Gli Epstein files sono ormai cosa pubblica: rilasciati questo mese dal dipartimento di stato degli U.S.A., hanno di fatto riconfermato per l'ennesima volta l'antropofagia del potere in tutte le sue accezioni più scabrose e rivoltanti (certo, qua in Italia ce ne fottiamo abbastanza perchè siamo tutti un po' provincialotti e pensiamo soltanto al nostro circolino o all'erba di quello di fronte, però in America le cose stanno diversamente). Sembra tra l'altro che in una email di Epstein del duemilaundici si faccia riferimento a una conversazione avuta da quest'ultimo con Bill Gates in merito al "come far fuori i poveri per intero", in pieno stile Kappa di Akutagawa (non per niente nel qui presente articolo, ancora prima della pubblicazione degli Epstein files, mi ero chiesto: Chissà se gli inutili schiavi che verranno, una volta diventati soltanto un peso per i padroni, verranno pure loro trucidati). Questi ragionamenti deve averli fatti anche Sam Esmail una decina di anni fa, tant'è che Mr. Robot è una serie che parla di hacker anarchici, di megacorporazioni onnipotenti, di supermega ricchi che giocano a fare Dio ricadendo tuttavia nei soliti schematismi mentali innescati dall'umano, troppo umano contrasto tra il principio del piacere e il principio di realtà: le strategie di sopravvivenza di cui quel genio che (era) Ikuhara Kunihiko; il cosiddetto coping, come si direbbe nell'oggidì.
Elliot Anderson, interpretato da un formidabile Remi Malek, è un genio dell'hacking che di giorno lavora nella cybersecurity e di notte fa Batm... ehm il capo della fsociety, un gruppetto di geniacci il cui obbiettivo è hackerare a morte la ECorp, una supermega ditta che racchiude in sé il monopolio del settore bancario, del settore energetico ecc. degli U.S.A. e getta. Gli hacker di Mr. Robot si ritrovano ad hackerare in una sala giochi abbandonata con i cabinati e il banco bar, un luogo tipico dell'immaginario late millennial di inizio anni duemila; c'è il nerd grassottello con gli occhiali, l'iraniana bella e geniale che dice che l'America per quanto riguarda le libertà personali è sicuramente meglio dell'Iran, però diamine, i suoi genitori c'hanno da pagare il mutuo, stanno inguaiati con i debiti, della sanità poi non ne parliamo. Ci sono anche Darlene, la sorella di Elliot, una softgoth cazzuta che sembra quasi provenire dalle mie fantasie bagnate di millennial venuto su a pane, Placebo e videogiochi Atlus; Angela, l'amica d'infanzia di Elliot che vorrebbe dargliela ma non può perché lui è strano, non ci sta con la testa, c'ha le personalità multiple, i daddy issues, i poblemi con la droca. Perché Angela ha la faccia pulita, anche se la Ecorp a quanto pare gli ha avvelenato la madre, suo padre non è il suo vero padre e tutte quelle solite robe tanto melodrammatiche quanto cliché. E poi sì, ritorniamo sempre lì, i debiti: Mr. Robot fa presa perché, almeno nella prima stagione, riesce pienamente a intercettare il disagio del suo pubblico di riferimento, una classe media composta da trentenni/quarantenni che si sentono traditi dalle generazioni precedenti, i cosiddetti boomerdemmerda, quelli delle vacche grasse e dell'happy consumerism. E quindi le proteste, lo sfasciamo tutto che stiamo un poco incazzati, il lato oscuro della tecnologia, il sacrosanto moloch del carrierismo all'americana relegato ai siparietti stupidi di Tyrell Wellyk, che si mette letteralmente a pecora di fronte ai superiori e poi apre la porta, esce e va a picchiare con disgusto i barboni per le strade. Il pubblico di riferimento di Mr. Robot sa che ormai fare carriera è un'inculata, che in una società satura di materialità le cose più preziose non si possono comprare, che in un mondo di solitudine la sfida più grande è non impazzire perché la pazzia è quasi sempre figlia di stanze vuote e famiglie sfasciate. Ed ecco Elliot che più che lottare contro gli altri (tanto gli basta digitare un IP su Putty e scrivere due righe a caso sul terminale di Kali Linux per risolvere qualsiasi problema materiale), lotta contro se stesso, annegando nei propri cope di disadattato.
In Mr. Robot i personaggi sono tutti pazzi, ma proprio tutti: forse soltanto l'iraniana si salva. Se Elliot finisce al gabbio allora il direttore della prigione deve per forza essere un maniaco psicotico con traffici loschi nel dip ueb; se Elliot rimorchia per strada una cerbiattina con la frangia e se la porta a letto omg, guardacaso è una drug addicted fragile come il vetro; di Tyrell e sua moglie poi non ne parliamo, molte volte mi sono chiesto come facessero a vagare a piede libero per Nuova York senza essere stati imbottiti di sali di litio (un rimedio che tra l'altro avrebbe sicuramente fatto molto bene a Elliot e alle sue personalità multiple). L'antagonista principale dello show è Whiterose, il ministro degli affari esteri cinese, che comanda la Dark Army, un mix tra la setta apocalittica di Jim Jones e l'ISIS (entrambe invenzioni occidentali che poco c'entrano con l'oriente, a parte le mascherine giapponesi indossate dagli adepti/soldati). Manco a dirlo, poi, neanche tra i ranghi della Dark Army la normalità è di casa, e si assiste a efferati omicidi e suicidi e attentati e cospirazioni che manco la Seele di Evangelion. Perché il ministro è omosessuale e in Cina queste cose non vanno bene, quindi il mondo è sbagliato e Kaw... ehm Whiterose deve scendere nel central dogma e unirsi a Lilith innescando il Third Impact. Il capo della Ecorp invece si pente, si redime, quindi il capitalismo sì che fa schifo, l'Occidente si che fa schifo, ma almeno c'è sempre spazio per un minimo di libertà, quindi cope. Perché i cinesi sono katifi, manipolano e non hanno pietà di nessuno, e per di più supportano il Trumpettone, che nel mondo reale però è amico di altri. Negli U.S.A. e getta, tra l'altro, cosa fondamentale, ci stanno i supereroi tipo Elliot, che da soli possono salvare il mondo e redimere le cazzate di tutti gli altri, perché si sa che il superomismo altro non è che un surrogato cristologico atto a sopperire la mancanza di senso portata dalla cultura materialistica più efferata.
Durante la fruizione dell'opera, pur riconoscendo il valore del dramma umano che in essa si cercava di rappresentare, ho quindi avuto grossi problemi con la mia soglia della credibilità (se mi fossi trovato di fronte a un anime o a un fumetto, la cosa sarebbe stata indubbiamente diversa). Tutto il discorso della sofferenza psicologica è spettacolarizzato e abusato in modo irrealistico (poi se ti entra un delinquente mitomane in casa puntandoti una pistola alla testa per poter assistere in prima persona a una seduta tra te e la tua psichiatra sti cazzi, direi); i potenti del mondo, ossia la Seel... ehm il Deus Group, si appoggiano a UNA SOLA BANCA che tra l'altro ha ben DUE SOLE GUARDIE che Elliot e sua sorella aggirano senza troppi problemi; chi riceve un colpo di pistola nella pancia o una coltellata al petto si rialza subito dal letto di degenza e se ne va in giro a correre ed hackerare e a fare e a dire come se niente fosse; gli hacker decidono di okkupare la casa dell'avvocatessa della Ecorp (quindi non di una persona qualunque), la mandano via facendo impazzire i gingilli elettronici del suo appartamento tech e né quella né qualche suo parente si fanno più vivi per mesi; le reazioni dei personaggi d'altro canto sono quasi sempre efferate: spesso chi sembrava una persona normale a un certo punto sbarella e ammazza qualcuno, come se il regista, non sapendo come gestire i personaggi secondari, ogni tanto senta il bisogno di ripulire un po' la cache. Ciò detto, la prima stagione senz'altro è buona: le influenze di They Live di Carpenter, l'episodio pilota girato dal tizio di Uomini che odiano le donne (i film con la gotica punkettona hacker, mamma mia, mi sto emozionando), le stupidate di Tyrell (personaggio tra l'altro gestito malissimo), la vita quotidiana di Elliot, del suo capo che gli vuole bene e della sua cumpa di amichetti hacker disagiati. Ma più le stagioni vanno avanti più il regista, molto probabilmente dopo essersi visto Evangelion, Boogiepop Phantom e Le Iene in loop sotto l'effetto di qualche droca, inizia a voler strafare, e le cose si fanno sempre più fumose, improbabili e kitsch. Questo mi fa pensare che in un mondo dominato dalla finzione, gli autori più blasonati sembrano essere i primi ad aver perso il concetto di "realismo" (e comunque ci sono anime molto, ma molto più realistici e meno infantili di questo tipo di serie televisive, anche se in essi appaiono robot giganti, orfanelle e quant'altro).
E infine, per concludere, niente: la serie ha intrattenuto, ha divertito, forse ha un po' sviato le problematiche sociali sul psicologico, una tendenza molto comune nei tempi moderni (i.e. sei TU la società, quindi se la società fallisce è perché sei TU a fallire e se la società si migliora è perché sei TU a migliorare ecc., come se l'individuo singolo e solitario nel mondo reale potesse realmente influenzare le decisioni di Stati, governi, multinazionali, potentati economici ecc.). Tutto si riconduce all'ingigantimento puerile del trauma, al solipsismo personale; in fondo anche lo spettatore è un po' Elliot, e tra l'altro la serie è in vendita su Amazon Prime e il rapporto morboso tra Dominique e Alexa non penso sia stato messo lì a caso a confermare per l'ennesima volta che in America le persone sono sole. E questo è tutto direi, ora vado a cagare, poi doxo una banca di Cipro e faccio un punto slash robinhood.sh per girare tutti i soldi dai conti correnti dei multimiliardari a quelli dei sempre più numerosi poveracci a rischio di sfratto. E datemi pure un dreamworld alternativo in stile episodio ventisei di Eva in cui tutto nel mio passato fila liscio, dato che ci siamo. E che cazzo Sam, pure io so' Elliot, no? (Cope).




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