Quando da piccoli si impara a camminare, inevitabilmente si cade. Le ginocchia magari sbattono per terra e si sbucciano, fuoriesce del sangue e la cosa ci spaventa. Qualcuno, solitamente la madre, si preoccuperà di disinfettarci la ferita, ci prenderà in braccio, ci rassicurerà. Dopodiché i tentativi di andare avanti da soli senza cadere aumenteranno. La vita, quella reale, è tutta così, o almeno dovrebbe essere così. La maturità, sempre quella reale e non quella simulata o ostentata, è tutta forgiata sul dolore. I sentimenti non sono innati e si impara ad amare sbagliando, causando sofferenza negli altri e provando sofferenza noi stessi, e tutto ciò è inevitabile. E nondimeno, paradossalmente, quella cosa che nessuno insegna è fondamentale per la preservazione della vita. L'osservazione fondamentale del libro di Morioka Mashiro (professore di filosofia ed etica alla Waseda University nonché conoscente e corrispondente personale di Shito) che dà il titolo a questo post, quella su cui egli costruisce la sua visione, riguarda proprio ciò che lui definisce "gioia della vita". Secondo Morioka, il vero vivere è una trasformazione che avviene in noi stessi dopo che, tramite esperienze reali con altre persone, abbiamo provato della sofferenza ed effettuato degli sforzi che in qualche modo ci hanno rinnovato. Non serve scomodare il misticismo per capire questa asserzione: siamo esseri ciclici e transitori e come l'araba Fenice siamo destinati a rinascere dalle nostre ceneri. Cosa succede tuttavia se tutto un modo di vivere, se tutta la società che ci circonda, si basa sull'eliminazione del dolore e della fatica? Semplice: le persone non cresceranno, non impareranno mai a camminare, né ad amare. Nella sua opera, guidato da Fromm e Huxley (che cita apertamente), Morioka compie un'analisi molto lucida, cercando di risalire all'origine fenomenologica della civiltà odierna dimostrando una grande conoscenza della natura umana. In questo post, scriverò della visione di Morioka aggiungendo delle considerazioni mie personali.