La Macchia Umana, di Philip Roth (4/5)
La Macchia umana è il primo libro che ho letto di Philip Roth, scrittore che di certo non ha bisogno di presentazioni. Nell'immaginario di inizio anni duemila il titolo era abbastanza noto per via del famoso adattamento filmico con Antony Hopkins e Nicole Kidman (mi ricordo che mia madre aveva la VHS). La storia narra di Coleman Silk, un professore universitario in pensione con un segreto: è un bianco con genitori neri (cosa geneticamente possibile, infatti Roth per creare il personaggio si era ispirato a una persona realmente esistita). Coleman fonda quindi il suo successo personale su una menzogna: ben consapevole della condizione dei neri americani nella sua epoca (nel flashback sul suo passato colpisce molto il fatto che abbia perso il primo grande amore della sua vita, una ragazza bianca di buona famiglia, dopo avergli fatto conoscere i genitori afroamericani), Coleman si spaccia per bianco, tant'è che, ironia della sorte, alla fine della sua carriera una innocente battuta su due allievi di colore (li chiama niggas o qualcosa del genere) gli costa uno scandalo che lo spinge all'isolamento. Ritornato quindi a una condizione di marginalità sociale, Coleman fa amicizia con lo scrittore Nathan Zuckerman, una sorta di alter ego di Roth che fa da io narrante (una voce fin troppo onniscente, soprattutto nelle lunghissime disgressioni sui personaggi), e si trova un'amante di trent'anni più giovane, la bidella Faunia, che gli è socialmente agli antipodi. Paradossalmente Coleman ha mentito per far carriera, Faunia invece mente sul suo analfabetismo (in realtà sa leggere e scrivere) per fare tutto il contrario, ossia per rendersi completamente estranea e invisibile a quel tritacarne che è la società americana.
Fiesta (Il sole sorgerà ancora), di Ernest Hemingway (3/5)
Uno dei romanzi più rappresentativi della lost generation è anche - trascurando Torrenti di Primavera, che era un mero esercizio stilistico - il romanzo d'esordio di Ernest Hemingway, che a parer mio tale rimane, un mero romanzo d'esordio: pagine e pagine di dialoghi che paiono quasi una sceneggiatura, descrizioni e lirismo ridotti all'osso, uno stile di scrittura abbastanza maturo ma non ancora incisivo e riconoscibile come quello dei successivi capolavori. La storia narra di un gruppo di disadattati americani che vive in Francia e decide di andare in Spagna a vedere la corrida: la narrazione in prima persona è di Jake, un veterano della prima guerra mondiale rimasto castrato per via dell'esplosione di una bomba. Con lui, oltre ad altri personaggi secondari quasi sempre ubriachi, ci sono Robert Cohn, un pugile fallito, e Brett, una ragazza libera e indipendente i cui impulsi sessuali incontrollabili porteranno a inimicizie e al deterioramento della "cumpa". Jake è un po' come i manzi che durante la corrida cercano di calmare i tori, quelli come Robert Cohn: forse Brett lo ama ma non potendo consumare con lui si dà ad altri, a individui discutibili, con Jake che la aiuta e consola e corre sempre in giro per lei indossando la maschera del manzo per l'appunto, dell'uomo beta, dell'eterno perdente ridicolizzato dagli dèi. Il tutto si conclude nell'irrisoluzione tipica della vita e delle persone, con Hemingway che getta le fondamenta per le riflessioni ben più mature e indimenticabili di Farewell to Arms.
Il pianeta del Silenzio, di Stanislav Lem (3/5)
Il romanzo, allo stesso modo del capolavoro dello scrittore, quel Solaris che ispirò il colossale film di Tarkovskij, tratta del "contatto" tra gli esseri umani e gli alieni. Fiasko, questo il vero titolo dell'opera, non presenta tuttavia le sfumature psicologiche e sentimentali tipiche di Solaris, e ciò lo rende molto meno attrattivo e abbastanza dimenticabile. Anche lo stile di scrittura cambia: Fiasko è un romanzo duro come il marmo, con una prima parte hard SF praticamente inutile (l'esplorazione di Titano da parte del "protagonista" della storia, un pilota di giganteschi robottoni minerari) e pagine e pagine di elucubrazioni filosofiche e pseudoscientfiche che non rispettano minimamente la regola del show don't tell, tant'è che l'inizio della trama vera e propria del libro, quella del contatto tra l'astronave ipertecnologica Hermes e i misteriosi abitanti del pianeta Quinta, avviene pressoché a metà libro. A questo punto le cose si fanno interessanti: gli umani cercano di comunicare con gli alieni, ma questi ultimi gli ignorano, agendo in una maniera a loro incomprensibile. I nostri quindi si scaldano, si sentono feriti nell'orgoglio e pertanto, nei loro ragionamenti, proiezioni psicologiche e tattiche militari non riescono, allo stesso modo di DEUS, il supercomputer senziente da loro stessi creato, a smarcarsi da una natura violenta e oppressiva e dall'irrinunciabile dogma dell'antropocentrismo. Il contatto con gli alieni diventa quindi un Fiasko, l'incomunicabilità diventa sovrana e i Quintani, incomprensibili fino all'ultima pagina del libro, verranno infine bombardati e trucidati dagli esseri umani. In questo libro scorre quindi potente la tradizione della fantascienza vecchio stile, quella in cui gli autori scrivevano soprattutto per accrescere la consapevolezza dei loro lettori in merito a fatti o verità spesso taciute. Quel tipo di fantascienza che era stata poi spazzata via dagli effetti speciali e dal disimpegno di Guerre Stellari, per intenderci, e contro la quale lo stesso Lem si era più volte scagliato. Peccato però per la forma: Il pianeta del Silenzio o Fiasko che dir si voglia avrebbe potuto essere migliore in duecento pagine anziché quattrocento, e sembra quasi che il suo autore l'abbia annacquato il più possibile soltanto per il gusto di descrivere paesaggi cosmici e siderali da capogiro o di masturbarsi con mindfuck enciclopedici ai quali pochi lettori contemporanei riuscirebbero comunque a sopravvivere.
Il grande mantenuto, di Alberto Ravasio (3/5)
Prendere per il culo gli italiani è come sparare sulla croce rossa; ma Alberto Ravasio sull'ambulanza sa sparare abbastanza bene. Diciamo che essendo un millennial classe novanta come il sottoscritto è abbastanza pungente, forse depresso, forse incazzato, non saprei; la satira comunque va a colpire nei punti giusti, i soliti punti dolenti sui quali la narrativa millennial quasi sempre si sofferma: l'aver vissuto la crisi dei subprime; l'aver avuto contatti con la generazione di analfabeti che votavano DC, si compravano la casa con "cinque milioni di lire, due vacche un pagherò" e andavano in pensione a quarant'anni; l'esser cresciuti soli nel proprio titanismo di rivalsa sociale e intellettuale; l'aspettarsi che la società italiana dopo la Grande Devastazione del duemilaotto fosse ancora in grado di accoglierci con tutte le nostre qualifiche e tutte le nostre pretese. Il millennial modello è un individuo fuori tempo massimo, quello arrivato alla festa proprio quando si stava sbaraccando: il protagonista di Ravasio infatti vorrebbe vivere come un uomo del novecento quando in realtà la società è ripiombata nell'ottocento, con l'ascensore sociale bloccato, i ricchi sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e il mondo culturale ridotto a una pagliacciata. Il libro è un lunghissimo, divertente pistolotto che non perde mai il ritmo della battuta o della satira grottesca, e riesce a fare una strage colpendo i contadinotti di provincia, l'editoria in tutte le sue decadenti perversioni, gli ambienti altoborghesi del privilegio intellettualoide, le femministe che lottano contro il patriarcato con i soldi del padre o del nonno ecc. A ogni pagina c'è almeno una perla: cose del tipo "Eterno catechista, devoto alla sua mamma e alla Madonna, cioè alla mamma di tutti, a vent'anni si era fidanzato con zia Mastrolinda, vicina di casa, quasi parente, anche se a mezzo secolo dal matrimonio si lamentava di non aver scopato abbastanza, di aver dato troppa retta ai preti". Oppure: "Sofia si rifiutava di incontrarmi e il minimo avvicinamento ai luoghi nei quali studiava era assalto stuprante, maschilismo prevaricatore, dovevo stare lontano dalla biblioteca, dal dipartimento, commentavano le amiche, dovevo stare solo, guardarmi dentro, disintossicarmi dalla virilità. [...] Mentre Sofia conosceva ogni mio pensiero io restavo all'oscuro di tutto sempre". Oppure ancora: "Nel mio caso diventare scrittore c'entrava poco con l'immortalità attraverso la carta, volevo fare lo scrittore per emanciparmi dal contesto in cui ero nato, per sbarazzarmi dei troppi padri. Volevo nascere dal niente, direttamente da me stesso, volevo nascere dalla mia testa. Senza soldi però ero costretto a tornarmene indietro, sul luogo del battesimo, la cultura non era più uno strumento di riscatto, era un discensore sociale". In quest'ultima bordata tra l'altro si legge il tema portante del libro: ossia che in una società di ex arricchiti ormai arrancanti, ma ancora ben infarcita di americanismo, berlusconismo e della mentalità individualista che ne deriva, il più grande scandalo o oscenità non è tanto il sesso o l'imbruttimento culturale o sociale, ma l'avere il portafogli vuoto. Un altro passaggio cruciale è infatti il seguente: "Gementi, piangenti e nullatenenti, ci affidavamo alla nostra fede cattohollywoodiana secondo cui, potendo diventare chiunque ovunque, il tuo dio eri tu nel futuro, quando in realtà il sogno americano, al pari di ogni religione, non funzionava e non funzionava specialmente in Italia, paese feudale, gattopardiano. Ci fingevamo sicuri, globalizzati e smart, ma avevamo paura, tutto era a portata di mano e tutto ci sfuggiva, avremmo voluto ansconderci, sparire e forse avremmo solo dovuto denudarci politicamente, ammettere a quelli come noi che anche noi come loro, come tutti, eravamo impotenti, sperduti… [...]". Un libro molto intelligente e pungente quindi, anche se personalmente a livello stilistico non mi ha detto molto (poche descrizioni, pochi dialoghi, giochi di parole divertenti ma dopo un po' ripetitivi: è praticamente un saggio romanzato di altri tempi aggiornato al calvario millennial).




L'ultimo tizio è l'autore anche del "Guglielmo Sputacchiera" che (forse?) ti avevo consigliato diversi anni fa, e pareva avere un po' più di concretezza, anche di sociologia minimale, al di là del salutare gioco linguistico. Oltretutto, dalla tua recensione ma anche da altre, non riesco a capire se "Il grande mantenuto" abbia una trama, nel senso di una perturbazione dell'ordine che va affrontata e ci si aspetta arrivi a un nuovo equilibrio; mentre lo Sputacchiera perlomeno qualcosa aveva, per quanto derivativo.
RispondiElimina(Permettimi di buttare qui una cosa, sulla base di un commento scorrelato che ho letto di recente. Bergamo degli anni 2010 e oltre nuova capitale del postmodernismo e della "letteratura consolatoria" italiana dopo Bologna negli anni '90-2000? speriamo di no! se si leggono opere italiane d'ora in poi bisognerà assicurarsi che l'autore venga dal (Tri?)Veneto o al massimo dal sud! Fine dell'appunto.)
Sul resto, prevedibilmente, non ho conoscenze per aggiungere qualcosa, o contestualizzare le tue recensioni. Soltanto sull'opera di Lem, di cui ho una vaga idea, speculerei che si tratti più che altro di amore per il potere immaginifico della letteratura e che i lettori dell'epoca l'avrebbero recepito come tale. Poi probabilmente già lo intendevi tu.