martedì 4 maggio 2021

Perfect Blue è terrificante • non una recensione, solo qualche nota di lettura

Dunque il film di cui qui si dice è quel grande capolavoretto intitolato Perfect Blue, di Kon Satoshi. 

Qualche anno fa, ma non saprei ricordarne né il come né il perché, incappai in interi video su YouTube che argomentavano proprio su questo stesso preciso enunciato: Perfect Blue è terrificante. Espresso in lingua inglese, però, dove terrificante era "terrifying" e non "terrific", chiaramente (se si conosce la lingua inglese). Segue l'indigesto digesto di quelli: "la dualità, l'ossessione del regista col vero e col sogno, il make-believe, la finzione del sé, gli avatar, siamo circondati dai social" e blah-blah. Cose così, che erano corredate da spezzoni invero pressoché casuali di diverse cose diverse come Matrix, Blade Runner, o quant'altro. Poi è capitato che un amico caro mi ha chiesto cosa ne pensassi, di Perfect Blue, così io ho pensato che no, invece di fare un video su YouTube avrei potuto, ovvero voluto, scrivere un articoletto vecchio stile, come c'era una volta, tanto tempo fa. Poi ancora avevo pensato di non pubblicarlo affatto, perché al giorno d'oggi non si sa mai la gente cosa legge dentro a parole e frasi fatte di puro pensiero, ma il padrone di casa qui mi segnala luce verde e controfirma, anzi mi incoraggia e mi sospinge e sprona (o istiga?), quindi eccoci qui. E quindi nessuna sinossi. Nessuna fiche con dati di produzione. Nessun copioso copia-incolla da una qualche fonte che tanto poi nessuno andrebbe a verificare: è il 2021 anche per voi che state leggendo, se siete interessati e non sapete di cosa si stia scrivendo, cercatelo, cercate. Oppure anche no, che non fa nulla, che altrimenti non servirebbe a niente.

A noi, dunque. Perfect Blue è terrificante, si diceva.

 

Eggià, perché?

In questo scarabocchio non c'è trama e non c'è critica cinematografica, di quella si trovano proprio adesso su decide e decine di edotti (?) e blasonati (?) articoli specialistici (?), devo dire tutti più o meno approfonditi, piuttosto documentati, talvolta persino interessanti, intorno a questo stesso film. Il dato mi ha molto sorpreso, perché quando lo vidi io si trattava solo di un film d'animazione giapponese considerato "di alto profilo" e "un po' strano", ma comunque "solo un film d'animazione" – il che significava: "considerato in assoluto solo da quei pochini che seguivano questa forma di intrattenimento esotico". Una cosa quasi per pochi intimi, di cui discutere lontano da sguardi generalisti, onde evitare strane occhiatacce e conseguenti imbarazzi. Ma dimenticavo che ora l'animazione è diventata argomento prima trendy, poi persino colto, tale da guadagnarsi posti al sole sugli alti scranni accademici. Le fasi tipiche dello sdoganamento sociale della subcultura. Adesso si fa così, conviene così. Però Perfect Blue aveva debuttato in anteprima al Fantasia Film Festival di Montreal (!) all'inizio di agosto del 1997, uno di quelle estati che a posteriori si sarebbero ricordate come un vero punto di svolta per l'ambiente degli anime, soprattutto al cinema: poco meno di un mese prima, in patria, erano usciti al cinema Mononoke Hime e THE END OF EVANGELION. E in Giappone non si parlava d'altro in tutto il settore, ma non solo in quella: qualcosa era stato definitivamente innescato. I film animati giapponesi, soprattutto, avrebbero ben presto cominciato a ritagliarsi un posticino fisso in luoghi, templi, copertine cinematografiche occidentali patinate e prestigiose. Il processo non si sarebbe più fermato, anzi avrebbe visto una consolidazione.

Perfect Blue uscì nelle sale cinematografiche Giapponesi l'anno dopo, e tra il 1997 e il 1998 aveva rappresentato il  vero debutto cinematografico di Kon Satoshi, il regista. Un regista animatore, di quelli che disegnano personalmente i loro film animati, come Miyazaki Hayao, ma anche estremamente addentro a temi non dico intellettuali, ma visionari, spesso metanarrativi, come Oshii Mamoru. Di lì a breve Perfect Blue lo vidi anche io, in VHS (significa: videocassetta), che a pensarci è davvero una vita fa, sono già passati vent'anni e un po' di più, eppure per quanto mi riguarda a me sembra davvero "solo ieri". Castelli del Dio Drago a parte, però, ai quei tempi l'animazione giapponese aveva probabilmente iniziato a cambiare sul serio, e sicuramente da allora è molto cambiato il "mondo" dell'animazione giapponese, ovvero il "modo" in cui la si guarda e se ne dice. Kon Satoshi dopo Perfect Blue inanellò una serie di successi che si conquistarono spazi su spazi alla ribalta del cinema festivaliero e colto di tutto il mondo, benché animati, per vero merito e valore del loro autore. Il quale sarebbe poi e purtroppo venuto tragicamente a mancare anzitempo, spezzando una grandiosa carriera proprio all'apice del suo successo e della sua notorietà, senza poter cogliere e neppure raccogliere il frutto di ciò che aveva così grandemente contribuito a seminare. 

Ma non è questo il motivo per cui quella pellicola risulta terrificante, no. L'elemento spaventoso, realmente spaventoso, risiede infatti nel suo contenuto comunicativo, che viene espresso nel modo in cui è espresso. Si tratta del significato, insomma, del suo realismo, della sua violenza. Si tratta di quello a cui questo film non può fare a meno di farci pensare. Quello che secondo me è il vero e l'unico valore vero di ogni film: instillare, istigare il pensiero nello spettatore. Questo fa un grande film: riflettere, ma non sulla finzione, no: sulla vita. E che questo grande film fosse come resta la prima regia cinematografica di un regista all'opera su un soggetto preesistente non gli toglie nulla, anzi. Anzi in effetti è mia convinzione che taluni  registi-animatori di animazione giapponese abbiano messo su celluloide il loro meglio proprio quando hanno lavorato su soggetti non loro propri, ovvero quando hanno "tradotto in animazione" delle storie altrui, e già scritte. E poi quando si tratta di animazione, anche nel caso di registi che si sono poi giustamente affermati come maestri nel campo, per le loro grandiose e maturate capacità: ebbene nel loro caso il talento ruvido della giovinezza e l'acre ma vivido sapore dell'acerbità espressiva sono spesso un plusvalore, piuttosto che un difetto. Potrebbe essere il caso del compianto Kon Satoshi, nel caso del film Perfect Blue. Il suo spaventoso contenuto, dunque?

Dunque ci siamo. Perfect Blue. Avevo detto nessun riassunto della trama, quindi qui distillerò solo il succo del succo: una ragazzina viene macinata dal mondo dello spettacolo, corrotta nel più deteriore deragliamento dei suoi sogni infantili e sciocchini verso una scissione psichica che la sballotta tra nevrosi, psicosi e altri orrori sul genere. Dal boccio alla marcescenza in un sol passo di danza: la banalità della dissociazione d'identità di una ragazzetta risucchiata in voragini senza fondo quali il mercato delle immagini e l'orrore dell'esposizione mercificata del sé, con annesso tutto il seguito morboso del pubblico dal vivo e sull'allora nascente Internet, e poi la solitudine, la vuota e vacua solitudine esteriore ed interiore, soprattutto. Un bel quadretto, nevvero? Smarriti dentro la sala degli specchi al luna park, tutt'intorno gli sguardi sono solo quelli del proprio stesso deformato viso, ed è un labirinto, e sulle pareti non ci si riesce ad arrampicare, e si continua a sbattere il naso proprio contro le proiezioni del sé. Per un ex-ragazzino innamorato cotto di Morisawa Yuu, che a sette anni non capiva proprio il senso, la necessità di trasformarsi in Creamy Mami, che anzi disprezzava soprattutto allo specchio, ebbene un film come Perfect Blue era sicuramente destinato ad avere un forte impatto, a scavare profondamente lungo un solco già tracciato tra le circonvolute pieghe del cervello. Naturalmente non dubito che più caparbi e professionali critici cinematografici catalogheranno il tutto come un semplice thriller psicologico, per poi voltare pagina, ma io ci vedo altro: non un genere, ma un anatema. Ed è per questo che Perfect Blue è terrificante.

* * * Piccolo. Spazio. Postmodernità. * * *

Perché è di questo che stiamo parlando, o stiamo per parlare ancora una volta di quella, benché su questo stresso blog troverete, trovereste, svariarti articoli sullo stesso tema ben più documentati e colti dei graffiti sparsi che sto scarabocchiando qui e ora, scitti da persona più diligente di me. Quindi, piuttosto che ripeterne i contenuti e peggio, ve ne linko giusto qualcuno, perché tanto lo so che siete pigri, mentre io continuerò a scrivere qualcosa di più personale, ovvero di molto poco analitico e senza quasi nessuna struttura. Perché oltre ad avermi colpito e segnato molto, in effetti Perfect Blue mi è proprio rimasto dentro. Il che vale a dire che è un film che amo molto, Perfect Blue. A me capita così, e così in questo andirivieni sentimentale torniamo ancora indietro per specificare che il film è tratto da un romanzo, che si chiama sempre Perfect Blue, ed è il romanzo di una donna – non nel senso dell'autore (che è maschio, Takeuchi Yoshikazu), ma in tutti gli altri sensi. E quando gli uomini si mettono a scrivere romanzi di donne la cosa è sempre rischiosa, c'è sempre un altissimo rischio di proiezione libidica. Io però il libro originale non l'ho mai letto, neppure quando è poi stato tradotto almeno in inglese, molti anni dopo, non troppi anni fa. Ne ho so sbirciato qualcosa, tanto per restare in tema, e credo sia un romanzo molto violento. Per contro credo che Kon Satoshi fosse una persona davvero delicata, ovvero gentile, e a ben pensarci nella sua troppo breve carriera ha spesso realizzato film incentrati su protagoniste femminili, e anche giovani. Poi c'è da dire che tra cinema e letteratura, in tema di postmodernità (giapponese), il particolare titolo in questione mi rimanda per assonanza e affinità (oh, Wagner! Oh, Göthe!) a Blu pressoché illimitatamente trasparente, di Murakami Ryuu, un letterato altamente titolato che Anno Hideaki tacciava (si noti: apprezzandolo) di "essere un femminista". Chissà poi perché il concetto di "illimitatamente" è scomparso dal titolo italiano del libro. Deve essere una faccenda tipo Brave New World che diventa solo un mondo nuovo, senza aggettivi. Troppo complicato. In ogni caso:

«Tu ti sforzi continuamente di vedere qualcosa, proprio come uno scienziato che registra tutto per poi farci le sue ricerche. O come un bambino piccolo. Ecco, sei proprio come un bambino! Quando si è bambini si vuole vedere sempre tutto, no? I neonati guardano fisso negli occhi le persone che non conoscono e poi scoppiano a piangere o a ridere; ma tu prova adesso a guardare fisso negli occhi qualcun altro, in un attimo va' fuori di testa! Provaci! Prova a guardare fisso negli occhi quelli che passano per la strada, ci si sente subito strani! Insomma, Ryuu, non devi guardare le cose come se fossi appena venuto al mondo!»

Nel romanzetto (o raccontone) in questione, questa cosa la dice una lei a un lui. Le situazioni di lui&lei, volendo. A me sembra un discorso sulla diacronia di sviluppo psico-emotivo (crescita?) tra le due metà del cielo, e la Cometa di Halley che lo attraversa e lo graffia, lo ferisce. Sempre quell'altro regista-animatore che dicevamo, che apprezza per dichiarata affinità questo scrittore, una volta (più volte?) dichiarò che: "in Giappone non ci sono che bambini. Questo è un paese di bambini". Sic et simpliciter. Bambini seguiti ai little boys e fat men,  ma ribadisco che sull'annoso tema di apocalissi adolescenziali e bambini anziani su queste stesse pagine si possono già trovare altri vari scritti molto più edotti ed eleganti del mio, redatti dal vero padrone di casa. Ve ne linko qualcun altro, giacché io qui sono poco più di un abusivo, ma mi si lasci dire che in giapponese il blu è anche verde, ed è il colore dell'immaturità, dell'acerbità di cui dicevamo poco sopra (le fruit vert, Vladimir?), oltreché – quando limpido e cristallino, ovvero trasparente – "il colore dell'acqua".

Insomma con Perfect Blue parliamo di Giappone e della sua società contemporanea. La postmodernità giapponese, rappresentata e raccontata dall'animazione giapponese. Dalla visione variopinta ma comunque edulcorata (quasi sempre) che in Occidente veniva resa dai cartoni animati per bambini settantini, con gli effetti dell'anime boom ottantino prima e novantino poi, le cose stavano cambiando. La bolla era scoppiata, in tutti i sensi. ShinSeiki Evangelion ci aveva già mostrato la metafora di una società bloccata e completamente nevrotica, un parco giochi abbandonato di bambini senza riferimenti di crescita, forse dei millenials in anticipo sull'avvento del nuovo millennio. In realtà era una cosa già innescatasi da tempo, da una decade almeno, messa in drammatica scena soprattutto tramite l'opera di autori come il già citato Oshii Mamoru, oppure il sempre crudo Tomino Yoshiyuki. Ma  Perfect Blue andava ancora più avanti, rappresentando coi disegni un realismo senza filtri, sbattendoci in faccia le falle di una società vera e dura senza schermi narrativi di sorta: nevrosi e psicosi erano lì, in un Giappone disegnato per quello che era in quel preciso momento contemporaneo. Il mostro scatenato e lasciato libero a scorrazzare per le vie della mente dello spettatore ignaro e sprovveduto, soprattutto se occidentale. Chiaramente, prima del famigerato anno 2000 i viaggi intercontinentali low-cost, le vacanzine dall'altra parte del globo per scoprire la magia d'oriente e comprare i gadget in economia, ma ancor più i blog e poi i vlog degli expat e lo youtube dei nerd guru del Giappone erano di là a venire (che meraviglia!): questo significa che in soldini e soldoni, per la maggioranza degli italiani il contesto nipponico "reale" era ancora il gigantesco mondo dei cartoni animati, visto nei cartoni animati, per come semplificato nel disegno più o meno infantile. Una cosa pressoché scientifica. Tutto veniva filtrato con delle lenti colorate, zuccherine e frivole, perché è quasi impossibile interpretare, decodificare una rappresentazione simbolica astratta da una realtà che non si è mai conosciuta come reale. Per dire, lo stesso Vladimir Nabokov nelle sue lezioni letterarie sosteneva che fosse impossibile comprendere la letteratura di Joyce senza essere stati a Dublino. Che strano.

 
 
Esibizione tratta dal tradizionale show canoro giapponese di fine anno Kohaku, in questo caso dell'anno 1999, ovvero appena l'anno seguente all'uscita in patria di Perfect Blue. Davvero il 'realismo' in opere intrinsecamente 'simbolistiche' come i disegni, i dipinti, o l'animazione, può avere una portata comunicativa notevole, se non si difetta degli strumenti per coglierlo. Per esempio, questo video io lo vidi su una videocassetta registrata dalla TV giapponese al terminare del '99, appunto. Mi colpì molto, ma dentro c'erano così tante cose che non capivo, e non sapevo di non capire. Perché in effetti a quei tempi davvero non avrei potuto capirne quasi nulla. Non riuscivo a capire il testo della canzone, e neppure l'introduzione della presentatrice. Ma adesso la capisco all'ascolto, è così chiara e lineare, canonica, persino didascalica: "E infine, siamo all'entrata in scena delle SPEED. Quest'anno la notizia dello scioglimento delle SPEED ha generato un grande impatto in giro per il Giappone. Voci canore energizzanti, balli poderosi e poi sorrisi allegri e ritmati... tutto ciò ha portato a noi sensazioni di coraggio e commozione. Grazie... e poi, arrivederci. Le SPEED continueranno a rispondere dentro al nostro animo. Al Kohaku, l'ultima canzone: my graduation '99". E sulle note di quella canzone, l'acclamato gruppo musicale chiamato SPEED, formato da quattro giovinette di Okinawa, si congedava dal suo vastissimo pubblico proprio sul più istituzionale dei palchi nazionalpopolari, dopo tre anni di successo davvero travolgente: la band aveva debuttato giusto nel 1996. Una delle due cantanti principali, quella che incontrò il maggiore consenso di pubblico, si chiamava Hiroku Shimabukuro. Nota semplicemente come Hiro e soprannominata anche "Uchuujin" ("aliena", mi pare per l'apprezzato difetto delle sue orecchie un po' a sventola), era divenuta celebre per i suoi acuti strillati, quelli che nell'ultima esibizione del '99 vengono intonati in modo a dir poco incerto (si intuisce fosse emozionata davvero). Il suo anno di nascita è il 1984. Il calcolo della sua età di debutto e successo nazionale non è difficile. L'intuizione della forma di un iceberg dalla sua sola punta è un po' più complessa. Impossibile.

 
Quindi sul finire del secolo scorso Perfect Blue parlava spietatamente delle tragedie annesse alla galoppante postmodernità giapponese, e io per uno lo vidi quando – ancora – non avevo neppure mai messo piede sul vero suolo del Giappone, quello calpestato dalle persone fatte di carne e ossa e non di disegni, quindi non credo potessi davvero capire granché. Se non vagamente, il che fu più che sufficiente: mi fregio del fatto che, per lo meno, ne fui profondamente turbato e scosso – piuttosto che soffermarmi sulla bellezza delle animazioni, o sulla trama riuscita e ben gestita, o sulle musiche squisite e squillanti, o sul finale in quanto tale, persino. Chissà, sarà stato perché sono italiano, e sono europeo, e ho in animo i tragici greci e la loro nascita, gli Ulissi d'Omero, ancora di Joyce, di Nessuno e Uno e Centomila e di Svevo, Italo e italico, ma anche le pipe che non sono pipe e le mele che non sono mele, e melograni in Ade con fanciulle eleusiniche giunte lì anzitempo, per ratto o per venefico morso, e un principino che si fece mordere da un serpente per atto di pietà, e poi intrichi di spine e uri e angeli e pigmenti durevoli. Una lunga storia, dietro di me e dentro di me. Comunque poi in Giappone ci andai, una decina di volte, e incominciai a raccattare pezzi di una realtà che avrei dovuto ricomporre come un puzzle insieme con un'immane quantità di fantasizzazione pregressa. E a unire tanti puntini, così lontani, così vicini. Quindi ora tragicamente penso, pensando qui a Perfect Blue e alla sua messa in scena, che è forse fisiologico – forse – che in un mondo di adulti re-infantilizzati dai consumi ci si dia a divorare, sbranare in poltrona l'infanzia reale di chi ha ancora qualcosa del genuinamente giovanile, ovvero di genuino. Chi legge starà forse pensando al noto, trito e pesto mondo-mercato dell'idoling nipponico, cosa del tutto sensata dacché si parlava di un film animato giapponese e quello di quello parla, eppure io stavo invece pensando a certe trasmissioni televisive nostrane con ragazzetti e ragazzette il cui verso più atteso non è davvero quello di una canzone, ma la smorfia di un pianto adolescenziale, palesemente. E al pasto di un certo Saturno.

 
 
Continuiamo allora con le triangolazioni metaculturali: sul dipinto di Goya, un affamato Saturno si sta paurosamente mangiando i figli, come da Teogonia il padre suo aveva fatto prima di lui. La storia si ripete,  ancora e ancora, nei tempi e nei luoghi più disparati e lontani. Quindi "Tu pensa a sorridere, che io penso a vendere, roba da cannibali, però!", suonava e cantava un certo vecchio Conte astigiano, e quella era un'epoca in cui io stesso ero già in vita, mica quella del Mito. In quelle insensate parole di senso ce n'era anche troppo, altroché. E dietro di loro c'era ancor più sensibilità – oh, mia cara Gianna d'Albione. Si legga qui di seguito senza nessun orgoglio, nessun pregiudizio.

Perché lo spettacolo che vedo e piango è quello di scimmiette nude che danzano su di un palco o una passerella al suon dell'organetto che le spinge ed espone al ludibrio pubblico, per darle in finto e fiero pasto a platee di altre depilate scimmie. La nascita della tragedia fu essa stessa una vera e propria tragedia sin da principio, probabilmente. Proprio roba da cannibali, ovvero storia di antropofagia. Citiamo allora un altro nostrano cantore, un provinciale toscano da me giocosamente soprannominato con il nome di Bianconiglio: "Facciamo a pezzi i nostri figli e quel che resta lo incartiamo in un foglio di giornale, prima o poi ci servirà. Amiamo l'uomo e il suo sapore, i signori e le signore, il loro eterno roteare come agnello nel kebab." Antropofagia, davvero. Nel caso specifico del "nostro" film, di una bambolina. Certo a questo punto potrei anche dire di certi film di Pietrangeli, e sono quasi certo che quello stesso Bianconiglio concorderebbe (o avrebbe concordato), ma in effetti quel regista io non lo conosco bene, quindi dirò piuttosto di un film di Visconti, che mi è più chiaramente doloroso.

Giacché in effetti Perfect Blue è davvero terrificante proprio perché come già faceva quell'altra pellicola Bellissima di Luchino Visconti sgretola un pilastro della nostra mitologia occidentale moderna e ci ricorda che mettersi su di un palco vuol dire sempre esporsi, darsi, vendersi a un pubblico. Cosa che, latu sensu, vuol dire comunque prostituirsi. Come forse già sapevano gli antichi greci, giapponesi e persino inglesi, in epoche e culture diverse e lontane, ma sempre umane, troppo umane. E benché per taluni possa forse essere una forma di autoterapia, come è probabilmente ogni arte nel suo aspetto creativo ovvero catartico, la prostituzione richiama sempre la disperazione di chi la pratica e la nevrosi di chi la consuma, come cause e come effetti. E dalla disperazione nevrotica viene la suddetta tragedia. Sembra tutto così lineare, eppure c'è qualcosa che non torna.


Non torna a me, almeno, che sono un italiano non cristiano, non battezzato persino, sono cresciuto tra ateismo e agnosticismo e fin da ragazzo ho avuto a che fare per passione e per lavoro con la sottocultura giapponese. Questo coinvolgimento mi ha portato a sbirciare da parecchi anni parecchie cose. Ci sono fior fiori di sociologi e altre persone acculturate e intelligenti, non filibustieri come me, che hanno da molto tempo individuato il Giappone del dopo-dopo-guerra come una specie di incubatrice dei moti della postmodernità inarrestabile. Una macchina partita in ritardo (a Osaka'70) che ben preso ha recuperato e superato i primi in classifica, come spesso accade coi meccanismi assorbiti dal "sincretismo giapponese". Nel tempo mi è anche capitato di parlare, pubblicamente e privatamente, con molte persone che giudico almeno un po' speciali. Numerosi autori e artisti del "mio" settore, certo, ma anche qualche sociologo, psichiatra e psicologo impegnato in questi ambiti. Con la professoressa emerita Shiraishi Saya parlai di manga e anime e globalizzazione, credo di essere anche citato in un suo libro che stava scrivendo. Me l'ha regalato, poi, ma non sono mai andato alla scrupolosa ricerca del mio nome, perché sarebbe narcisistico, e quindi patetico e per nulla dignitoso. Con il professor Morioka Masahiro parlai di filosofia e sociologia della postmodernità, oltre che di Evangelion, certo. Che curiosità, il professor Morioka ha scritto, tra gli altri, un libro intitolato Lacan per la sopravvivenza. E  di formazione spiccatamente lacaniana è anche e soprattutto il dottor Saitou Tamaki, con cui parlai di otaku e di hihikomori (termine che lo psichiatra, di persona e a con viva voce, di sforzava a ribadire di non aver coniato, ma solo popolarizzato, a dispetto di quello che riportano la grande maggioranza delle fonti accademiche occidentali). Sono persone che ho conosciuto di persona, in carne ed ossa, e con cui ho parlato guardandoci negli occhi.
 

In particolare il professor Saitou, col rigore e la certezza dello scienziato vero che sa di cosa parla sia per studio che per esperienza di pratica medica reale (che meraviglia!), mi diceva pacificamente che le tre società industrializzate al mondo ad essere maggiormente imperniate sulla famiglia nucleare sono quella italiana, quella giapponese, e quella sudcoreana. E personalmente tutto questo mi tornava, tornava con i miei personali studi, e con le mie personali esperienze, con i tanti anni spesi su entrambe le cose. Con il dottor Saitou stavamo parlando dei danni psicologici della deriva sociologica postmoderna, e io che ho studiato la filosofia di Schopenhauer e Kierkegaard dapprima al liceo, e poi ho incontrato la psicologia di Freud e Klein dapprima tramite Evangelion, sicuramente mi trovavo piuttosto a mio agio in questa commistione di occidentale e orientale, come spesso mi accade. Abbiamo parlato a lungo anche di manga pornografici e di Miyazaki Hayao, di denti storti delle ragazzine e ancora del mercato delle idol in Giappone, e della loro esposizione mediatica, della loro mercificazione sempre più pervasiva nelle vite di molti.


Se il Giappone, avulso da qualsiasi aggravio di religioni rivelate, è davvero la punta di diamante di quel che si innesco con la fine della storia di cui Hegel, Kojève, Fukuyama, allora mutatis mutandis guardo a cosa sta succedendo in occidente con i social network e non posso non spaventarmi. Io sono vecchio e molto distratto, spesso distolgo lo sguardo dall'evoluzione sociale contemporanea che bene o male mi circonda, ma amici e corrispondenti più giovani di me mi dicono e scrivono di vere e proprie derive paraprostitutive e diffuse di tanti modi della più banale esposizione digitale del sé, forse originariamente innocenti, ma ben preso evolutisi in altra – e nettissima – direzione (sì, ho deliberatamente linkato uno degli stessi articoli che avevo già linkato prima, non è una svista, repetitia iuvant). Tutto questo mi getta in un stato di sincera ma violenta e sconfortata inquietudine, anche perché gli occhi vitrei di ragazzi così giovani e già sedati in reparti psichiatrici li ho visti con i miei occhi non offuscati. Nei luoghi e nei tempi cambia lo stile, ma forse la sostanza (umana) è davvero sempre la stessa, e il transumanesimo resta un sogno – o un incubo – da letteratura SF.

 
Piuttosto, tornando indietro dalla fantascienza futuribile ad antichi archetipi di narrazioni, ritrovo Salomè a danzare tra mille veli che sembrano manti di piuma di tradizioni prima vicine e poi sempre più lontanamente orientali, che fa decapitare Giovanni (il vecchio, non quello del Vangelo), ne bacia le labbra del capo decollato e poi viene ammazzata a sua volta, dopo la calata del sipario. Un certo Oscar, non una statuetta, aveva avuto a che scriverne, e quel testo l'illustrò tal Aubrey Bearsdley, un giovane dal tratto gotico e orribile al cui cognome dobbiamo forse il nome del college cui fu iscritta tal Dolores Haze, tra cacciatori e montagne sempre tutti incantati. E c'era anche il brillante Aby Warburg che riflette, impazzisce e cataloga immaginisulle ninfe in un atlante che porta il nome della ninfa della memoria. Una raccolta di dati, una cosa davvero da otaku, che nasce di nuovo dalla solita idiosincrasia con la caducità delle cose, il rifiuto dell'impermanenza, su cui da sempre si spendono così tanti dolorosi inganni e fantasiosi magheggi. E poi l'idiozia di questi anni, soprattutto, e il vangelo di Giovanni (il giovane, non quello che battezzava). Ovvero, in altre e più schiette parole: il conveniente (ma per chi, davvero?) mantenimento sociale di una sorta di comunitaria psicosi lucida e pseudofunzionale ha un alto costo. Di vita. Altrui. Ma ogni società trova i suoi cristi e persino le sue maddalene da crocifiggere alla bisogna, per purgarsi molto opportun(istc)amente. Chissà se il liberismo ha davvero i giorni contati. Chissà se ormai se contro la deriva postmoderna non resta che una quale filosofia eremitica, una sorta di misticismo occidentale.

In Perfect Blue, invece, la protagonista Kirigoe Mima è una starlette della canzone ai limiti dell'infantile che, come accennavamo, mentre con le sue mise succinte e fumettose va a titillare sul palco gli appetiti più morbosi di un pubblico sempre più indefinibile, scivola inesorabilmente verso l'alienazione, la scissione, la dissociazione mentale. I referenti reali di un simile mondo, di una simile meccanica, sono cose che ho veduto persino con i miei veri occhi nella loro patria, nel corso di una decade abbondante. Certo per fortuna Perfect Blue è solo un libro e poi un anime, che come dice Takahata Isao è sempre e comunque uno "pseudosurrealismo": fa quindi meno male del succitato Bellissima, dove una bimba vera, per recitare di recitare, piange lacrime vere su di un palco dinanzi a un pubblico che recita di sghignazzare e un altro che non recita non so bene cosa. E quando la nostra Anna nazionale dice della sua bellissima figlioletta: "non l'ho messa al mondo per fa' divertì nessuno", allora la quarta parete si crepa come lo specchio di Dionisio e crolla del tutto, insieme a tutto il teatro, insieme a tutto un modo e una maniera di certune certezze che da noi spacciano davvero come falsi miti di progresso, tipicamente creati da una borghesia per conto della quale il popolo alza da sempre persino barricate in piazza, anelando subconsciamente a ciò contro cui sembra protestare (vero, Francuccio?). Proprio per questo mi fa sempre riflettere, Perfect Blue. Credo sia proprio un bel film terrificante, quindi, perché poi a latere della minuta è incredibile quanto sia attuale ancora oggidì, nevvero?

 

Sul frontone Teatro Massimo di Palermo, tanto per restare un po' in Sicilia e balzellare un altro po' tra un oriente a un occidente, è inciso il monito: "L'arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l'avvenire". Sulle magliette per turisti poco attenti stampano sempre e solo la prima metà dell'enunciato. Che strano. E così, passeggiando per il monastero benedettino di Catania, oggi università, sotto quegli stucchi e sopra a quelle scale, e circondato dalla cupa pietra lavica, mi ritrovavo assorto a pensare che il riso (non il cereale) sempre e da sempre abbonda sulla bocca degli stolti perché la frivolezza è in fondo l'anticamera della stupidità. "Ma suvvia, signora mia, questa è filosofia!" Eccerto. Proprio per questo! Infatti simili maldestri modi di derubricare, di scansare un coinvolgimento intellettuale in un semplice discorso umano sono un ridanciano scudo sempre comodo per ripararsi dall'eco di sconvenienti complessi d'inferiorità le cui eco giungono da lontano e arrivano in profondità.


L'igiene mentale non è anch'essa che una forma d'ordine. Di disciplina. La vera bellezza umana.

Pulcher. Cosmos. Mundi.

E qui io temo e tremo.

La fine?

La fine è forse la cosa che più mi contorce lo stomaco di tutto Perfect Blue, il film. Colpo di scena, colpo di coda! Sorpresi? Maccome! Alla fine tutto si scopre, i cattivi vengono purgati, la bella Mima tira lo sciacquone e supera le sue psicosi e le sue paranoie e diventa padrona della sua realtà e delle sue finzioni, affermando proattivamente la sua identità. Wow, sembra quasi un finale alla Ootomo Katsuhiro, eh? Io sono Tetsuo! Mima Rin sono io! Va tutto bene, no?

Eh no, ma proprio no. Mi spiace. Mi spiace davvero, e per me non va bene per niente, perché questo è un inganno. Un inganno non bello e buono, quindi brutto e cattivo, e non ci credo neanche un po', anzi credo sia crudele spacciare un messaggio simile alla fine di un film del genere. Perché no, non è che le ferite dell'animo si rimargino miracolosamente e meravigliosamente con l'identificazione e la soppressione del sintomo. Troppo facile e comodo e fortunato sarebbe. Nossignori, un male non è il suo sintomo. Gli antidolorifici non curano nulla. I sedativi meno che meno. Ma il male resta, e spesse volte si accresce persino. Quindi a me questo finale pare piuttosto una compiacente apologia di autoinganno, e mi pare anche un'abiura a tutto quanto di bello e significativo il film aveva messo in scena sino al finale. Non funziona così, così non funziona.

Alla fine del citato Bellissima! di Visconti, la madre, che ha capito di non avere messo al mondo una figlia bellissima per metterla sul palco del pubblico ludibrio, manda al diavolo impresari e assegni, e stremata ma rasserenata torna a far l'amore col suo modesto quanto dignitoso marito, padre della bimba, purché faccia piano – che non svegli la piccina. Risoluzione.

Ma quella era la Roma di Cinecittà, direte. Che c'entra? Giusto, giusto.

Allora in Giappone: nel primo grande anime della consapevole postmodernità, parliamo della fortezza superdimensionale Macross e dei suoi ospiti al castello del DioDrago sommerso nel mare dello spazio, la starlette MinMay [Ming Mei], dopo essersi fatta musa a cantatrice di una vittoria intergalattica non solo bellica, ma culturale, dopo aver fatto ricordare l'amore a un'intera razza aliena ridotta alla conflittualità perenne tra i generi, resta sola come una derelitta, a battere il tempo col piedino sul palco ormai deserto, nella tragica manifestazione di una troppo a lungo celata nevrosi che la porterà dopo i titoli di coda a dover prendere il largo per le colonie spaziali, ché più nulla per lei c'era in Terra. Irrisoluzione.

Delle due l'una, ma Perfect Blue?

La cosa che mi fa sempre dubitare un pochino dell'opera, delle opere, del povero Kon Satoshi è il senso di surrettizia e malcelata legittimazione di tutto quel che "criticano". Un po' come farsi una bella bevuta alla riunione degli alcolisti anonimi, tipo. Un po' come spogliare donne vere in un film di denuncia sulla mercificazione del corpo femminile, ecco. Ma questa è arte! Bella parola, sempre di moda in tempi di pace, ma non sarà anche un grosso alibi mentale? Non so, ma con le opere di Kon Satoshi mi resta comunque (quando meno e quando più) questo saporaccio in bocca, un sapore di marcio, di marciume. Ed è un peccato, no? Concludere un pasto lauto e sontuoso con un boccone non dico amaro, che andrebbe benissimo, ma proprio andato a male, disgustoso. Magari pensateci ancora un po', se siete arrivati fin qui e ancora avete voglia di pensare. Io come digestivo sto ripensando alla citazione conclusiva del libro su una certa bambina, poi una ragazza, che con un triplice trauma d'abbandono alle spalle sopravviveva d'escapismo in visioni fantatestiche generate in ogni dove. C'era davvero da capirla, e soprattutto compatirla. Ma alla fine della sua storia si risolve davvero, lei. Si risolve nel riamare chi l'ha amata, che è sempre la cosa più radicale da fare. Senza palchi, senza paillettes, ma sussurrando la propria risoluzione con un sorriso appena tratteggiato in viso. Lascio le ultime parole a quella bimba, fanciulla, a quell'autrice, ma la citazione che segue e infine conclude questo scombiccherato articolo è in in effetti un lavoro a più mani, per me addirittura a otto mani, e ben quattro teste, ovvero quelle di: Robert Browning, Lucy Maud Mongomery, Takahata Isao, Anno Hideaki. Ma i due punti cardine  sono i mediani, senza dubbio. Bisogna alzare gli occhi al cielo e tenere i piedi be piantati per terra, davvero.

14 commenti:

  1. Ti seguo da molti anni, prima ancora che diventassimo amici, e devo dire che questo è uno dei tuoi articoli migliori, se non il migliore. Grazie per averlo pubblicato qui.

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  2. Caro Francesco, questa cosa scritta da te è un grande complimento. Grazie a te per aver dato albergo e alimento a questa povera mente mendace e mendicante. :-)

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  3. Devo/dovrei vedere il film e leggere/ascoltare con calma i vari riferimenti, ma lascio comunque una mia riflessione a latere. Ci avevo pensato un po' di tempo fa.

    Premetto che ebbi Myspace ai tempi e Facebook, che già mi piaceva meno, dopodiché ho dismesso qualunque tipo di social da sette anni.

    Una volta, e dico fino ad una decina di anni fa, le attrici nostrane o meno, le modelle, le varie soubrette, starlette e via andare, quasi sempre rispondevano ad una determinata domanda con: "Oh, ma io a casa sono solo X,Y, sto con i figli, cucino, sono una persona normale!".
    E non era raro trovare, sulle riviste di gossip, la diva hollywoodiana del momento in tutaccia e pinza nei capelli, paparazzata all'uscita di un supermercato.

    Che fosse vero o meno poco importa, conta ci fosse ancora l'idea della separazione pubblico/privato, a differenza del costante occhio di bue che sono Instagram e simili e sotto la cui luce i giovani specialmente - ma ahimè non solo loro - anelano a stare h24 e 7/7.

    Mala tempora currunt sed peiora parantur.

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  4. Si può essere in "godmode" (i.e. modalità Dio, fase orale) anche senza social. Parlo dal pdv maschile. Per le femmine invece Instagram penso sia più deleterio, in quanto le aliena completamente dalla realtà e dal saper relazioanarsi con gli altri (di nuovo, "godmode", ma questa volta femminile). E dato che la femmina esiste in quanto portatrice di vita (non solo fare figli, ma anche crescerli), delle femmine "congelate" à la Urashima Tarou sono ben più inquietanti dal punto di vista socio/psicologico che dei maschi fragili e indeboliti da questa sorta di viral-consumismo ormai informatizzato.

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  5. L'anonima coglie un tratto focale, a mio ribadire. Quando la metanarrazione è percepita non già o non più come proiezione, ma come metavita pseudoreale, quando la maschera si è incarnita a diventare maschera viva, non c'è più persona – solo personaggio. La nevrosi si fa psicosi, siamo infatti nell'epoca del disagio psicosociale e del "disturbo bordeline" (dicono). Forse proprio su questo avrebbe dovuto appuntasi Kon Satoshi, dietro alle sue malcelate normalizzazioni di follia sottotraccia, ovvero di quel che diceva Pirandello. Atterrato all'aeroporto di Fontana Rossa (Catania), una frase accoglie i forestieri e chi ritorna: "Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti." - fulgido intelletto, anche lui però si diede alla finzione, al romanzo, al teatro. Comincio a ripensare che la condanna platonica dell'arte imitativa fosse giusta, e che il profeta Mohammed l'avesse capito benissimo. La finzione intrattiene e distoglie dal vero. Probabilmente è pressoché sempre male, in sé.

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    1. "disturbo bordeline"

      Che alla fin fine è una forma di godmode, ossia ciò che dicevo. Nel dubbio, essendo vuoti, ci si sente degli dei. Sovracompensazione di un nulla interiore che una volta divenuto consapevole potrebbe uccidere? Sono i soliti meccanicismi della psiche.

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  6. Hai proprio ragione. Meccanismi inconsci di autodifesa, strategie di sopravvivenza mentali. Quindi è proprio vero: più si capisce l'umanità, più non si può che averne pena. Perché anche il peggiore dei mali espressi dall'uomo non è che un rantolo di sofferenza. E se la pena è amore, il disprezzo è odio. Che poi è un meccanismo di autodifesa anche quello. Click, ricominciare da capo il giro, che si torce e si torce e diventa una spirale.

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  7. Il nastro di Möbius mi pare più elegante, soprattutto formalmente.

    Concordo con entrambi, ma devo essere meno tranciante, altrimenti rischierei di diventare come il protagonista della prima serie di True Detective, l'unica che vidi e nella quale mi imbattei per caso.

    La lucidità è quella caratteristica che consente il discrimine e bisogna coltivarla, secondo me. Mi capita, per vari incroci del caso, di imbattermi in giovani che entrano o escono da uno dei licei classici della mia città, quello meno "fighetto".
    Bene, vedo ragazzi che parlano tra loro, ragazze vestite in modo abbastanza sobrio e ragazzi educati che ti cedono il passo. Sovente hanno libri in mano mentre scendono dal bus e qualche titolo l'ho pure sbirciato. Di sicuro avranno Instagram – sono sempre pur figli del loro tempo – ma mi sembra, o voglio crederlo (escapismo?) – che qualcuno di ancora scevro ci sia. Dovrei capire il come e il perché.

    Il problema di questo tempo e di quelli precedenti nel precedente ricorso storico è che non riesci a capire se sia meglio addestrare alla lucidità o alla convenienza dei tempi. E questo mi sembra un corso storico abbastanza difficile, preconizzato da diversi autori distopici dello scorso secolo. Se solo mi fermo troppo a pensare, ho le vertigini e quindi faccio una cosa che mai avrei pensato: mi affido alla "sensibility", ché il sense sarebbe già troppo mediato dal mio vissuto.

    A qualcosa bisogna pure appigliarsi.

    https://www.youtube.com/watch?v=s6jaYJx7yeI

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    1. Secondo me è vero quello che dici, stiamo generalizzando (almeno apparantemente) ed esistono persone normali. Dico apparentemente perché al giorno d'oggi, a parer mio, anche la più piccola difficoltà o problema nella vita reale può portare a brutali reazioni ed escapismi: non si è più abituati a soffrire, non si è più abituati ai compromessi. I più piccoli traumi della vita possono portare persone equilibrate a nevrosi molto violente. Il benessere generalizzato ha reso tutti fragili come il vetro. Seguirano poi fasi orali, borderline, congelamenti nell'adolescenza, abulia ecc., anche se prima non c'erano.

      Poi questo non vale per tutti ovviamente.

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  8. Ringrazio entrambi per aver dato seguito a un mio delirante sproloquio con un discorso di buon senso. :-)

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    1. No, sono io che ringrazio voi perché mi risvegliate dal torpore.

      Il padrone di casa, poi, è veramente bravo. Non ho mai avuto la passione per manga e anime, né da adolescente né tantomeno in età adulta, ma le sue riflessioni e i suoi riferimenti si possono leggere come cosa veramente universale, al di là della narrazione.

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    2. Grazie per il complimento. In verità crescendo sto molto ridimensionando questa passione. Ci sono pochi capolavori e registi che apprezzo, ma il resto lo trovo abbastanza trascurabile, pur avendo una buona visione d'insieme. Quando parlo con alcuni appassionati di oggi, spesso mi cadono le braccia. Anche il periodo d'oro delle discussioni proficue su anime e manga nei forum penso sia andato. Forse si salva questo blog data l'universalità che dici.

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  9. Chissà se Anno citava (più o meno) il generale Macarthur quando diceva che i giapponesi sono un popolo di bambini... di mio ho sempre trovato terribilmente affini Evangelion e il libro di uno scrittore americano, Infinite Jest di David Foster Wallace, anche questo incentrato sul rapporto problematico tra un padre e un figlio e su una persona che usa il sesso per rifuggire da relazioni veramente intime.

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    1. Il sesso come sedazione sarà una delle tematiche del mio prossimo post :)

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