lunedì 2 marzo 2026

Le gesta della cumpa di Borgo San Paolo - Primo Episodio


Borgo San Paolo a Torino è il luogo in cui sono cresciuto. Certo, per via dell'affidamento non ero sempre lì, ma quelle volte che c'ero, in qualche modo, mi sentivo un ragazzino vivo, felice, circondato da persone strambe e malate, sì, ma che comunque in qualche modo mi accoglievano e rispettavano, trasmettendomi un calore umano impossibile da trovare a casa o a scuola. Volendo quindi approfondire questo vecchio post in chiave narrativa, inauguro così una serie di piccoli racconti brevi ambientati nel borgo, ispirati alla mia scaltra adolescenza da millennial. 

 

La bombazza

È tarda mattinata ma Borgo San Paolo sembra ancora dormire; dorme con me, che sono ancora lì a poltrire sul divano della nonna avvolto come una crisalide nelle lenzuola felpate di Lupo Alberto. Qualcuno inizia a suonare il campanello con insistenza e la nonna, cercando di non lasciar trasparire il fastidio e la rassegnazione nei miei confronti, dice: “C’è quel delinquente dell’amico tuo”. Il tempo di dieci minuti e sono già per strada, senza manco aver fatto colazione. Uno spacciatore all’angolo mi fissa con una faccia che sembra essere fatta di cera; vado un po' avanti per Via Cesana e butto uno sguardo all’enoteca in cui il nonno riempie la bottiglia di vetro ogni volta che è di ritorno dalla sua bottega di calzolaio. Tiro un bel respiro per sentirmi vivo ma la puzza di spazzatura, di piscio e merda di cane spalmata sui marciapiedi mi fanno sbuffare con la faccia contorta. Alzo la testa verso il cielo grigio ma ho come la sensazione che i palazzi operai di fine ottocento ai lati della strada mi osservino; abbasso quindi lo sguardo, e continuo a camminare fissando il suolo. Creep cammina davanti a me con le spalle larghe, come se fosse il capo del quartiere: da quando spaccia in effetti se la crede un po’ di più del solito. Attraversiamo la strada col rosso e per poco una macchina ci mette sotto: un cieco, che ha sentito tutto, ci dice che a Torino bisogna avere cento occhi. Creep lo congeda e accelera il passo. “Bisogna farla esplodere la bombazza” dice. “Hai quattordici anni ormai, è ora che anche tu faccia qualcosa”. 
“Io sono un nobile” gli rispondo io. “Non mi sporco le mani”.
“Già… ma come cazzo si fa a spendere tutti i credits per farsi mettere i diamanti nei cerchioni della vampmobile” si lamenta lui riferendosi alla partita a Vampire: The Masquerade della sera prima con lo Zoppo, il Pisciazza e Betty.
Entriamo in cartoleria e Bruce, che prima faceva il buttafuori al Naxos, ci fa: “Ué, oggi ho sucato a Ogame”. Poi si mette a bestemmiare.
“Ma una bombazza ce l’hai? Una bella potente” gli chiede Creep dopo i soliti convenevoli.
“Certamente” gli risponde il cartolaio con una certa malizia. “Ma io non vi ho dato niente, capito?”.
Creep paga e mi mette la bombazza nello zainetto. Mentre camminiamo verso corso Ferrucci mi rivela che con i soldi della bamba vuole comprarsi una Rei Ayanami vera, una roba tipo un clone. Io faccio una smorfia, ma lui per convincermi dice che tra qualche anno sicuramente la scienza potrà permetterlo.
“La tossicomane non ti piace più?” gli chiedo pensando a colei che l’aveva infilato nel giro.
“No, no, anche se lo succhia bene voglio essere indipendente. E poi non mi fido”.
“Vada per le tipe dei cartoni animati di emmtivì, allora” concludo io. “Il duedì è sempre una garanzia”. 
Quando facciamo brillare la bomba carta c'è un boato enorme: l’antifurto di una macchina impazzisce, un vecchio inizia a seguirci gridando col bastone per aria.
“Sono già stanco, sono troppo nobile per correre” dico a Creep mentre lui galoppa e se la ride.


L'allenamento

“Bisogna allenarsi, bisogna fare sport” mi dice Creep sorridendo a metà con una Lucky Strike fumante in bocca. Sono di fronte al portone della casa di nonna, a Borgo San Paolo: ho quattordici anni e Creep, con le sue spalle larghe e i suoi tatuaggi e i suoi orecchini ad anello, ne ha due in più di me, ma sembra già un adulto. Ci avviamo a piedi verso Parco Ruffini: percorriamo Via Cesana, superiamo il supermercato GS, svoltiamo a destra e ci ritroviamo in Piazza Sabotino. Attraversiamo corso Peschiera senza guardare e ci facciamo via Monginevro parlando del più e del meno. “Cosa fa ora Pisciazza?” borbotto io seguendo il filo di un discorso. “Si alza la mattina alle sei, va dalle lamiere in magazzino da venti chili l'una e gli chiede: come state, lamiere mie adorate?” risponde Creep.
“Ah… ok” e penso all'espressione dissociata e ai capelli unti e gelatinosi del nostro amico.
“Pisciazza è il mio schiavo, fa tutto ciò che gli dico” prosegue Creep. “Se io gli dico: oh, Pisciazza, ammazza il pedomerda, lui lo fa, capito?”.
“Chi è già il pedomerda, quello che ci provava con le bambine al Centro Gioco?”.
“Sì, sì, quello col Machintosh. Lo faccio accoltellare da Pisciazza e poi glielo rubo il piccì, a quello stronzo!”.
“Boh, ma non è normale quello, è tutto strano… Comunque credo che non tornerà più dopo il casino che abbiamo fatto…”.
“Io lo faccio ammazzare, invece!” ribadisce Creep roteando per aria l’indice e facendo una faccia da duro. Giunti al parco, nei pressi delle attrezzature in ferro battuto, incontriamo Betty: ci ha portato due sacchettini bianchi dall’invitante profumo zuccherato e ce li porge sorridendo con il rossetto sbiadito tipico di chi non si sa truccare. “Oh cazzo, il triangolino pulito!” si mette a gridare Creep mettendo visibilmente a disagio Betty. Osservo poi il mio amico che lecca il dolce con la lingua, in modo per nulla equivoco. “Tu il triangolino come lo preferisci, pulito o no?” mi chiede cercandomi con lo sguardo, ma io sono già appeso a testa in giù con le gambe fissate tra le sbarre per trazioni, pronto a far finta di esercitare gli addominali. Creep allora finisce la brioche, si mangia pure la mia, si toglie la canottiera e si accende l'ennesima Lucky Strike. Si mette anche lui nella mia posizione, sempre con la sigaretta in bocca.“Coshi shi fa!”. Poi si mette a tossire, la sigaretta gli casca per terra e Betty deve correre ad aiutarlo per farlo scendere. Creep non demorde e decide di cambiare esercizio: dopo essersi messo in bocca un joint con tabacco e hashish inizia a fare qualche parallela, che dice facciano bene alle spalle. Io gli chiedo se gli erano piaciuti gli Emerson Lake and Palmer, dato che il giorno prima ero andato a casa sua col dvd di Pictures of an Exibition per cercare di farlo acculturare. "Eh, il tastierista prende la tastiera a coltellate... è un Pisciazza della musica! Non puoi non averlo apprezzato!". Ma lui tace: è chiaro che si sia annoiato a morte durante la visione, ma non vuole dirmelo. Forse in qualche modo mi rispetta e non vuole ferirmi, penso io, lieto di ricevere delle cortesie così sofisticate da qualcuno. Me lo ricordo bene quel giorno: io e lui in camera sua, in mezzo alla polvere e a una piccola collezione di paletti parapedonali e cartelli segnaletici sradicati dal suolo pubblico. Nello schermo Keith Emerson che suona come un drago: a sentirlo mi vengono i brividi, sembra quasi la musica di Final Fantasy, ma Creep a momenti dorme.
A un certo punto Betty tira fuori una radiolina dalla sua borsaccia in pelle con le borchie, inserisce una cassetta dei Whitesnake e chissà per quale motivo a Creep viene un'idea: "Oh, mi devo comprare un pitone. Pure il Pisciazza ce l'ha, quindi anche io devo averlo. Oggi pomeriggio tenetevi liberi, che si va. Per la strada citofoniamo pure il Capo, che più si è meglio è. Così è deciso!". Io quel tizio in nero con la chierica, la bocca storta e la croce al contrario appesa al collo lo chiamavo lo Zoppo, ma Creep invece lo chiamava il Capo. In fondo era proprio bravo a masterare il gioco di ruolo dei vampiri, lo Zoppo: lui in quel mondo di fantasia ci viveva direttamente, non si sporcava mai le mani con la realtà; quindi, dato che la realtà mi faceva abbastanza schifo, pensavo fosse giusto che lo Zoppo meritasse il rispetto di Creep. 


Anna il freak

Mia nonna paterna, quella di Borgo San Paolo, dopo avermi fatto una testa così su mia madre, quella che aveva divorziato da mio padre non perché non le andava più di prendere botte o di pulire il cesso della zia per niente, ma perché era una poco di buono, una donna di facili costumi poco avvezza alla morale cristiana, con aria severa e greve mi dice che devo andare a prendere il pane. Io allora sono contento: lo Zoppo, o Capo che dir si voglia, è il figlio del panettiere, quindi sicuramente in qualche modo lo incontrerò. Sul marciapiede c'è il mio maestro di chitarra, un bluesman col cappello da cowboy e l’alito che sa di alcol: sta suonando The Wall dei Pink Floyd, incontrando la disapprovazione delle vecchiacce che si dirigono verso il mercato di Corso Racconigi. Io lo saluto e lui mi dice “oggi puomeriggio vieni purue, che tiriamo giù un piezzo a urechio”. Io gli faccio “ok” con la mano e cambio subito direzione perché più in là c’è la fumetteria, il luogo sacro del quartiere. Il sole risplende nel cielo, le nubi si diradano; più mi avvicino alla vetrina più respiro aria di speranza e novità. Ed eccola lì esposta la mia gioia, il mio amore: il numero uno di Battle Angel Alita, Gunm per chi se ne intende. Una vergine dai capelli corti col viso d’angelo e il corpo meccanico. Gli occhi chiusi, le ali bianche piumate. Di fronte a cotanta bellezza, mi commuovo. È un sentimento mistico il mio. E poi un modellino della Corazzata Yamato, un altro dell’Arcadia verde col teschio, gli Evangelion sottiletta con gli adesivi omaggio e un artbook di Sadamoto Yoshiyuki. Noto che è anche uscita una nuova espansione di Magic: The Gathering, il gioco a cui tre anni prima, quando ancora avevo undici anni, mio padre mi aveva introdotto “perché Pokémon è troppo da froci”. La fumetteria ha proprio tutto, sì, è proprio così: il Pagliaccio, quello che gira col furgone col materasso dietro per scoparsi le nigeriane (e a cui ho preso un Black Lotus a due lire perché guardacaso aveva sempre bisogno di soldi) ne parla sempre male, dice che i fumettari l’hanno scammato più volte. Ma a me frega poco di cosa ne pensi il Pagliaccio: in fondo pure io l’ho scammato, e poi a me la fumetteria piace tantissimo. Entro e chiedo se hanno Anne Freak, un fumetto che lo Zoppo mi aveva detto di voler leggere (“Nelle newsgroup americane parlano di ’sto robo in cui un tizio aiuta una darkettona ad ammazzare il padre, oh!”). Loro mi dicono che è uscito soltanto in Giappone, ma che un giorno sicuramente arriverà anche in Italia. Allora io faccio cenno di sì con la testa e mi metto ad ammirare le vetrinette con le action figures dei robottoni e delle astronavi e dei treni volanti sui quali desidererei salire per volare via insieme ai miei amici. 
Esco e accelero il passo senza guardare in faccia nessuno; il languorino della panetteria a un certo punto sconfigge l’odore di piscio tipico dei marciapiedi del quartiere. Quando entro ci sono pochi clienti; mi guardo intorno e noto che la porta che dà al magazzino è aperta. Intravedo un vecchio gridare e prendere a pugni un forno. Mi fa paura, ma prendo comunque il pane e chiedo alla signora alla cassa se c'è lo Zoppo. Ma appena il vecchio mi sente, si volta verso di me e inizia ad avvicinarsi con gli occhi rossi e la faccia incarognita. Decido di fuggire: mentre corro ripenso allo Zoppo che dice che è diventato così perché è stato preso sotto dal sedici, oppure perché i tredici vampiri antidiluviani gli avevano mandato una maledizione nel momento in cui era stato concepito; insomma, ogni volta che gli chiedevo "perché sei zoppo?", la risposta era sempre diversa. In quel momento tuttavia, mentre correvo col cuore in gola, pensai di aver capito quale fosse la giusta motivazione e, soprattutto, perché allo Zoppo interessasse così tanto quella ciofeca di Anne Freak. Ora che ci penso, manco a dirlo, nelle newsgroup e su Bitefight lo Zoppo amava spacciarsi per ragazza... non è che il suo nick fosse proprio Anna? 

 

[Continua...] 

6 commenti:

  1. Bel racconto e "ammazza che feels". Mi sa che ci divide più il tempo (penso di essere più vecchio di una mezza generazione, forse di più) che lo spazio. San Paolo... Il mercato, il fu teatro Araldo... mi sa che anche la fumetteria rischia di essere quella che penso io. Tutti posti significativi nei miei anni "lastra" (nel senso di lastra fotografica, gli anni che restano impressi(onati)). Parco Dora, quello nelle foto, non esisteva ancora quando ero giovane. Eppure, se ci vado oggi, mi dà quell'effetto "nostalgia di un tempo mai esistito", i ragazzini lì sono diversissimi da come eravamo, ma potevo benissimo essere loro, non saprei... credo sia un residuo di incanto o carica emotiva che certi luoghi hanno ancora, specie per chi associa gli ambienti urbani un po' sciupati all'adolescenza.

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    1. Grazie per questo commento pieno di feels. La foto col parco Dora è l'unica a tema che ho trovato in rete, ma ne ho comunque commissionata una a un'artista con i personaggi e il vero e proprio Borgo San Paolo di inizio anni duemila di sfondo, in modo tale da avere una "copertina" ufficiale per questa serie di storielle divertenti (ne ho tantissime da raccontare).

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  2. Souryuu Tatsuhiro Langley16 marzo 2026 alle ore 17:58

    Non ho vissuto appieno la sottocultura fumettaro-(video)ludica anni 2000 perché ai tempi ero un bambino, però i miei ricordi legati all'unica fumetteria della mia città e della sua fauna corrispondono all'atmosfera che descrivi qua e nel post su Magic: diversi personaggi atipici, effettiva e intensa fascinazione, estetica darkettona, a volte comportamenti più o meno antisociali. Insomma, era "edgy", per usare un termine che odio e che vederselo affibbiare pare sia diventato un'onta . Poi ho l’impressione che lentamente tutto ciò si sia ridimensionato, fino a praticamente sparire. Lungi da me voler idealizzare quello scantinato mefitico e una subcultura rispetto a cui sono sempre stato a malapena adiacente, però la tua testimonianza mi sembra confermare che quel mondo ha aiutato parecchi ragazzini sfigati, me compreso, ad avere delle passioni e a sentirsi vivi; e fatico a credere che i tipi umani simili a quelli qui tratteggiati trovino di qualche interesse il mondo “nerd” attuale, normalizzato e innocuo com’è. A fin di rendere tutto sicuro creperemo di noia o di sedativi, come già succede.

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    1. Ti ringrazio per questo commento, che tra l'altro è davvero ben scritto. Il fatto comunque è che questo tipo di storie, se le scrivessi su Instagram, verrebbero subito affossate dall'algoritmo (non ci provo neanche a farlo, anche se ormai, come raccontavo con la storia di Katia, se non passi da lì sei inesistente non soltanto come persona, ma anche come autore). I miei scritti verrebbero shadowbannati perché sono storie reali, di un'epoca reale e di persone reali non ancora assoggettate, come giustamente tu fai notare, dal conformismo portato in auge dai social media. Si era freak darkettoni, certamente, ma ognuno lo era a suo modo. Si era nerd e sfigati, ovvio, ma si faceva parte di una nicchia solida non ancora dissolta dal mainstream. Detto questo, per me scrivere storie su quei tempi è una sorta di escapismo fantasy al contrario: nell'artificioso, distopico e ipocrita mondo di oggi provo un gran rimpianto per le cose vere, di pancia, per le cose vissute per la strada senza alcuno smartphone attaccato al naso. La realtà brutale e ridicola delle persone sbattuta in faccia fin da subito e poi erano cazzi tuoi elaborare una strategia di sopravvivenza atta alla salvaguardia della tua integrità mentale. Poi per carità, di innocuo come fai notare non c'era proprio niente, certa gente finiva in galera, gli amici quando capivano di essere dei falliti iniziavano a drogarsi ecc. Però la verità sta nel dolore e nell'attrito, sempre. La famosa porta stretta da preferire a quella larga. Quindi sì, se ho stimolato un commento come il tuo, pur essendo letto da quattro gatti, direi che lo scopo della mia scrittura l'ho portato a casa.

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    2. Souryuu Tatsuhiro Langley17 marzo 2026 alle ore 14:59

      Grazie a te per la risposta articolata. Da quel che vedo coi social è possibile fare emergere un minimo dei contenuti interessanti, però quasi sempre attraverso l'ironia (non l'umorismo). È come se senza non fossero digeribili dal pubblico di "semi-nicchia". E comunque quel pubblico spesso si attacca alla forma per darsi una posa ma ignora il contenuto. Insomma, non ne vale la pena. Per me l'escapismo di per sé è neutro. Se lo usi per evitare che perfino le fantasie e i pensieri siano colonizzati ne fai un uso virtuoso. L'escapismo vizioso è quello della sedazione, del doomscrolling, delle fisime transumanistiche: al contrario, parafrasando e citando Takahata, il dolore e l'attrito si sopportano "se si ha la sensazione di essere vivi". Se la scrittura ti dà una mano in questo senso, il numero di lettori è secondario.

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    3. Sì, mettendo da parte l'ego e la volontà di potenza/affermazione semplicemente da quando scrivo sto meglio mentalmente. Si fotta poi il mondo social ecc.

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