martedì 24 febbraio 2026

Il maestro della seduzione


L’allievo era un uomo come molti altri: salario nella norma, aspetto fisico anch’esso nella norma. Un’età buona, ancora al di sotto del geriatrico limite della quarantina. Per quanto da piccolo sognasse di fare l’astronauta o di diventare una persona importante, l’allievo si era ritrovato, non senza disappunto, a essere semplicemente medio. Certo, c'erano persone ben più medie di lui, ma che sapevano vendersi meglio; persone che gridavano più forte, che sapevano imporsi. Ma l'allievo, di prendere parte a siffatto gioco, non ne aveva alcuna voglia. In una delle sue solitarie serate démodé, tuttavia, in uno stato di dormiveglia indotto dalla visione dell’ennesimo film cecoslovacco lungo tre ore, una fatina dalle sembianze di Kate Bush gli rivelò che il  mondo e le persone sono come un grande meccanismo, e che un ingranaggio che gira soltanto per sé stesso, senza mai ingranare con gli altri, prima o poi è destinato a ossidare. L’allievo decise quindi di agire, e si iscrisse a un gruppo WhatsApp gestito da un personaggio web che amava definirsi “cupido” e “gran maestro di seduzione per single”. Il maestro era un bell’uomo sulla cinquantina con le mascelle grandi, gli occhi azzurri e i capelli lunghi e fluenti. Una sorta di personaggio televisivo anni ottanta catapultato in un presente di omoni tatuati e maranza rompicoglioni, non privo di un alone di ingenuità che gli faceva del tutto ignorare il suo essere in qualche modo kitsch. Le serate di incontri da lui organizzate si svolgevano all’Acqua Club, un locale non troppo lontano dalla casa dell’allievo, e vantavano di un prezzo abbordabile. Non si poteva dire di no al maestro, così come non si potevano non ascoltare i consigli delle fatine con gli occhi azzurri. Vestiti bene, mi raccomando, che fanno selezione all’ingresso; fai il mio nome e ti indicheranno l’area destinata agli incontri fra single, facendoti saltare la fila. Saltare la fila, ebbene sì, proprio come i vip. Faccina contenta in chat. Easy. 

Quel sabato sera l’allievo si ritrovò in mezzo a tante persone, troppe persone, e si sentì a disagio. Era estate e le danze della seduzione si tenevano all’aperto: nell’Aqua Club c’erano molti tavolini, una pista da ballo coperta, gli stuzzichini da scroccare e l’ovvio banco bar in cui pagare dieci o quindici euro a drink. In una zona sopraelevata arredata con divani bianchi e tavolini piccolissimi faceva capolino un gruppetto di persone molto più vecchie di lui: l’allievo sperò con tutto se stesso che non fosse quella la zona riservata ai single del maestro, ma la ragazza della cassa, come se fosse stata in grado di leggergli nel pensiero, gliela indicò con un sorrisetto subdolo. Desolato, l’allievo comprò un Long Island e un pacchetto di patatine, prese posto e non tardò a venire abbordato da due signore bionde sulla sessantina. Una coppia di seni rugosi ostentati come trofei; artigli di avvoltoio griffati che brandivano calici di Franciacorta; labbra grosse come canotti. L’allievo provò a immaginarsi a letto con quelle due femmine che continuavano a chiedere di lui, del suo lavoro, di dove era andato in vacanza: concluse che era meglio attaccare discorso con qualcun altro. Qualcun altro tipo un signore che sembrava quasi un sosia di Ghandi, ossia un pelato con gli occhialini rotondi, i baffi e gli occhi piccoli piccoli. Il tizio si sedette vicino all’allievo e iniziò a raccontargli qualcosa in merito alla sua monotona nonvita, scroccandogli ogni tanto qualche patatina senza chiedere il permesso.
«Ciao, io sono qui per cercarmi una donna… Ho bisogno di una donna…».
«Che lavoro fai?» gli chiese l’allievo con sufficienza, guardandosi attorno nel frattempo.
«L’impiegato. Ma i miei colleghi mi bullizzano, mi trattano male… Io vado sempre a mensa insieme al capo, e a loro questo sta sulle balle». 
«Boh, sai, ormai tutti bullizzano tutti... bisogna farci l’abitudine. Non esistono più cose come la pietà o l’empatia al giorno d’oggi» brontolò l’allievo. «Non capisco proprio chi vive aspettandosi qualcosa dalla gente», aggiunse.
«Sei qui per trovarti una donna, vero?» gli chiese quindi l’ometto triste con i baffi, messo da parte un iniziale momento di confusione. 
«Eh beh, se vengo a una serata per single di certo non cerco pomodori, mio caro».
L’uomo che assomigliava a Gandhi rise bonariamente senza capire che il suo interlocutore non lo sopportava, che si interfacciava con lui soltanto per noia. Poi disse: «Tu sei giovane, troverai senz’altro una ragazza, anche senza venire qui».
«Per chi come me viene da fuori è difficile» rispose l’allievo prima di allontanarsi.


Appoggiato al banco bar col gomito, un modo di fare da vero dandy, c’era il maestro, con la sua camicia in parte sbottonata che lasciava intravedere i peli del petto. Stava discutendo animatamente con una donna sulla trentina, ostentando sicurezza e savoir-faire. Ma quando l’allievo si avvicinò per salutare, quella se n’era già andata via. 
«Ciao maestro, piacere, sono l’allievo». 
«Piacere» e il maestro, con aria svogliata, buttò per terra un mozzicone di sigaretta. «Senti, ora devo andare… ambientati pure con i single».
«Ma sono tutte vecchie! Pensavo che ci fossero anche ragazze della mia età!» si lamentò l’allievo.
«Già...» rispose il maestro. «Le fanciulle sono più rare delle divorziate».
L’allievo prese quindi nuovamente posto nell’area riservata agli ospiti del maestro e notò un uomo col vizio di ridere da solo, proprio come i matti. Alzò la testa disgustato e molto più in là, a un tavolino isolato nei pressi del banco bar, il suo sguardo incontrò quello di una ragazza sulla ventina alta, snella, con i capelli a caschetto con la frangia, gli occhialini fashion da intellettuale, un vestito nero che ne lasciava intravedere le spalle e parte della schiena bianca. L’allievo lasciò nuovamente la zona del maestro e, dopo aver notato che la ragazza si era alzata per andare verso il bagno, si diresse pure lui in quella direzione. «Bel taglio, stai molto bene» disse l'allievo quando la incrociò, scatanando in lei una reazione positiva. La ragazza poi se ne tornò al solito tavolino, al quale oltre alla madre si era aggiunta una bionda ossigenata anche lei molto giovane. In quell’ambita tavolata chissà perché era  presente anche il maestro, che in un primo momento fece finta di non conoscere l’allievo. Ma quando quest’ultimo lo salutò con un sorriso a trentadue denti, il maestro non poté fare a meno di introdurlo alle due ragazze. 
Al tavolo si stava parlando di buddhismo, dato che la madre della ragazza col  caschetto e la frangia era appassionata di meditazione. Il maestro, non conoscendo bene l’argomento, si adoperò molto per inserirsi nel discorso, ma venne subito superato dall’allievo, che aveva la strana abitudine di leggere i libri.  
«Eh sì, nel buddhismo Nichiren la consapevolezza del Sé nella vita di tutti i giorni è la cosa più importante… bla bla bla…».
«Proprio così!» fece la madre della ragazza col caschetto e la frangia. «Siediti pure, piacere». «Piacere signora, io sono l’allievo».
Il maestro, seccato da quella situazione, se ne andò via. La bionda ossigenata sorrise; la ragazza con la frangia e il caschetto sbuffò per poi dire «piacere… io sono Dalila». 
«Piacere, oltre a un bel taglio hai anche un bel vestito, ti sta molto bene» azzardò l’allievo. 
«Ma quindi, cosa fai nella vita a parte imparare?» Mentre Dalila poneva tale domanda all’allievo, quest’ultimo notò che la madre si era messa a giocare con lo smartphone: dal buddhismo Nichiren ai gattini su TikTok il passo è breve, pensò.
«Faccio l’impiegato».
«Ah, ok, io studio e faccio la commessa. Hai delle belle scarpe, comunque».
Lusingato, l’allievo rispose «grazie». Poi Dalila si alzò e se ne andò a ballare in tutta fretta con la sua amica, come se non volesse farsi seguire. L’allievo non ebbe altra scelta che rimanere seduto al tavolo.
«Quindi tu lavori…» osservò la madre di Dalila senza nascondere la propria noia. Con una certa soddisfazione l’allievo le rispose: «Sì, certo, mi mantengo da solo».
«Bravo, un ragazzo di altri tempi. Il fidanzato di mia figlia non fa niente invece, lui se ne sta comodo...».
«In che senso? È un neet?».
«Nee cosa? Il fatto è che la sua famiglia gestisce un’azienda, e lui non fa proprio niente. È molto geloso e possessivo e l’altra serata ha trattato male mia figlia davanti ai suoceri. Ma io dico, ma ti sembra un comportamento corretto? Le ha detto davanti ai suoi, due persone importanti, che lei è maleducata, impulsiva… I panni sporchi si lavano in casa propria, mica con i genitori davanti!».
«Quindi non va mica tanto bene il fidanzamento di sua figlia con ’sto qui…» osservò l’allievo, intravedendo la possibilità di imbastire una strategia di seduzione.
«Lui adesso è via, poi quando tornerà… ecco, mia figlia gli parlerà!».
«È via per cosa se non fa niente? Va in vacanza da solo pur essendo fidanzato con una bella ragazza? Tutto pagato dai suoi?».
«Lui fa i disegnini, è andato via per esporli a una mostra».
«Ah… un artista, insomma…».
«Sì, ma sono disegnini orribili! Non so come facciano a piacere alla gente!».
«Posso vederne qualcuno?».
La signora, non priva di imbarazzo, mostrò all’allievo il profilo Instagram del fidanzato di sua figlia, che a quanto pareva produceva graffiti in stile street art (nella gallery preponderavano omini con la testa grossa e una certa passione per la fessura con i peli sopra, le canne e le pastigliette colorate). L’allievo pensò che nonostante quel tipo di argomenti non passassero mai di moda, l’artista di certo non godeva del seguito adatto a renderlo un vero e proprio professionista: troppi pochi follower, troppi pochi commenti.

 

«Quindi tua figlia lo lascerà, vero?». 
«Boh, sono cose sue. Andiamo a ballare, dai». 
L’egregia signora, abbastanza tonica nonostante l’età, scambiò qualche passo di bachata con l’allievo, guidandolo e aiutandolo a vincere l’imbarazzo. Poi decise di raccontargli del suo pseudo fidanzato di trent’anni più giovane: «Eh, sai, l’ho già lasciato quattro volte, lui non vuole proprio staccarsi da me… Io non provo niente per lui, ma le mie figlie lo vedono come un fratellone… Ci sono andata al mare e mi sono divertita, ma lui insiste a voler convivere con me… Proprio con me, che non voglio più avere figli… Un ragazzo come lui dovrebbe trovarsi una ragazza giovane e mettere su famiglia, no? Se non lo fai sui trenta, quand’è che lo fai?».
«Già, quand’è che lo fai...» rispose l’allievo cercando di nascondere il proprio disagio in merito all’idea di mettere al mondo un figlio. Se nascerà femmina c’è il pericolo che andrà a vendere le proprie grazie su Onlyfans e affini, pensò. Oppure che si metta insieme a un coglione tipo questo qua dei disegnini, se non un individuo  peggiore, magari pure pericoloso. Se nascerà maschio invece verrà quasi sicuramente bullizzato dai compagni di classe e magari diventerà una sorta di incel o hikikomori; se sarà fortunato e non avrà troppi problemi, d’altro canto, magari me lo dovrò mantenere a vita perché l’intelligenza artificiale gli ruberà il lavoro... Sempre che non scoppi la guerra nucleare nel frattempo, eh! È una cosa troppo da stupidi fare figli, ormai, concluse tra sé e sé l’allievo continuando a danzare controvoglia. 

«Tu sei solo nella grande città» disse più tardi Dalila all’allievo, quando i due si reincontrarono al banco bar. Era proprio bella, pensò lui: quella frangetta, quel collo lungo, quelle smorfie accompagnate da sorrisi sottili tipiche di un amore giovanile. 
«Quindi sei solo, eh? non mi sembri uno molto socievole, anche se fai finta di esserlo» insistette lei. 
«Non ti sfugge niente» rispose l’allievo meccanicamente, senza pensare, infastidito dalle casse pulsanti e dalla gente tutt’intorno. Ma quando l’allievo si rese conto che forse era un po’ troppo presto per gettare la maschera, una maschera che in fin dei conti non era  per nulla abituato a indossare, Dalila gli rispose: «Te li trovo io degli amici, tranquillo», e così iniziò a presentargli tutti i maschi che ci provavano con lei. L’allievo ne contò almeno una decina, dieci persone che non gli interessavano, e alle quali interessava tutt'altro che la sua amicizia. «Lui studia sociologia, proprio come me» disse Dalila all’allievo nel momento in cui gli presentò l’undicesimo ometto con i capelli riccioli tagliati di lato. «La sociologia ormai si è fatta etologia» rispose quindi l’allievo prima di congedare con gentilezza l’ennesimo allupato, lasciando Dalila di stucco. L’amica bionda ossigenata, d’altro canto, se ne stava sempre seduta al tavolino con lo smartphone in mano; la sua apatia venne tuttavia scossa dall’undicesimo elemento della precedente adunanza dei griffati, che dopo averla  approcciata a freddo riuscì a portarsela dietro nel marasma di carne, luci e pulsazioni fashion al di là della zona lounge.
Baci con la lingua, sorrisi, pastigliette, polvere bianca. A tarda nottata il maestro e la sua combriccola di geriatrici apprendisti della seduzione si era già dileguata; oltre alle solite comparse timbrate Gucci e Armani rimanevano soltanto l’allievo, Dalila, sua madre e la bionda ossigenata. Quest’ultima era a malapena capace di camminare, ma pur sempre allegra. «Va tutto bene, va tutto bene» disse. Poi si mise a fumare e a parlare di sciocchezze. Sul filo di una discussione, Dalila, suscitando un moto di orgoglio nella madre, rivelò all’allievo di essere stata una campionessa di biliardo; dopodiché lo invitò a giocare con lei l’indomani pomeriggio. «Ma ricorda che sono fidanzata: non devi fraintendere questo invito, ok?». Certo, certo, come no, pensò l’allievo prima di buttare il mozzicone di sigaretta per terra, prendere il numero di telefono della ragazza, salutare tutti, in particolar modo la madre, giudice e somma amministratrice dell’amore, e andarsene via. 

 

La sala da biliardo era un luogo di altri tempi: l’allievo rimase colpito dalla pavimentazione anni sessanta che con i suoi strani motivi geometrici rimandava al piastrellato della lugubre casa di sua nonna. C’erano poi tavoli di legno unti, la luce soffusa, i vecchi tutti presi dalle scommesse e dalle slot machine. Dalila si portò dietro la madre, che tuttavia si dileguò dopo aver ricevuto una telefonata dal fidanzato di trent’anni più giovane. Da quel momento la ragazza col caschetto e la frangia cambiò atteggiamento e, non priva di una certa dose di aggressività, iniziò a fare sfoggio della sua stecca da biliardo professionistica. «È una stecca da milleduecento euro, questa, capito?». 
Poco o per nulla avvezzo alla gestione delle emozioni negative femminili, l’allievo iniziò a bere qualche bicchiere di vino di troppo; se il divertimento non può avvenire nel mondo materiale, almeno avvenga nel cervello, grazie al potenziamento del neurotrasmettitore Gamma-Amminobutirrico dovuto all’alcool, pensò prima di avere la brillante idea di chiedere in prestito a Dalila la sua prestigiosa stecca da biliardo. Giusto il tempo di impugnarla, un momento di distrazione, ed ecco che gli cadde dalle mani, colpendo il pavimento con un tonfo secco. Ah, già, le piastrelle che sembrano quelle di casa di nonna… cosa diceva già la nonna? Che c’ho le mani di merda, ecco cosa diceva! Sì, sì, le mani di merda, proprio così! bisbigliò l’allievo prima che Dalila, dopo averlo ucciso con lo sguardo, lo spintonò per raccogliere da terra il prezioso oggetto. «Guarda cosa hai fatto, coglione! Hai rotto la punta! Hai rotto la punta, cazzo!». Un volto femminile deformato dalla rabbia, gli occhi diventati rossi per via delle lacrime, i denti digrignati. 
«Te la ripago, Dalila... non c’è problema. Vuoi un bonifico istantaneo?».
«Non li voglio i tuoi soldi, brutto strafottente del cazzo!». 
Una ragazza col caschetto, la frangia e gli occhialini rotondi da intellettuale; una ragazza tutta rossa in viso che se ne andava via con passi decisi; qualche vecchio si voltò, ma i cavalli stavano correndo e pertanto era meglio fissare lo schermo senza troppe distrazioni. Il paradosso del gioco e del corteggiamento: pur essendo due cose arbitrate dal caos, non perdonano alcun calo di attenzione. Quando l’allievo provò a scusarsi su Whatsapp, comunque, capì di essere stato bloccato. Addio Dalila, addio strategia di seduzione. Amen.     

Dopo quell’evento l’allievo si sentì parecchio demotivato, ma un giorno il maestro gli scrisse su Whatsapp, o meglio, gli fece un vocale interminabile su Whatsapp, e lo invitò a farsi vedere anche il sabato successivo. Ed ecco di nuovo l’Acqua Club e la sua zona lounge destinata ai single; ma questa volta c’erano anche dei trentenni: evidentemente non riescono ad accoppiarsi a causa dell’eccesso di domanda e alla scarsità dell’offerta, rifletté l’allievo. 
«E quindi sei rimasto a parlare tutta la serata con Dalila… mamma mia che tettine che aveva… te la sei fatta, poi?».
«No… no, maestro» e l’allievo raccontò tutta la vicenda della stecca della discordia. Il maestro nel frattempo stava aspirando una sigaretta elettronica sorseggiando uno spritz, appoggiato al banco bar con la sua solita postura da divo decaduto. «Eh, sì, la Dalila era un po’ esaurita…» rispose. Poi si mise a scandagliare gli individui di genere femminile presenti nella zona, come se fosse stato un cacciatorpediniere dotato di un precisissimo sonar. «Pensa che prima che arrivassi tu a soffiarmela, avevo provato a farle ascoltare un pezzo dei Rolling Stones, Wild Horses. Tu lo sai che è un capolavoro, no?».
«Sì, certo maestro. Indubbiamente».
«Ecco. E lei lo ha schifato e mi ha consigliato di ascoltare Sfera Ebbasta. Ma ti sembra normale?».
«Direi che ce la faremo ebbastare» disse l’allievo.
«E voi tre cosa ascoltate?» chiese quindi il maestro a un gruppetto di tre ragazze che si erano fermate lì accanto. La caccia era appena iniziata.
Il maestro in primis utilizzò il suo status di organizzatore di eventi intimando al barista di preparare tre drink gratuiti alle sue ipotetiche prede; poi iniziò a fare battute, complimenti indiretti, ad atteggiarsi a ragazzino utilizzando un linguaggio diverso dal solito. La più bella delle tre era una bionda riccia dalla carnagione olivastra e dai lineamenti mediterranei: una ragazza sorridente, energica, piena di vita. Ornella, questo il suo nome, indossava un paio di jeans e un top bianco che le lasciava scoperto il ventre, tonificato da infinite sedute di palestra. La prima amica di Ornella si chiamava Giulia, ed era alta ed elegante nel vestire. Questa sembra quasi una Maria Callas di noialtri, osservò tra sé e sé l’allievo. Una Maria Callas priva di fascino artistico e per nulla cerebrale, sembrerebbe, ma pur sempre malinconica e borghese. L’ultima delle tre, per concludere, era molto più bassa delle altre due, diciamo sul metro e cinquanta, ma vantava di un innocuo visino acqua e sapone che la faceva sembrare una perfetta adolescente. Quest’ultima si presentò all’allievo e al maestro come “Saretta” e saltò addosso a entrambi, abbracciandoli a turno. Ma appena un gruppetto di universitari in camicia si avvicinò al banco bar per invitarla a ballare, Saretta non ci pensò due volte a seguirli. Il maestro, per evitare che un secondo ipotetico gruppetto gli portasse via anche Ornella e Giulia, prese a braccetto la prima e fece un cenno all’allievo come per dirgli di non lasciarsi sfuggire la seconda.  


Intrattenere la Maria Callas dell’Acqua Club si rivelò abbastanza complicato per l’allievo: come era prevedibile, nonostante il suo apparire, la ragazza era del tutto disinteressata alle questioni sociali e culturali, né aveva particolari interessi a parte i viaggi, la moda e i social. Eppure bisognava esercitarsi, affinare l’arte della seduzione: l’allievo si sforzò quindi di mettere da parte la noia e si adoperò per farla divertire, commettendo tuttavia un fatidico errore, ossia chiederle se era fidanzata. 
«Si, certo, con un medico» rispose lei. «Però lo vedo poco, sta sempre in ospedale».
«Innamorata?» fece poi l’allievo guardandola dritto negli occhi e cercando di far scattare in lei una qualche forma di emozione.
«Sì, certo, ovvio».  
Game over. 
Il maestro nel mentre continuava a star dietro a Ornella: sembrava quasi stressato da quella bellezza così fuori dal comune, una bellezza che evidentemente non poteva più permettersi. Quando l’allievo si recò sulla pista da ballo con una buona dose di alcool in corpo ed iniziò ad agitarsi come un ossesso, contrariamente a ogni pronostico attirò l’attenzione della suddetta, che iniziò a ballare insieme a lui. Il maestro, vedendo quella scena, fece una faccia impagabile, come se per un attimo il suo cuore si fosse fermato.
«Sei bravo a ballare! Caspita!» disse Ornella all'allievo alzando la voce per farsi sentire. 
«Ma se mi sto muovendo a caso, Orne’!». 
«Hai talento, hai talento!».
Tuttavia poco più tardi un carro armato umano firmato Hermès si portò via Ornella. «Quello è figlio di un pezzo grosso della televisione» disse il maestro all’allievo, riscoprendo un sentimento di cameratismo possibile soltanto grazie alla condivisione della sconfitta. 
«Boh, io non guardo la televisione, non mi interessa» tagliò corto l'allievo.
«Lui ha accesso al privé, la sta portando lì» proseguì il maestro.
Silenzio. 
«Avresti dovuto portarla in disparte, a bere, allievo... E poi provare a baciarla. La seduzione è una questione di tempistiche, è un gioco delle sedie. Lo sai come funziona il gioco delle sedie, vero, allievo?». 
«Che devi subito appoggiare il culo su una sedia quando la trovi libera altrimenti ci si siede qualcun altro?». 
«Ecco» annuì il maestro atteggiandosi a vero intenditore della vita e di tutte le sue ingiustizie. 
«Vede maestro, io penso che gli fossi veramente piaciuto avrebbe scelto me e non sarebbe andata con quell’energumeno… I simili vanno con i propri simili. Similis simili gaudet, ha mai letto Schopenauer?». 
«Sciope che?». 
Poco più in là un ragazzotto decise di toccare il culo della fidanzata di un egiziano, scatenando ovviamente un putiferio. Di conseguenza il maestro si adoperò a chiamare il buttafuori, nonché a tentare di ristabilire l’ordine in un marasma di pulsazioni e immagini sfuggenti. L’allievo non tardò a intuire che quell’insolita esplosione di senso civico da parte  del maestro fosse in realtà subordinata al fatto ch’egli volesse a tutti i costi entrare nel privé; non per niente il delegato del titolare, dopo qualche battuta in merito all’egiziano cattivo e al povero rampollo italiano assetato di culo, gli fece timbrare il braccio destro con lo stemma degli eletti, sul quale vi era scritto un altisonante “libero di accedere allo spazio riservato”. «E a me no, maestro?» E così anche l'allievo, per gentile concessione dell'esperto, poté accedere alla zona degli dèi.


Nell’iperuranio del privè, subito dopo l’ingresso, vi era la tavolata del carro armato muscolare, che come era prevedibile stava amoreggiando con Ornella. Il maestro, col cuore infranto, le disse «mi hai ucciso»; di conseguenza lei fece spallucce e il volto dello slayer marchiato Hermès si contorse in un sorriso soddisfatto. Distrutto nell’anima, il  maestro salutò con aria pavida i presenti e fece cenno all’allievo di seguirlo. Si sedettero insieme in un’altra stanza, di fronte a due ragazze sulla ventina con le labbra rifatte e il vizio di sniffare strisce di polvere bianca. «Queste sono facili da abbordare» osservò il maestro. «Basta avere la sostanza». 
«Io non ho tutta ’sta sostanza, alla fin fine. Ma in fondo chi ce l'ha un po' di sostanza, di questi tempi?» ribatté l’allievo prima di salutare il maestro e di addentrarsi ancor di più nel privé. 
Una ragazza  di colore con il fisico statuario stava litigando con un vecchio di settant’anni: «Non mi compri la casa? Allora me ne vado! Sì, sì, me ne vado! Ne trovo quanti ne voglio di uomini, io!». Poi prese sottobraccio l’allievo, che passava di lì per caso, e iniziò a camminare molto velocemente tirandoselo dietro, mentre il vecchio di settant’anni stramazzava sotto il peso della polvere degli dèi. 
«Quindi il tuo faraone preferito è Akhenaton» disse l’allievo alla ragazza di colore mentre i due si fumavano una sigaretta ormai ben distanti dall’entrata dell’Acqua Club. Dopo i soliti convenevoli – lei si chiamava Nasha –, inspiegabilmente la discussione era virata sugli antichi egizi. 
«Non so perché ma quel faraone mi ha sempre fatto molta tenerezza: era così fragile, hai presente gli affreschi, professore?».
«Non sono un professore…» la rimproverò l’allievo. «Comunque i dieci comandamenti degli ebrei e dei cristiani li ha inventati Akhenaton... avrebbe dovuto farsi pagare i diritti, no?». 
«Ah sì? Ne sai proprio tante di cose, professore!». E all’allievo non sembrò neanche vero che qualcuno finalmente riconoscesse le sue doti culturali e intellettuali. 
«Comunque sono stanca, me ne vado a casa, professore». L’allievo osservò con attenzione quella elegante donna d’ebano, vestita con un abito da sera bianco la cui scollatura ne metteva in evidenza i seni piccoli e lisci. L’allievo capì che questa volta la seduzione poteva realmente essere messa in atto, che c'erano le cosiddette affinità elettive, che Schopenauer e Goethe, fossero stati ancora vivi, lo avrebbero sicuramente incoraggiato a farsi avanti. «Senti, vieni a casa mia, lascia stare quel vecchiaccio drogato». Lei rispose «va bene, ma poi per il ritorno o mi paghi il taxi, o mi riporti a casa tu, ok?».
Quando l’allievo rischiò di investire un tizio sul monopattino che era riuscito a cadere da solo in mezzo alla strada, Nasha si mise a ridere come una bambina, almeno fino a quando non le venne in mente il fratello, che a suo dire si era suicidato buttandosi sotto un camion sulla tangenziale. «Mi dispiace per tuo fratello, torniamo a parlare di egizi?». Nasha allora si mise a parlare della sorella, che aveva vinto la lotteria scialacquandosi in breve tempo il patrimonio e tornando ancora più povera di prima; di una cugina che era stata violentata da piccola e che era riuscita a vendicarsi facendo uccidere il suo stupratore da un mafioso; dello spirito di un bambino che aveva dovuto abortire, che secondo lei era rimasto imprigionato nel legno di un cassetto di casa sua.


Durante la salita in ascensore le labbra sottili dell'allievo incontrarono quelle carnose di Nasha: «Beh, e la lingua? Non ce l’hai?». Lei allora sorrise con complicità e il resto venne da sé, fino a sotto le lenzuola del letto di lui. 
«E quindi, ’sta casa? Te la compra o no il vecchio?» chiese l’allievo alla sua ospite durante una pausa sigaretta, siccome anche fare la cosa più ambita dal novantanove percento della specie umana alla fin fine comporta fatica. 
«Massì, si ingelosirà e la comprerà».
«Ah, ecco perché sei venuta con me…».
«Può essere, chi lo sa...».
«Il Cartier d’oro te l’ha comprato lui?».
«No, no… Me lo sono comprata io».
«Che lavoro fai, se posso chiedertelo?».
«Faccio la escort. Prima facevo la modella, ma non guadagnavo abbastanza. I fotografi poi pensano soltanto a scoparti, ma quando si tratta di cacciare fuori i soldi o di raccomandarti alle riviste spariscono…».
«Ah… vabbè, la escort… un lavoro come un altro, dai» disse l'allievo cercando di sdrammatizzare. «Ma ve la comprano spesso la casa ’sti vecchi clienti?». 
«Tendenzialmente se sai lavorarteli per bene qualcosa di importante te lo comprano, ma poi bisogna vedere cosa ti chiedono in cambio: niente è gratis a questo mondo. Una mia amica si è fatta comprare un appartamento da cento metri quadri ma lui è un porco, un maniaco: non la lascia mai in pace».
«Ma non può mandarlo a cagare? Non si è fatta intestare la casa?».
«Boh, ma valla a capire quella pazza… non è così furba… prende anche delle pastiglie, eh! Io comunque non voglio  diventare la schiava di nessuno! Sono libera, io!».
L'allievo iniziava a essere stanco dei discorsi della ragazza di colore. Lei, intercettando quel disagio, fece uno strano sorriso a metà strada tra la vergogna e la volontà di potenza, per poi chiedergli: «Tu non ha mai frequentato certi ambienti della grande città, vero?». 
«Eh no, sono un semplice impiegato, io. Le robe perverse bisogna permettersele. E poi vengo da fuori, non sono di qui...».
«Tu sei un professore, una persona rispettabile! Non dovresti frequentare certi posti, anche perché non ci troverai mai ciò che stai cercando».
«È tutto molto noioso, in realtà. Ma tu non ti sei ancora stufata di stare con quel vecchiaccio? E sei pure giovane, diamine!».
«Un giorno lui morirà... e io avrò una casa tutta per me in centro, senza dover rendere conto a nessuno».
«Quindi il vecchio cocainomane ti ha addirittura messa a testamento?». Ma a quella domanda Nasha decise di non rispondere. L'allievo proseguì: «Se una persona è tutto quello che ha, se al di fuori dei soldi non è niente... ci sta che crepi senza che a nessuno gliene freghi qualcosa di lei... qualcosa a parte il cash, intendo. O no?». 
«E cosa ci sarebbe al di fuori dei soldi a questo mondo, scusa?» domandò Nasha all’allievo, perplessa.
«Che ne so, l’arte, la bellezza, il sapere… Non ti piacevano gli egizi?». 
«Eh, ma quelli sono una passione di quando ero bambina… Non so come tu abbia fatto a risvegliarla». 
«Quindi da bambina non pensavi ai soldi, al Cartier, all’appartamento eccetera eccetera». 
Nasha, prima di spegnere la sigaretta nel posacenere appoggiato al tavolo, fissò il pavimento malinconica, senza dire nulla, con le gambe accavallate. L’allievo le fece cenno di alzarsi e l’abbracciò con tenerezza, come se stesse abbracciando una sorella mai avuta. E poi un bacio, i prodromi di un nuovo amplesso, un telefono che squillava. «Devo andare» disse Nasha all’allievo. Lui capì e le disse addio, augurandole ogni sorta di bene. Che cosa triste l’arte della seduzione, pensò tra sé e sé una volta rimasto solo. 

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