sabato 8 novembre 2014

Gosenzosama Banbanzai!: Recensione

  Titolo originale: Gosenzosama Banbanzai!
Regia: Mamoru Oshii
Soggetto & sceneggiatura: Mamoru Oshii
  Character Design: Satoru Utsunomiya
Direttore Artistico: Yuji Ikeda
Musiche: Kenji Kawai
Studio: Studio Pierrot
 Formato: serie OVA di 6 episodi
Anni di uscita: 1989 - 1990


"Gosenzosama Banbanzai" è un miniserie di OAV del 1989 sceneggiata e diretta da Mamoru Oshii, celebre autore noto per film quali "Ghost in the shell", "Lamu-Beautiful dreamer" e "Patlabor".
Inizio anni '90, periodo in cui il giovane Oshii era in una fase ancora sperimentale del suo percorso artistico, in cerca di nuove modalità espressive e di narrazione. Questa piccola serie di soli sei OAV ne è una controprova evidente, considerato lo stile decisamente non convenzionale che la caratterizza. Come fin troppo spesso succede, perle di questo spessore cadono nel dimenticatoio dei capolavori ignorati dal grande pubblico, nonostante il pregio di cui si possono fregiare, risultando ben al di sopra della maggior parte dei prodotti mediocri che dilagano negli ultimi tempi, i quali tuttavia godono di un un successo strabiliante e quantomai immeritato.
Quando parliamo di "Gosenzosama Banbanzai" ci stiamo riferendo quindi a un'opera estremamente di nicchia, adatta a un pubblico ristretto di appassionati.


Come accennavamo poc'anzi la realizzazione di questa serie segue canoni completamente non convenzionali, mostrando un'originalità e una carica espressiva davvero notevoli.
La narrazione sembra quasi seguire lo schema proprio di una rappresentazione teatrale. Ciò si evince in modo chiaro e diretto da innumerevoli dettagli studiati con sorprendente cura: in primis i personaggi stessi hanno le fattezze di una marionetta, evidenti sono le giunture legnose degli arti e l'innaturale sproporzione di piedi e mani. Altro elemento fondamentale che conferisce all'atmosfera la sensazione di palcoscenico è la staticità dei luoghi ove si svolge la storia, i quali sembrano vere e proprie scenografie fisse in cui si muovono i personaggi. Questi adottano una gestualità e una recitazione tipica degli attori di teatro, inoltre le figure che non hanno scena rimangono come ferme, in attesa, mentre gli altri commedianti recitano la propria parte, all'interno di un insieme di luci e di comparse tipicamente teatrali e di grande effetto. 


La sceneggiatura consiste prevalentemente in interminabili monologhi o dialoghi, densi di concetti e riflessioni penetranti, riuscendo in modo considerevole nell'intento di sviscerare le tematiche di cui la serie si fa portatrice. Tali dialoghi/monologhi assumono le forme più disparate e imprevedibili, quali ad esempio la parodia dell'arringa di un processo, una disquisizione di metateatro, un fantomatico dibattito di logica, una romantica canzone, dimostrando ancora una volta come il talento incredibile dell'autore possa adattarsi a qualsiasi "modus" espressivo, saggiando la sua capacità nelle più disparate situazioni.
Una nota di merito va all'umorismo e all'ironia che costituiscono la componente fondamentale di moltissime scene, dando il sapore all'opera di una parodia intelligente ed efficace, a tratti assurda e demenziale, che tuttavia non tradisce mai il suo tono profondo nemmeno nei momenti di allegra ilarità.


Protagonisti di questa assurda storia sono i membri della famiglia Yomota, i quali, una domenica mattina, uguale a tante altre, si troveranno innanzi a un fatto che sconvolgerà la loro quotidiana tranquillità e che porterà le loro vicende verso tragici lidi.
Ci troviamo di fronte a un'opera geniale, che gioca sul concetto di vita come rappresentazione, in cui ognuno ha le proprie maschere che ne determinano il ruolo. Ognuno di noi durante il corso della propria breve esistenza indossa delle maschere, recita dei ruoli assai diversi a seconda della convenienza e della situazione. La maschera che ci accomuna e che principalmente ci viene imposta dalla società è quella che ci vede come parte di un nucleo familiare. Madre, padre, figlio, nipote, e via discorrendo sono tutte maschere che organizzano la nostra vita e che siamo destinati a cambiare nel corso del tempo. Così il padre è stato un figlio e il figlio diverrà un padre, l'eterna storia dei legami tra consanguinei si intreccia con la storia della vita di ognuno, che tuttavia, a differenza della prima, presenta un inizio e una fine, nascita e morte, eventi di cui non possiamo essere direttamente testimoni, se riguardano noi stessi, poiché infatti nessuno può essere testimone né della propria nascita ne della propria morte, ma soltanto di quelle degli altri. I legami di sangue e la relativa struttura familiare che si viene a creare attorno a essi sono solo una finzione, una convenzione fittizia che risulta però funzionale alla società, di cui ne costituisce la base fondante.


Dunque, qual è realmente il valore dei legami familiari? Non sono essi soltanto concetti frutto del linguaggio? Di una convenzione umana? Quando ci si accorge di ciò l'unità familiare si può incrinare e il seme del libero arbitrio smuove gli intorpiditi animi dei suoi componenti.
L'intera opera si avvolge in un intenso manto di relativismo, i personaggi spesso riescono, mediante la logica, a forzare le carte in tavola, a ribaltare a piacimento i concetti a seconda del punto di vista che adottano. Il linguaggio infatti fornisce solo una imprecisa ricostruzione di quello che è la realtà, e non ci è possibile sapere da che parte sta il vero e da che parte il falso finché non adottiamo un punto di vista esterno che ci permetta di liberarci da tali preconcetti. E ancora cadremo di nuovo in un'ottica relativistica, poiché è sempre possibile cambiare l'angolazione da cui si guarda il mondo circostante.


A questo punto non ci si può che chiedere se il ruolo che stiamo recitando sia davvero la maschera che ci appartiene e che noi vogliamo. Grazie all'avvento di un elemento disturbatore, che increspa la monotonia della vita familiare di tutti i giorni, il protagonista (e anche gli altri personaggi) cercherà in tutti i modi di scrivere una sceneggiatura per se stesso, interpretando un ruolo che non gli appartiene, cercando di dare una svolta alla sua vita, di iniziare una storia che sia sua e non imposta da altri, una propria ragione per vivere.
La tematica della famiglia viene dunque sviscerata con incredibile profondità, anche se spesso in modo un po' confusionario e delirante. Ogni personaggio presenta una psicologia, che si fonde un po' con gli archetipi del nucleo familiare: il padre, il figlio adolescente, i nonni; solo che i ruoli sono distribuiti in modo confuso e cambiano a seconda che predomini la verità o la messinscena.


Considerando globalmente l'aspetto tecnico, la regia risulta estremamente efficace, l'atmosfera è surreale, onirica, quanto di meglio ci si potrebbe aspettare da un'opera sperimentale. Le musiche vengono utilizzate alla perfezione, soprattutto nelle battute finali degli episodi; l'animazione rende ottimamente la gestualità e le espressioni dei personaggi, per l'epoca si tratta sicuramente di un ottimo lavoro, diretto in modo impeccabile.
Un espediente, poi, che ha incontrato il mio gusto e che ho trovato addirittura geniale è stato quello di aprire ognuna delle puntate con una sorta di parodistico documentario, che analizza gli aspetti comportamentali, relativi alla famiglia, di alcuni uccelli, portandoli metaforicamente in analogia con il comportamento umano, in particolare con ciò che accade nella relativa puntata. Questi siparietti che fanno da incipit a ogni OVA sono poi conditi con una sana vena di umorismo e di ilarità che li rende incredibilmente godibili e quasi leggeri, nonostante la loro profondità metaforica. L'unico punto oscuro di tutta l'opera rimarranno gli innumerevoli rimandi al marchio CocaCola, i quali mi sono tuttora inspiegabili (forse una frecciatina al consumismo?).
Per concludere, non posso che consigliare la visione di questa perla dell'animazione, questa assurda parodia della società e dei ruoli che la vita ci impone.









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