ovunque. A casa ho una foto della mia classe di seconda media: ragazzini tutti diversi tra loro, tagli di capelli diversi, vestiti diversi, una generale sensazione di futuro che anima i loro sorrisi. A osservare i ragazzini di oggi invece mi sembra gli manchi soltanto il codice a barre in testa. È inutile negarlo, da quando avevo sedici anni a ora che ne ho trentasei sono cambiate troppe cose. Quei vent'anni che sono passati me ne sembrano duecento, di anni.