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sabato 1 agosto 2026

The only neat thing to do: un (morboso) racconto di James Tiptree Jr.


 James Tiptree Jr. in realtà è una donna, un'autrice di fantascienza che pubblicava racconti e romanzi sotto pseudonimo maschile quando quel tipo di letteratura era al suo apice (ossia il periodo che va dagli anni settanta alla fine degli anni ottanta). Di lei, in Occidente, a parte qualche femminista interessata più a politicizzarla che a comprenderla, nessuno si ricorda nulla: in effetti, come scrittrice, inutile nascondersi dietro a un dito, la Tiptree fa un po' cacare. Scrivo questo perché, a parer mio, nonostante le sue storie siano insolite, oscure e conturbanti per il loro tempo, purtroppo, come faceva notare il buon Céline, la letteratura è innanzitutto una questione di stile, e lo stile della Tiptree è abbastanza anonimo, fumettoso e scadente. Ciononostante, in Giappone, almeno presso quella generazione di "adulti" che la leggeva negli anni ottanta, la Tiptree è un mostro sacro. Questo perché nella sua raccolta di racconti The Starry Rift è presente un lolicon drama dalle venature kamikaze, ossia The only neat thing to do ("L'unica cosa pulita da fare"). In questo caso, la cattiva scrittura della Tiptree, oltre ai personaggi e alle tematiche del racconto, fa molta presa sui giapponesi: The only neat thing to do, con i suoi dialoghi ridicoli con tanto di onomatopee nel parlato, di fatto è un manga che avrebbe potuto nascere dalla penna di una Takemiya Keiko a caso, e infatti la copertina della vecchia edizione giapponese del libro, come si vede dall'immagine che ho messo in intestazione, parla chiaro. Inutile dire che questo libretto sia finito nelle mani di lolicon acclamati come Anno Hideaki, creatore di Evangelion, o Kitoh Mohiro, creatore di Narutaru; ma prima di parlare di giapponesate andiamo per ordine e riassumiamo un attimo la trama. 

giovedì 18 giugno 2026

Venti anni o duecento anni? Riflessioni personali


Me ne sto per i fatti miei seduto alla fermata del bus e mi si avvicina una coppia sulla ventina. Capelli ricci e mascellone lui, facciotta da barbie e fisichino palestrato lei. Comunicano tra loro dozzinalmente, manco fossero due IA; la loro interfaccia col  mondo circostante non è il tatto ma lo smartphone, che maneggiano con velocità e precisione chirurgica. A occhio penso di avere sedici anni in più di loro ma mi sento come se ne avessi molti, ma molti di più. Di fatto due persone del genere non c'entrano nulla col mio vissuto e il mondo che mi ha formato. Eppure quel tipo di persone sono ormai ovunque. A casa ho una foto della mia classe di seconda media: ragazzini tutti diversi tra loro, tagli di capelli diversi, vestiti diversi, una generale sensazione di futuro che anima i loro sorrisi. A osservare i ragazzini di oggi invece mi sembra gli manchi soltanto il codice a barre in testa. È inutile negarlo, da quando avevo sedici anni a ora che ne ho trentasei sono cambiate troppe cose. Quei vent'anni che sono passati me ne sembrano duecento, di anni.

giovedì 16 aprile 2026

Addio alle armi, un romanzo di Ernest Hemingway


Ero da tempo alla ricerca di un libro in cui perdermi, di una storia che in qualche modo mi catturasse portandomi in un mondo altro ben distante da questa rovinosa contemporaneità che tutti stiamo vivendo. Un sabato pomeriggio, spulciando tra gli scaffali del secondo piano della Feltrinelli di Torino, sotto consiglio di mia madre, direi che questo libro l'ho infine trovato. Farewell to Arms mi  ha permesso per un po' di giorni di fuggire dalla realtà ma è comunque una letteratura del reale, con i suoi dialoghi secchi, le sue descrizioni quasi cinematografiche, i suoi avvenimenti di guerra in cui l'invenzione autoriale è palesemente ridotta al minimo (Hemingway fece effettivamente l'autista di ambulanze in Italia durante la WWI e durante quel periodo ebbe altresì una storia d'amore con un'infermiera inglese). I luoghi narrati sono anche i miei di luoghi, dei luoghi in cui ho amato, e forse è anche per questo che il romanzo mi ha preso così tanto: Milano, Udine e l'alto Vicentino. 

giovedì 2 aprile 2026

Rivedere Megazone 23 nel 2026


"Il mondo sta cambiando, non sarà più possibile vivere facendo ciò che ci piace", ammette a un certo punto uno dei personaggi di Megazone 23, un OVA che un Io abbastanza diverso da quello attuale aveva recensito molti anni fa. Il cartone animato, o anime che dir si voglia, è un prodotto degli anni ottanta, gli anni della guerra fredda e del (fittizio) boom economico giapponese, la cosiddetta baburu keizai, per chi volesse approfondire. La storia è questa: Shogo è un ragazzotto che si muove per una vibrante,  colorata e caotica Tokyo anni ottanta; a un certo punto entra per caso in possesso di una gigantesca moto in grado di trasformarsi in un robottone, un'arma segreta sviluppata dal governo; poi vabbè, conosce la bella Yui, la tipica ragazza che la darebbe volentieri a un vecchio pur di avere una parte in un film di serie B (trattasi di una questione etologica, diciamo, forse non c'entra lo spirito del tempo). Messa così sembrerebbe una roba banale, e in effetti 'sto Megazone 23 un qualcosa di banale lo è, dico almeno a livello di sceneggiatura (come mai i militari ammazzano la ragazzina che gira il film amatoriale sulla supermoto di Shogo ma lui di fatto è libero di tenersela e di farci ciò che vuole? Boh!). La cosa che nel duemilaventisei colpisce duro, comunque, è la seguente: la Tokyo in cui si muovono i personaggi, o meglio,  il mondo di benessere e prosperità in cui avvengono le vicende, di fatto è una simulazione gestita da un supercomputer, il cosiddetto Bahamut (e no, Matrix non esisteva ancora nel 1985). E  il mondo reale è cosa ben diversa dall'illusione: la Tokyo dei miracoli economici di Shogo e dell'arrapata Yui è un  simulacro contenuto all'interno di un'astronave gigantesca i cui militari, gli unici a conoscere il segreto di Bahamut, sono in perenne lotta contro indecifrabili forze aliene. Una volta che Bahamut viene spento dagli uomini di guerra e potere, ed ergo il velo di Maya squarciato, Shogo, Yui e compagnia brutta devono imparare a fare i conti con un mondo completamente diverso da quello a cui erano abituati. Ma non ne hanno gli strumenti, sono stati colti alla sprovvista.  

mercoledì 4 febbraio 2026

Riflessioni di un essere umano

 

Apro gli occhi. Sono ancora io, sono ancora una coscienza. Non lo sono sempre, né lo sarò per sempre: spesso dormo e mi annullo, anche se ho gli occhi aperti; talvolta divento qualcun altro, mi comporto in dei modi che poi, a posteriori, mi sembrano poco coerenti con l'idea che ho di me stesso. Ho un brutto rapporto con l'impermanenza, quindi cerco l'immobilità: ed ecco che mi siedo, chiudo gli occhi e osservo i miei pensieri scorrere in uno dei rari momenti in cui sono veramente lucido. Fluiscono meccanicamente, seguendo catene causali radicate in una scatola nera chiamata subconscio. Il desiderio, il velo di Maya, l'esserci a intermittenza, senza alcuna vera risoluzione. L'alternativa è illudersi, lasciarsi corrompere da sé stessi, fissare dei respingenti tra le confusionarie carrozze del proprio animo. 

domenica 23 novembre 2025

Eraserhead, Lynch e il surreale tormento dell'indelebile (by Molly)


Molte volte ci troviamo di fronte ad opere trascendentali, metafisiche ed introspettive. Penso che Eraserhead, lungometraggio immerso in un'impronta simbolica, onirica e psicoanalitica, sia proprio una di queste. David Lynch è un regista noto per l'impronta sfuggente e spesso apparentemente priva di senso delle sue pellicole, una caratteristica che rende impossibile darne un'analisi univoca e concreta. Questo perché l'artista lascia parlare il proprio inconscio, mettendosi in disparte e ricercando il senso, per l'appunto, nel proprio nonsenso interiore.  

Direi che in generale il cinema vanta, per sua natura, un mix di arti diverse: immagini, musica, dialoghi. Ma in concreto si tratta di un modo di narrare che si fa strada principalmente mediante la vista, la più immediata modalità della percezione. Le immagini sono più veloci nel parlare all'inconscio rispetto alle parole e Lynch lo sa benissimo, tant'è che pare quasi ricercare nello spettatore una sorta di compatibilità emotiva. E la mia, in questo caso, l'ha sicuramente trovata. Eraserhead, indipendente opera prima (parlando di lungometraggi) di Lynch, girata a strettissimo budget nell'arco di cinque anni, rappresenta, a detta dell'autore, il suo film più personale e spirituale, ed è certamente reo di avermi regalato, nella sua angosciante atmosfera, una delle esperienze più affascinanti della mia vita.

lunedì 13 ottobre 2025

Alla ricerca del tempo perduto: Riflessioni

 

Mi guardo intorno e mi sento al tramonto dell'umanità: un collega felice, quasi come se vivesse in una bolla tutta sua, parla sempre del suo bambino, e io francamente non so proprio cosa dirgli. Non posso di certo dire che l'umanità è sempre meno umana, che le macchine a breve distruggeranno completamente la cultura, l'arte e le emozioni. Che il suo bambino avrà una vita molto difficile, essendo il figlio di un impiegatuccio con un mutuo a carico ed essendo la società italiana ormai un colabrodo. Mi rifugio quindi nella lettura dei classici, una pratica che nell'oggidì mi pare una cosa da selvaggi, da anticonformisti (la scrittrice affermata che tiene il mio corso di scrittura, quando le ho detto che leggevo Proust, mi ha guardato come se fossi stato un alieno). Allora sì, fuggo tra le pagine, fuggo in epoche in cui si respirava ancora quella sensazione di vera "umanità". La recherche du temps perdu, nel mio presente, in particolare in questi ultimi otto/nove mesi di vita, è stata proprio ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere alla disumanità del mio, di tempo. Con molto rammarico ne ho quindi raggiunto la parola "FINE" (tutto maiuscolo). Di certo questa è un'opera che il me stesso ventenne non sarebbe mai stato in grado né di comprendere né di completare, quindi a fine lettura mi sono sentito in qualche modo "cresciuto", anche se pur sempre impotente. Forse la crescita è realizzazione di questa impotenza, di questa rassegnazione che mi limita a guardare la tragedia del mondo, delle persone e del tempo con tristezza, senza poter fare nulla dall'alto della consapevolezza acquisita grazie all'invecchiamento. In questo post analizzerò (ovviamente a mio modo) il capolavoro Proustiano: non rientra di certo nelle mie intenzioni scriverne un'inutile recensione pseudocritica o pseudoaccademica, dato che il web e le biblioteche sono pieni di saggi e disquisizioni a tema. 

martedì 12 agosto 2025

Vedere Candy Candy nel 2025: Considerazioni di un lettore


Questo mio lettore, Seele94, è uno dei pochi che mi son rimasti, ossia uno di quelli dello zoccolo duro che mi ha letto fin dal principio, quando ancora stavo su Animeclick. Lui vive in provincia di Taranto, nella più totale miseria sia umana che economica: una sorta di Rosso Malpelo dell'oggidì, un Rosso Malpelo tuttavia privato di qualsivoglia forma di titanismo o simbolismo. Un atomo debole, solo e dimenticato da tutti perché le priorità oggi sono altre, ed è impensabile che un "intellettuale" di punta contemporaneo torni a parlare di quella vetusta cosa che è la questione meridionale, o tantomeno dell'allarmante fase di totalitaria "post umanità" in cui il capitalismo leggero iper tecnologizzato sta traghettando la nostra (purtroppo ancora bestiale) specie. Questo mio lettore ama i cartoni animati d'annata (o "paralitici", come ama definirli con amara ironia), e di recente l'aver visto Candy Candy l'ha in qualche modo colpito. Ebbene sì, Candy Candy. Proprio quello, oggi, nell'Italia del 2025, quella in cui se non mostri un culo o qualche vacanza prodigiosa su Instagram sei automaticamente etichettato come un fallito. Quindi gli ho detto: "E allora scrivici qualcosa su questo Candy Candy, così te lo pubblico io. Non ti leggerà quasi nessuno, ti avverto: ma almeno avrai scritto, e scrivere aiuta a rielaborare un po' le cose, e a soffrire di meno". Ed ecco quindi le onestissime considerazioni di Seele94 su Candy Candy. La parola  ora la lascio a lui. 

domenica 27 aprile 2025

Rivedere Ideon nel 2024


Ho provato a vedermi una serie Netflix a tempo perso: ho resistito un episodio, uno soltanto, poi ho smesso. Ho pensato: "Perché devo sprecare il mio tempo così?" E allora niente, siccome ho da poco rivisto La Rivoluzione Utena, decido di rivedermi anche Space Runaway Ideon, un anime che mi ossessionò non poco durante gli anni universitari. Ideon è austero, duro, un calcio sui denti, un po' come lo erano i laboratori al terzo piano sottoterra della facoltà di fisica di Torino. Le vecchie sale computer vicino all'entrata, le lavagnette, il silenzio e poca gente che vagava assorta nei suoi pensieri. I corridoi claustrofobici, che ai miei occhi presero vita soltanto quando li vidi percorsi dal cammino incerto di una ragazza alta e magra col caschetto, che avevo portato lì in qualità di fidanzata giusto per farle vedere i luoghi della mia solitudine (tra l'altro le scrissi una poesia che finiva con qualcosa del tipo "grazie a te non sono più solo"). Ma  prima di lei, quando il professore spiegava i buchi neri alla lavagna, io nel mentre pensavo al robottone che i buchi neri li creava ad hoc per distruggere i nemici. Ero proprio un otaku, sì, uno di quelli veri. E allora a trentaquattro anni (questo post l'ho scritto l'anno scorso) decido di rivedermi Ideon, e la cosa mi manda inevitabilmente indietro nel tempo. Il mondo è cambiato: la pandemia ha resettato la mia vita precedente, portandomi di fatto in un "mondo nuovo" fatto di persone ancora più sole e alienate di prima; alla pandemia è poi seguita la possibilità di una guerra mondiale atomica, più un genocidio tutt'ora in corso. Tante pecore incapaci di pensare, tanta tecnologia, le imminenti intelligenze artificiali, il potere sempre più  potente e sfacciato, nonché le crescenti difficoltà di riuscire a comunicare col prossimo,  sempre se nella testa del prossimo, effettivamente, ci sia qualcosa di diverso dalla spazzatura (quest'ultimo punto tra l'altro è uno dei temi portanti di Ideon). Insomma, il 2024 è il periodo giusto per rivedersi un anime figlio della guerra fredda, una situazione storica molto simile a quella attuale. Paradossalmente Ideon, pur vantando contenuti tremendamente maturi, è un anime rivolto ai bambini; ma ricordiamoci che era pur sempre il lontano 1980. Ora invece per l'intrattenimento ho come l'impressione che valga la regola opposta: opere tremendamente infantili che hanno come target principale gli adulti. Com'è cambiato il mondo, eh?

sabato 14 dicembre 2024

I pilastri dell'umanità


"Non mi piacciono i ragazzi che si isolano" ha detto una collega ad altri colleghi in un'oziosa discussione di fronte alla macchinetta del caffè. Ne ho dedotto che per lei le persone devono essere tutte estroverse e che quelle come me, proprio come vuole la società performativa dell'oggidì, non siano tollerate. Un'altra collega, una bionda molto bella, si ingobbisce, avvicina gli occhi allo smartphone ed esclama: "Uno da quaranta kappa follower mi segue, è famoso!". Sembra proprio che ci uscirà insieme, chi lo sa. Un altro giorno parlo per caso con un influencer di successo che conosco da una vita (ma che evito di frequentare) e, seguendo il filo di un discorso, lui a un certo punto mi dice: "Ieri ne ho provata una magra, conosciuta in chat come tante altre. Deludente, non sa scopare". Mi viene quindi il dubbio che questo individuo, per quanto sgradevole ed egoriferito, venga scelto come partner da molte femmine in quanto in qualche modo visto come "capobranco", o quantomeno come reuccio ben conformato al sistema dei like e dei follow. Qualche psicologo ha detto che femmine hanno una "mente ad alveare", ossia che tendono a conformarsi all'ambiente circostante per inconsce ragioni di sopravvivenza della loro potenziale prole; non per nulla, una volta mia madre, nel mezzo di un discorso, mi confessò: "A me non me ne frega niente della filosofia, io sono pragmatica, ho sempre cercato di adattarmi". Un uomo eterosessuale quindi, per poter aver la garanzia di ottenere del sesso non a pagamento, deve in qualche modo essere attinente alla moda. Tra l'altro ho come l'impressione che le femmine vadano a momenti, a fasi (mi vengono in mente i calendari lunari del matriarcato, basati sul ciclo mestruale). Il loro ventre, dopotutto, è una sorta di orologio che da millenni stabilisce la predisposizione e i tempi di fioritura della vita. Fatto salvo ciò, il vuoto dettato dalla noia, d'altro canto, spinge le persone a ricercare maggiormente il sesso, anche con partner diversi: uno scientista direbbe che ciò è necessario al fine della diversificazione del genoma ("L'infedeltà è figlia dell'istinto naturale // Contribuisce al miglioramento della specie" cantava una volta qualcuno su MTV). Moda e noia sono pertanto due cose fondamentali nella nostra natura: se gli esseri umani fossero tutti asceti refrattari al mondano e perennemente impegnati in attività intellettuali, si riprodurrebbero con una frequenza molto più bassa; d'altro canto, più una persona acquisisce conoscenza e diventa consapevole di sé e della vita, più tende a sviluppare una forma di pensiero tendente al nichilismo o al pessimismo, nonché un mindset che induce a comportamenti antisociali (mi viene in mente CHAЯLY, un film molto discusso su questo blog). "Quando andavo al Leoncavallo dovevo farmi piacere musica di merda per poter skopare" mi disse una volta un metallaro diventato finto ska-boy per rimorchiare. E poi vabbè, gli esempi sono infiniti e sotto gli occhi di tutti. 

sabato 28 settembre 2024

Utena è un anime woke? Ripercorrendo un vecchio capolavoro.


Mi  è capitato da poco di rivedere La Rivoluzione di Utena, un anime che per chi non lo sapesse dà nome, citazioni e grafica a questo blog. Trattasi indubbiamente di una delle serie televisive più importanti della mia vita, nel senso che mi ha fatto (ri)appassionare a questo media quando facevo l'università e mi ha permesso di conoscere il cofondatore di questo blog nonché quella che fu la mia ex, che ne era una grande appassionata (senza Ikuhara Kunihiko a fare da cupido nei miei twenties, molto probabilmente non avrei mai avuto una vita sentimentale). Ciò detto, su questo blog c'è già la ottima recensione di Onizuka90, il cofondatore di cui sopra, uno scritto appartenente a un'epoca passata in cui eravamo più giovani, più ottimisti, vivevamo in un mondo meno "social" di oggi e così via. Ora, a trentaquattro anni, ho voluto fare un esperimento e rivedermi quello che nella nostra nicchia consideravamo il miglior anime di tutti i tempi, un'opera simbolista, filosofica, esoterica, totalizzante e chi più ne ha ne metta. All'epoca la cosiddetta cultura woke non era ancora martellante come nell'oggidì, cosicché, quella che oggi si potrebbe definire come "l'omosessualità di Utena", era  un argomento che nelle discussioni tematiche non veniva quasi mai toccato né considerato. Ora invece, nel duemilaventiquattro, anche alla luce di una nuova leva di animefan che spesso si associano alla cultura woke decifrando Utena in tale ottica (i.e. Utena eroina lgbtq+ che sconfigge il patriarcato rappresentato da Akio e si mette con la mulatta), durante la visione non ho potuto evitare di pormi la fatidica domanda: "Ma non è che l'anime che pensavo fosse una genialata simbolista e allegorica in realtà sia soltanto quello?". Non che ci sia qualcosa di male, sia ben inteso, ma l'anime me lo ricordavo molto più profondo. E infatti, andando avanti con la visione, ho avuto la riconferma che invero Ikuahara voleva andare a parare altrove; e forse questa volta, dico a trentaquattro anni, penso di aver addirittura capito abbastanza chiaramente dove

martedì 13 febbraio 2024

Sanremo, l'italietta e la sua società di bambini


Premetto che non ho mai visto un Sanremo in vita mia, se non qualche spezzone quando ancora vivevo con mia nonna. Ciò premesso, questo Sanremo del 2024 mi è tuttavia arrivato alle orecchie in modo del tutto indiretto per via di un gruppo Telegram che frequento e di un'amica che lo ha seguito e commentato in un gruppo Facebook. Di mio non riuscirei mai ad ascoltare piangine cantate in autotune: io ho bisogno di musica vera ed energica, non di simulacri musicali. Detto questo, ho un'idea ben chiara di come siano andate le cose: e soprattutto che Sanremo sia di fatto lo specchietto, la pantomima del modo di essere di un'intero popolo. Vince la figlia di quello importante con una manipolazione del televoto, cosa ovvia: in Italia ciò che veramente conta è essere figli di qualcuno. Perché sì, nel regno feudale italico vige il fatto che il ricco vale sempre più del povero e non conta come tale ricchezza viene accumulata: il ricco è ricco, il potente è potente, fine. Il vero patriarcato è quello dei figli dei politici che abusano di ragazze con problemi mentali e la cosa viene insabbiata dai giornali; quello della piccola borghesia industriale di provincia, soprattutto del nord, che vota a sinistra, si dice pro-Ucraina e pro-Israele, partecipa alle manifestazioni arcobaleno e allo stesso tempo teleguida la vita dei propri figli educandoli a essere predatori privi di apatia, piccoli fascisti in miniatura tutti dediti all'accumulo di oggetti materiali e al consumo di persone. Tornando a Sanremo, messa da parte la vincitrice, abbiamo poi quella di quarant'anni, la millennial con la frangetta e tante, troppe qualificazioni (addirittura una laurea in fisica mi hanno detto) la quale, per scalare la classifica, deve fare un botto di palestra, usare tonnellate di creme per la pelle e di trucco, mettersi le calze autoreggenti sexy, cantare una canzonetta orecchiabile e così via; tutto questo per poi perdere miseramente di fronte all'inarrivabile, giovanissima "figlia di qualcuno" (un qualcuno tra l'altro defunto, così ci scappa pure la lacrimuccia). Al di là di un possibile discorso generazionale della serie "i millennials, pur essendo iperqualificati ce l'hanno sempre nel culo, anche quando cercano di adattarsi a una contemporaneità che non gli appartiene veramente, sicché sono venuti su con i valori del mondo pre-crisi", questa è di fatto l'esaltazione della spiccata crudeltà della vita: la donna giovane trionfa su quella vecchia; il "figlio di qualcuno" trionfa sul figlio di nessuno; soltanto la fortuna e l'essere nel posto giusto al momento giusto è ciò che conta veramente in una vita dominata dal caos. E qui si arriva alla napoletaneità e ai napoletani. Ora vi spiego perché.  

sabato 27 gennaio 2024

La vera guerra in corso


Il mondo è in guerra, e pure l'Italia lo è: l'invio di navi nel Medio Oriente, così come gli intenti bellici del governo di un paese ormai ridotto alla frutta e completamente asservito alle potenze estere, ricordano molto le scellerate scelte di Mussolini. Certo, le missioni di guerra, con un certo gusto Orwelliano, vengono ora chiamate "missioni di pace"; l'informazione è manipolata come accade nei regimi, ma di fatto sì, c'è una guerra mondiale in corso. Le guerre nella postmodernità sono guerre localizzate nelle quali non conta veramente la vittoria di un particolare schieramento: ciò che conta è che vadano avanti a oltranza, sicché più tali guerre si protraggono nel tempo, più il profitto sul sangue degli innocenti viene massimizzato. Ma ora qualcosa è cambiato: questa non è una guerra come tutte le altre. A Gaza è in corso un genocidio (nota di Maggio 2025: rimando il lettore al libro "Genocidio" di Rula Jebreal), un fatto del tutto taciuto dall'Occidente; c'è addirittura stata una minaccia da parte di un parlamentare israeliano in merito all'utilizzo della bomba atomica (poi ritirata, ma i lapsus freudiani delle persone bastano per capire ciò che loro, nonché gli annessi entourage politici, pensano veramente). La guerra in Ucraina, d'altro canto, ha fatto perfettamente il suo dovere: staccare l'Europa dal gas russo per annetterla agli USA sotto tutti gli aspetti, anche energetici. In questo senso, gli yankee hanno raggiunto il loro obbiettivo, nonostante i soldati Russi stiano facendo stragi di ucraini e avanzando nella mattanza (e benché i nostri giornali più mainstream abbiano detto l'esatto contrario fin dall'inizio del conflitto). In tutto questo, gli schieramenti globali sono i seguenti: USA+Israele+Europa+satelliti Vs Iran+Russia+satelliti (la Cina è un player ambiguo, ma sta comunque rinforzando i suoi armamenti e si muoverà in base al proprio interesse, dando come al solito un colpo al cerchio e uno alla botte). 

venerdì 21 ottobre 2022

Fratelloni & Sorelline (la cosa più radicale da fare)

Era da un bel po’ che volevo (ri)scrivere qui di una serie animata su cui ebbi occasione di lavorare almeno una vita fa, intitolata Gungslinger Girl, tratta dall’omonimo manga di Aida Yuu. Ovviamente, non ne ho più trovato la forza, anzi direi che nel frattempo, volendo trattare davvero dell'opera in questione, bisognerebbe invero parlare della sua versione completa e originale, ovvero proprio il suddetto manga, che si è appunto concluso ormai da anni. Tuttavia, almeno della (prima) serie animata mi era in passato capitato di scrivere qualcosina privatamente, in inglese, a un mio corrispondente giapponese. Si discuteva dei nostri punti di vista sui contenuti ultimi della narrazione in questione. Insomma una cosa schifosamente otaku...


Curiosamente, sempre una vita fa, Gretel ebbe la voglia di tradurre fedelmente lo scritto anglofono di Hansel. Deliziato dalla bontà del risultato (e consentitemelo, leggermi tradotto in italiano mi fa a tutt'ora proprio un buffo effetto), pensai di pubblicare il frutto delle di lei fatiche, raffinandolo e integrandolo giusto un pochino per l’occasione – e così feci. Ma ripeto, anche questo accadeva una vita fa. Ora approfitto di questo spazio in cui sono un ospite, o un abusivo, per ripubblicare lo stesso testo, con ancor minori aggiornamenti e aggiustamenti ulteriori. ATTENZIONE: resta comunque la traduzione in italiano di un testo originariamente scritto in un inglese pensato per un lettore giapponese, dunque con un certo livello di ‘mentalità linguistica nipponica’ nella testa di chi ha vergato in prima istanza. Per questa semplice ma onesta ragione, probabilmente a lettori ‘puramente italiani’ lo stile di scrittura parrà forse un po' strano, ma forse anche incisivo, come in effetti è il giapponese: sempre molto scolpito e scandito, schietto ai massimi livelli.

In più, si tenga altresì presente che il mio interlocutore dei tempi conosceva tutta la (prima) serie animata quanto me, quindi scordatevi cappelli introduttivi del genere “che cos’è Gunslinger Girl”? Se non lo sapeste (e non sarebbe una colpa) e voleste intendere le righe che seguono (ma sarebbe una colpa?), potreste sempre dare una scorsa alla pagina di Wikipedia sul titolo in questione. In ogni caso, per l'intendimento plenario di molti riferimenti che seguiranno sarebbe necessario aver visto (e aver ben presente) la serie di cui si dice. Mi scuso con gli altri eventuali lettori.

Segue quanto segue.

martedì 23 novembre 2021

Strappare lungo i bordi: Il prezzo della moratoria


Si sta dicendo molto sulla serie animata di Zerocalcare: "le solite tematiche del fumettista", "sembra un po' La profezia dell'armadillo", "è una fucilata", "c'è il treno, quindi la tematica del viaggio", ecc. In pratica, la fiera delle banalità. D'altro canto, quando Michele Rech viene intervistato, di solito l'intervistatore gli propone domande davvero banali, avendo una conoscenza dell'autore – e soprattutto del suo contesto sociologico – soltanto superficiale, quando non del tutto assente. Non me la sento neanche di "recensire" quest'opera, per quanto le mie recensioni siano molto particolari: il cartone animato in questione è molto simile, come impostazione scenografica e registica, a un fumetto dell'autore; la differenza principale sta, come dice anche lui stesso, nel fatto che lo spettatore può diventare partecipe delle musiche ch'egli ascolta durante la stesura, e cioè la creazione, il pensiero, delle sue tavole. Dal punto di vista tecnico-graficoe animazioni fanno il loro dovere e le colorazioni non stonano mai: nulla da lamentare pertanto. Lascio quindi una piccola considerazione personale, come sempre per chi ha già visto la serie e vorrebbe su di essa un'opinione più "cosciente" del solito.