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martedì 24 febbraio 2026

Il maestro della seduzione


L’allievo era un uomo come molti altri: salario nella norma, aspetto fisico anch’esso nella norma. Un’età buona, ancora al di sotto del geriatrico limite della quarantina. Per quanto da piccolo sognasse di fare l’astronauta o di diventare una persona importante, l’allievo si era ritrovato, non senza disappunto, a essere semplicemente medio. Certo, c'erano persone ben più medie di lui, ma che sapevano vendersi meglio; persone che gridavano più forte, che sapevano imporsi. Ma l'allievo, di prendere parte a siffatto gioco, non ne aveva alcuna voglia. In una delle sue solitarie serate démodé, tuttavia, in uno stato di dormiveglia indotto dalla visione dell’ennesimo film cecoslovacco lungo tre ore, una fatina dalle sembianze di Kate Bush gli rivelò che il  mondo e le persone sono come un grande meccanismo, e che un ingranaggio che gira soltanto per sé stesso, senza mai ingranare con gli altri, prima o poi è destinato a ossidare. L’allievo decise quindi di agire, e si iscrisse a un gruppo WhatsApp gestito da un personaggio web che amava definirsi “cupido” e “gran maestro di seduzione per single”. Il maestro era un bell’uomo sulla cinquantina con le mascelle grandi, gli occhi azzurri e i capelli lunghi e fluenti. Una sorta di personaggio televisivo anni ottanta catapultato in un presente di omoni tatuati e maranza rompicoglioni, non privo di un alone di ingenuità che gli faceva del tutto ignorare il suo essere in qualche modo kitsch. Le serate di incontri da lui organizzate si svolgevano all’Acqua Club, un locale non troppo lontano dalla casa dell’allievo, e vantavano di un prezzo abbordabile. Non si poteva dire di no al maestro, così come non si potevano non ascoltare i consigli delle fatine con gli occhi azzurri. Vestiti bene, mi raccomando, che fanno selezione all’ingresso; fai il mio nome e ti indicheranno l’area destinata agli incontri fra single, facendoti saltare la fila. Saltare la fila, ebbene sì, proprio come i vip. Faccina contenta in chat. Easy. 

martedì 23 dicembre 2025

Katia vuole fare la scrittrice


 “Siamo una casa editrice che ama investire sui giovani talenti: è da sempre nostra premura organizzare incontri di discussione tra gli autori e il loro pubblico. Inoltre, come avrà già notato, siamo molto, ma molto attenti al sociale”. La facciotta alla Helen Kane di Katia ascoltava entusiasta quella specie di agente immobiliare che gesticolava dall’altra parte dello schermo. Per via delle sue umili origini e della sua tendenza a chiudersi in se stessa, una tendenza a cui un individuo in camice bianco affibbiò l'etichetta di autismo, Katia aveva avuto un’adolescenza a dir poco difficile; a ciò si sommava il suo essere un po’ paffutella e il suo scarso interesse per le mode e l’apparire. Insomma, nonostante la sua giovane età, Katia già si sentiva in qualche modo vecchia, tant’è che arrivò più volte a chiedersi: cosa lascerò di me il giorno in cui morirò? Cosa lascerò di tutto questo mio pensare, di questa mia sete di bellezza, di questa necessità di assoluto che da sempre vaga per la mia mente? Da qui il bisogno di scrivere: grazie alla scrittura Katia aveva trovato una sorta di rifugio, di conforto dell’anima; poter pubblicare il suo lavoro, pensò, avrebbe potuto aiutare altre persone con i suoi stessi problemi; o in qualche modo le avrebbe rese testimoni dei suoi pensieri più profondi e rari, che sarebbero rimasti scolpiti in eterno tra le pagine del suo libro. Quella piccola casa editrice, quindi, contando anche il fatto che tutte le altre avevano bellamente ignorato il suo manoscritto, pensò potesse fare al caso suo. 

giovedì 18 dicembre 2025

Giochiamo a merda? - Parte seconda


Intorno a ora di pranzo incontrai mio padre all’ingresso del campeggio: indossava un orologio nuovo, lucente, che non avevo mai visto prima. Sul quadrante c'era scritto "Omega". 
«Ciao pa’, fatta la spesa?».
«Sì, adesso andiamo a mangiare».
«Bello l’orologio…».
Mio padre ignorò le mie parole e continuò a insistere per farsi prestare il televisore dal custode, che a un certo punto si rassegnò e glielo andò a prendere controvoglia. Tornati all’MB100, dopo aver messo due bistecche sul fuoco, colui che col suo seme aveva innescato il meccanicismo che mi mise al mondo predispose il piccolo Mivar attaccandosi alla rete elettrica del campeggio. Una volta pranzato ruttò, aprì la sedia sdraio e, armato del suo nuovo orologio, si mise a guardare i suoi soliti telefilm americani, dei rush superomistici intervallati da pubblicità friggi cervello. 
Quando aveva a che fare con la gente delle roulotte, inclusi i fratelli di Laura, che passavano spesso davanti alla nostra dimora con i loro sacchi in mano, mio padre si comportava come un agnellino: era amichevole e salutava sempre tutti. Nondimeno, nonostante fosse lampante che gli zingari lo infastidissero, non mi aveva mai espresso alcun divieto di frequentarli: l’importante era che non lo disturbassi quando dormiva o faceva le sue cose.

domenica 9 novembre 2025

Giochiamo a merda? (Un racconto originale by me) - Parte prima

 Quando ero ragazzino, mio padre mi portava al campeggio con il suo Mercedes MB100, un vecchio furgone mezzo scassato senza finestre né arredamento i cui interni puzzavano di sigaretta e umidità. Il trabiccolo, forse aiutato dalla provvidenza divina, percorreva ai novanta all’ora l’autostrada che conduceva nelle immensità della Valle d’Aosta. Il silenzio, qualche grugnito di lui ed ecco finalmente arrivare una galleria: un breve intermezzo e due file di piccoli quadratini gialli presero per qualche minuto il posto del Sole. Quando ebbi modo di tornare a osservare i nembostrati che abbracciavano le piramidi di roccia all’orizzonte, sentii le orecchie tapparsi. Entrammo in una nuova galleria: mio padre iniziò a parlare delle sue solite cose, come un robot, mentre io, senza ascoltare, guardavo fuori dal finestrino tutto il tempo. 
«C’è professione “mi spacco il culo” e professione “figa”, come tua madre. Professione “figa”, capito?».
In realtà, mia madre mi manteneva facendo la contabile, e non lo aveva mai denunciato per tutta una serie di violenze domestiche che fortunatamente li condussero al divorzio, risparmiando al bambino che ero ulteriori scene d’inferno. 
«Perché stai zitto? Perché non rispondi? Perché guardi sempre di là? Perché…?».
Quell’uomo grande e grosso con il faccione largo, lo sguardo incazzoso e un paio di occhiali da sole che lo facevano sembrare una sorta di emulo di Vasco Rossi, ecco, quell’uomo non riusciva proprio a sopportare il silenzio. Di mio stavo semplicemente pensando al fatto che a breve avrei rivisto il mio amico Itti, il piccolo pakistano adottato dal custode del campeggio. Ripensai a quando l’estate scorsa era salito sullo scivolo per farmi vedere il suo pisellino in maniera trionfale, dall’alto verso il basso, come un vero king. 

lunedì 15 settembre 2025

Dieci giorni all'esecuzione (un racconto originale by Molly)

 

 * * * Giorno 1 * * *

 

Mi ci rispecchio a malapena nel riflesso di questa enorme finestra che mi separa dal resto del mondo: da qui, dalla mia prigionia, posso ammirare tutta la città. Ho come l’impressione che i miei capelli non siano mai stati così spenti, né i miei occhi così rossi.

Tra dieci giorni non sarò più qui: in piazza tutti potranno ammirare la mia esecuzione. Così ha stabilito il sovrano, così è scritto nelle leggi. E io le ho violate.

Qui uccidere non è la cosa più grave che si possa fare, o meglio, dipende chi si uccide, dato che il valore delle persone non sempre è lo stesso. Io comunque non ho ucciso nessuno: forse è stata la mia sola presenza a uccidere, il mio respiro affannato, il mio passo incerto e pesante.

Mi accorgo di come si vede bene la città da quassù: si vede il Palazzo Reale, che in tutta la sua magnificenza sembra quasi un gigante intento a guardarti con aria di sfida. Chissà se oltre le mura che la circondano ci sono luoghi più umani, sussurro tra me e me.

Abbassando lo sguardo, sempre più in basso, ci sono le case di noi abitanti. Occorre sapere che vivere qui è un privilegio, questo ci viene detto sin dall'infanzia. Le famiglie più ricche godono di ogni beneficio: noi di sotto possiamo soltanto alzare gli occhi al cielo, apprezzare la loro fortuna e ritenerci graziati dalla loro presenza.