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domenica 7 marzo 2021

Hokuto no Ken [ Ken il Guerriero ]: Recensione

Titolo originale: Seikimatsu Kyuuseishu Densetsu - Hokuto no Ken
Regia: Toyoo Ashida
Soggetto: basato sul fumetto originale di Buronson & Tetsuo Hara
Sceneggiatura: Hiroshi Toda, Shozo Uehara, Tokio Tsuchiya, Toshiki Inoue, Yuho Hanazono, Yukiyoshi Ohashi
Character Design: Masami Suda
Musiche: Nozomi Aoki
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 109 episodi
Anni di trasmissione: 1984 - 1987


Alla pari di Natsume Soseki, figlio di samurai che avvertiva il crollo dei valori tradizionali giapponesi a causa dell'occidentalizzazione sfrenata della sua epoca, Buronson, proveniente dalla Marina Militare Giapponese, nel feroce boom economico degli anni ottanta vide una sorta di Wasteland (volendo citare T.S. Eliot più che Mad Max ) nella quale un popolo di guerrieri aveva definitivamente perso la sua identità. Nasce quindi Hokuto no Ken, uno dei manga - qui recensirò l'adattamento animato - più iconici del media, uno shounen da combattimento (e quindi rivolto ad un pubblico infantile) dal contenuto drammatico e truculento. Più che il vario citazionismo rimandante alla cultura pop americana, che rimane soltanto nella patina dell'opera (profondamente e arcaicamente giapponese nella sostanza), la vera fonte di ispirazione di Hokuto no Ken è il Violence Jack Nagaiano, manga post-apocalittico nel quale si consumavano le peggiori bassezze umane. Anche lo stesso protagonista Kenshiro (fortemente ispirato a Bruce Lee), che da come asserisce il titolo dell'opera è il messia, il salvatore, ha un po' la stessa ambivalenza di Jack, tant'è che non mostra mai pietà nei confronti di nemici che chiedono di essere risparmiati, e li fa esplodere come palloncini a furia di calci e pugni.

domenica 7 gennaio 2018

Capitan Harlock, il pirata dello spazio: Recensione

Titolo originale: Uchuu Kaizoku Captain Harlock
Regia: Rintaro
Soggetto: basato sull'omonimo manga di Leiji Matsumoto
Sceneggiatura: Haruya Yamazaki, Shozo Uehara
Character Design: Kazuo Komatsubara
Musiche: Seiji Yokoyama
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 42 episodi
Anni di trasmissione: 1978 - 1980


«Se ti va, sali a bordo di questa nave.
Soltanto qui i sogni che avevi perduto tanto tempo fa tornano a vivere.
Dov'è andato quel bel fiore?
Dov'è finito quell'animo gentile?
Sali a bordo di questa nave, se hai bisogno di una ragione per cui vivere.
Soltanto qui i sogni che avevi perduto tanto tempo fa tornano a vivere.
»

Già nelle strofe della poetica sigla di chiusura di Uchuu Kaizoku Captain Herlock, la malinconica Warera no Tabidachi, si assaporava la necessità di Leiji Matsumoto (classe 1938) di un rifugio carico di atavica idealità mediante il quale "fuggire" dall'americazzazione imperante e dall'apatia portate dal boom economico settantino. L'umanità del 2977, quella in cui si muove il più celebre pirata dell'animazione giapponese, vive nel più bieco benessere, priva di valori e memoria storica, ipnotizzata dai media e da tutti quei numerosissimi vizietti  consumistici che, oggi più che mai, drogano l'uomo rendondolo ottuso, infantile e insensibile. I politici della Terra, all'alba dell'invasione delle Mazoniane, preferiscono ignorare la realtà, giocando a golf e assistendo alle corse dei cavalli. Dal canto suo, Harlock, il guerriero Matsumotiano per eccellenza (guardacaso creato dall'autore fin dal principio,  durante la sua infanzia), schifato dai suoi simili, si ritrova a vagare per lo spazio con un pugno di pirati, rinnegato dalla sua gente e destinato purtuttavia a difenderla dall'attacco alieno che mira a conquistarne il pianeta natale, spinto soltanto dalla promessa fatta al suo migliore amico e dagli ideali di cavalleria del passato. 

giovedì 17 agosto 2017

Queen Millennia (La regina dei mille anni): Recensione

 Titolo originale: Shin taketori monogatari: sennen joō
Regia: Nobutaka Nishizawa
Soggetto: Leiji Matsumoto
Sceneggiatura: Toyohiro Andou, Hiroyasu Yamaura
Character Design: Yoshinori Kanemori
Musiche: Ryuudou Uzaki
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 42 episodi
Anno di trasmissione:1981


Nel millenovecentottantuno, quando la Fuji TV trasmetteva per la prima volta in televisione l'adattamento animato dell'omonimo manga di Leiji Matsumoto uscito un anno prima, Shin taketori monogatari: sennen joō, in italiano La nuova storia di un tagliabambù: la regina dai mille anni, il terrore atomico e le atmosfere tipiche della guerra fredda avevano già raggiunto il paese del Sol Levante. Ad un anno di distanza, i cinema proponevano il truce, misticheggiante capolavoro cinematografico di Yoshiyuki Tomino, The Ideon: Be Envoked, e il versante fantascientifico dell'animazione giapponese, grazie alla deflagrazione indotta dai film Space Cruiser Yamato e Star Wars, era al suo apice. Il pubblico adulto iniziava a interessarsi ad un media rivolto prevalentemente al pubblico infantile, e pertanto in alcuni anime gli episodi autoconclusivi iniziavano a lasciare spazio a complesse trame caratterizzate da una serrata continuity. Shin taketori monogatari: sennen joō - come è lecito aspettarsi dal suo contesto - era una storia apocalittica, in cui l'umanità aveva i minuti contati a causa dell'imminente collisione tra la Terra e l'immaginario pianeta Lamethal (e qui si notava nuovamente, dopo Space Cruiser Yamato, il debito della narrativa Matsumotiana nei confronti della fantascienza statunitense, in particolare di Edmond Hamilton, che non disdegnava collisioni catastrofiche tra corpi celesti in grado di annichilire la razza umana). Per essere più precisi, proprio come Space Cruiser Yamato, che alla fine di ogni episodio aggiornava lo spettatore sui giorni, le ore e i minuti che mancavano alla fine dell'umanità, Shin taketori monogatari: sennen joō faceva suo il mantra, ripetuto ossessivamente nel corso della serie, che la razza umana si sarebbe estinta il giorno nove settembre del millenovecentonovantanove, alle nove e nove minuti e nove secondi. L'atmosfera con ciò era tesissima, e lasciava trasbordare soltanto in parte i toni fiabeschi e poetici Matsumotiani, preferendo i connotati di uno straripante thriller fantascientifico d'autore (buone per l'epoca le animazioni e la regia) caratterizzato da immancabili cliffhanger di fine episodio. 

sabato 27 agosto 2016

Digimon Tamers: Recensione

Titolo originale: Digimon Tamers
Regia: Yuko Kaizawa
 Soggetto: WiZ, Chiaki J. Konaka
Sceneggiatura: Chiaki J. Konaka
Character Design: Nakatsuru Katsuyoshi
 Musiche: Arisawa Takanori
 Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 51 episodi
Anni di trasmissione: 2001 - 2002


Nel 2001, nonostante il passaggio al nuovo millennio fosse già avvenuto, le leggende sul fantomatico millennium bug non erano ancora del tutto svanite. In Giappone – e non solo - nei primi anni della “nuova era” il contesto non era poi così diverso rispetto alla seconda metà degli anni novanta; la transizione verso un orizzonte temporale ignoto e a suo modo “astratto”, assai mitizzato e temuto dai media, portava con sé tutte le vecchie fobie e paranoie di una società decisamente poco disposta al cambiamento, che aveva sperimentato il peso dell'incertezza con la crisi economica novantina e, sin dagli anni ottanta, ricercato una comunione animistica e sacrale con la tecnologia, la quale, venendo percepita come un qualcosa “divino” grazie allo shintoismo, quando s'incominciò a pensare che potesse manifestare i suoi lati negativi - sopratutto se a livello digitale e informatico - inquietò parecchio i giapponesi, che rimanevano spiazzati nell'ammettere che avrebbe potuto trasformarsi da dio benevolo e utile alla vita di tutti i giorni nel peggiore dei demoni, un “oni” il quale, una volta andato fuori controllo, avrebbe minato la società nelle sue fondamenta. La terza serie animata dedicata ai videoludici “mostri digitali” creati dalla WiZ nel 1997 al fine di emulare il successo planetario del Tamagotchi, quasi come se in un contesto del genere l'avesse deciso il destino, viene affidata interamente a Chiaki J. Konaka, uno dei creatori – nonché sceneggiatore – di “serial experiments lain”, uno degli anime più complessi, iconici e profondi mai realizzati, che nella seconda metà degli anni novanta aveva spiazzato pubblico e critica col suo innovativo tecno-animismo duro e privo di compromessi. Nasce così “Digimon Tamers” - non a caso definito da alcuni come un «“serial experiments lain” per bambini» -, la serie più matura e introspettiva del brand.

sabato 2 luglio 2016

Sailor Moon Crystal Season III: Recensione

Titolo originale: Bishoujo Senshi Sailor Moon Crystal: Death Busters-hen
Regia: Chiaki Kon
Soggetto: Naoko Takeuchi
Sceneggiatura: Yuji Kobayashi
Character Design: Akira Takahashi
Musiche: Yasuharu Takanashi
Studio: TOEI animation
Formato: serie televisiva di 13 episodi
Anno di trasmissione: 2016

 

Esistono due tipi di remake: quelli praticamente inutili, in quanto si trattano di mere manovre commerciali fini a sé stesse, che immancabilmente svuotano le opere da cui derivano del loro valore iconico, e quelli intelligenti, ovvero ben diretti e rispettosi dell'originale, che viene omaggiato con le dovute precauzioni. I primi due archi di “Sailor Moon Crystal”, nuovo adattamento animato del manga di “Sailor Moonprodotto dalla Toei per il ventesimo anniversario delle Sailor Senshi, indubbiamente appartengono alla prima categoria; un discorso diverso vale invece per il terzo arco del suddetto progetto, costituito dal remake che si è posto l'obbiettivo di adattare l'Infinity Arc del manga della Takeuchi, proprio quello che corrisponde, televisivamente parlando, alla serie meglio riuscita del brand, quel “Sailor Moon S” (1994) diretto da Kunihiko Ikuhara e sceneggiato da Yoji Enokido. Fortunatamente, presa coscienza della disfatta denominata “Crystal”, la Toei Animation ha deciso di cambiare lo staff dell'anime e di affidare tutto nelle mani di Chiaki Kon, una regista veramente appassionata di “Sailor Moon” e disposta a “salvare” le vicende di Michiru, Haruka e della famiglia Tomoe dal vergognoso oblio privo di verve che erano state le prime due stagioni del remake. Nasce a questo modo una sobria rivisitazione - fortunatamente sprovvista di scene di trasformazione realizzate mediante un'orripilante computer grafica - di un mito del passato, coadiuvata da continui rintocchi di sottofondo inneggianti all'opera novantina diretta da Kunihiko Ikuhara, rispetto alla quale, senza invadenti ambizioni - a parer mio la serie originale rimane comunque inarrivabile -, essa si presenta come una versione “complementare" - e non "alternativa" - della medesima storia, con la differenza di essere più fedele al manga. 

mercoledì 27 aprile 2016

Taiyou no Ouji - Hols no Daibouken: Recensione

 Titolo originale: Taiyo no ouji - Hols no Daiboken
Regia: Isao Takahata
Soggetto & sceneggiatura: Kazuo Fukuzawa
Character Design: Yoichi Kotabe
Musiche: Michio Mamiya
Studio: Toei Animation
Formato: film cinematografico
Anno di uscita: 1968


"Taiyou no Ouji - Hols no Daibouken" ("Il Principe del Sole - La grande avventura di Hols"), il primo film diretto da Isao Takahata, è uno dei lavori fondamentali della storia dell'animazione. Siamo nel lontano 1968, nell'epoca delle rivolte studentesche, della guerra del Vietnam, delle agitazioni sociali, dell'occupazione americana in Giappone. L'animazione nel paese del Sol Levante è ancora allo stato embrionale: sono passati soltanto cinque anni da quel fatidico 1963 in cui Osamu Tezuka creava "Tetsuwan Atom", la prima serie televisiva giapponese animata della storia. Per emulare il successo dell'opera, la colossale Toei animation produceva anime per bambini utilizzando le tecniche di animazione low budget ideate da Tezuka - "bank system" in primis - e imponendo agli sceneggiatori trame e soggetti alquanto banali, generando nel frattempo il malcontento degli animatori - sfruttati e sottopagati - tra i quali vi erano non pochi giovani volenterosi pieni di idee, che avevano visto i loro sogni stroncati sul nascere da ritmi di lavoro frenetici e dalla più completa mancanza di libertà di espressione. In questo contesto, nascevano i primi sindacati degli animatori, e gli ideali socialisti prendevano piede anche negli studi Toei; Takahata e Miyazaki - all'epoca ancora giovanissimi - si conoscono proprio perché Miyazaki, animatore di base (praticamente l'ultima ruota del carro nella catena di produzione) impegnato nella lotta proletaria come segretario del sindacato degli animatori, ha l'opportunità, grazie al suo incarico politico, di intrattenere rapporti con gli inavvicinabili senpai della Toei. I due fanno amicizia grazie alla loro comune passione per Grimault e il cinema sovietico, in particolare Lev Atamanov ("La Regina delle Nevi" è un'opera che li ha visceralmente colpiti, proprio come il modo di fare cinema di Grimault, che consisteva nella trasposizione fiabesca delle idee populiste di Prévert e compagni - il socialismo come condizione necessaria e sufficiente di convivenza armonica tra gli uomini).

sabato 5 marzo 2016

Sailor Moon: Recensione

Titolo originale: Bishoujo Senshi Sailor Moon
Regia: Jun'ichi Satou
Soggetto: Naoko Takeuchi
Sceneggiatura: Megumi Sugihara, Katsuyuki Sumisawa, Sukehiro Tomita, Shigeru Yanagawa
Character Design: Kazuko Tadano
Musiche: Takanori Arisawa
Studio: TOEI animation
Formato: serie televisiva di 46 episodi
Anni di trasmissione: 1992-1993


All'inizio degli anni novanta, con lo scoppio della cosiddetta baburu, la bolla economica che aveva indotto un benessere fittizio nel Giappone ottantino (a parte la svalutazione del dollaro dell'85 decisa al G5 tenutosi al Plaza Hotel di New York, che contribuì al tagliuzzamento del budget di molte serie animate in corso, esclusi ovviamente gli adattamenti televisivi degli inossidabili shounen della rivista Jump), l'animazione giapponese era in crisi, e la necessità di creare a tavolino un fenomeno sociale in grado di rimetterla sui binari del successo commerciale - ovviamente con un budget ristretto - era forte nei dirigenti Toei Doga.
Nel 1991, la misconosciuta ed ancora esordiente Naoko Takeuchi ha appena pubblicato "Codename wa Sailor V", un breve manga la cui protagonista è un'eroina mascherata dotata di una carismatica veste alla marinara modellata sulla base di quelle indossate dalle scolarette giapponesi. L'opera attira subito l'attenzione di Irie Yoshio - redattore capo di Nakayoshi, lo stesso mensile per bambine edito dalla Kodensha in cui negli anni settanta veniva pubblicato il seminale "Candy Candy" -, che propone all'autrice di iniziare un nuovo manga denominato "Bishoujo Senshi Sailor Moon", in cui oltre a Sailor Venus saranno presenti altre quattro eroine, in modo tale che, poco tempo dopo l'inizio della pubblicazione dell'opera (rivolta alle bambine di sei anni), la Toei Doga possa creare un tokusatsu show televisivo a cinque elementi seguendo l'esempio della formazione di "Yoroiden Samurai Troopers" mettendoci dentro un po' di "Silent Möbius" - le cui eroine che combattono i demoni hanno parecchie affinità con quelle della Takeuchi, la quale guardacaso è amica di Kya Asamiya, l'autrice del manga - e del nagaiano "Cutie Honey", dal quale "Sailor Moon" eredita il particolare gusto per la pop art e la catartica scena di nudo che avviene durante la trasformazione delle protagoniste in guerriere sailor, fattore che viene subito incontro alle esigenze dell'audience maschile assieme alle vertiginose minigonne da loro indossate.

domenica 15 novembre 2015

Sailor Moon S: Recensione

Titolo originale: Bishoujo Senshi Sailor Moon S
Regia: Kunihiko Ikuhara
Soggetto: Naoko Takeuchi
Sceneggiatura: Yoji Enokido, Katsuyuki Sumisawa, Sukehiro Tomita, Shigeru Yanagawa
Character Design: Ikuko Ito
Musiche: Takanori Arisawa
Studio: TOEI animation
Formato: serie televisiva di 38 episodi
Anni di trasmissione: 1994-1995
 

Dopo il timido esordio registico di “Sailor Moon R”, Kunihiko Ikuahara prende definitivamente le redini della trasposizione animata di “Sailor Moon”, coadiuvandola con i vagiti di quelli che diventeranno i tratti caratteristici del suo stile personale. Al fianco di colui che qualche anno dopo dirigerà uno dei massimi capolavori dell'animazione tutta - “La Rivoluzione di Utena” - troviamo un Hideaki Anno in veste di animatore chiave, nonché gli artisti i quali, una volta terminata l'esperienza TOEI, collaboreranno con Ikuhara nella veste ufficiale di Be-Papas: Yoji Enokido (tra l'altro uno dei futuri sceneggiatori di “Evangelion”) e l'animatore Shinya Hasegawa.
Le carte in regola per creare un qualcosa di sensazionale ci sono tutte; ora che la prima, storica serie di “Sailor Moon” - nonostante la crisi economica dilagante e lo sviluppo del mercato OAV - ha sdoganato l'animazione seriale novantina con un grande successo di pubblico, si può andare più in profondità, dando alle avventure di Usagi e soci un taglio ben più complesso, adulto, dai risvolti oscuri ed imprevedibili: “Sailor Moon S” è la miglior saga del brand, un'opera seminale la cui influenza stilistica nelle produzioni successive è innegabile.

sabato 25 aprile 2015

General Daimos: Recensione

 Titolo originale: Tōshō Daimos
Regia: Tadao Nagahama
Soggetto: Saburo Yatsude, Tadao Nagahama
Sceneggiatura: Masaki Tsuji, Saburo Yatte
Character Design: Yuki Hijiri
Mechanical Design: Studio Nue
Musiche: Shunsuke Kikuchi
Studio: Sunrise, Toei Animation
Formato: serie televisiva di 44 episodi
Anni di trasmissione: 1978-1979


Kazuya e Erika si amano. Non è un amore dettato dalle leggi della materia, nato per qualche tornaconto personale, o stroncato dalle difficoltà della guerra. E' un amore istantaneo, assoluto e platonico, che supera la diversità, l'odio e le incomprensioni. Non può essere condizionato dal dubbio e dalla distanza, né tantomeno dall'incombente tragedia: l'amore di Kazuya, coraggioso e leale guerriero, verso Erika, la principessa del popolo contro cui egli deve combattere, non ha barriere, è più forte di qualsiasi arma, di qualsiasi ideologia. E' così che prende vita l'intenso mood di "General Daimos", il celebre "Romeo e Giulietta" del robotico.

martedì 17 febbraio 2015

Andromeda Galassia Perduta: Recensione

 Titolo originale: Andromeda Stories
Regia: Masamitsu Sasaki
Soggetto: basato sull'omonimo romanzo di Ryu Mitsuse
Sceneggiatura: Masaki Tsuji
Character Design: Keiko Takemiya
Musiche: Yuji Ohno
Studio: Toei Animation
Formato: film cinematografico
Anno di uscita: 1982


Nella galassia di Andromeda è presente un pianeta in cui una razza umana alternativa è nata da un processo evolutivo simile al nostro. Il principe Itaka di Cosmoralia e la principessa Lilia di Ayodoya stanno per sposarsi, in modo da inaugurare un periodo di convivenza reciproca all'insegna del pacifismo e della prosperità. Tuttavia, l'invasione di una misteriosa razza di alieni meccanici, i quali vogliono distruggere completamente la civiltà umana, non tarderà a pregiudicare la pace e l'equilibrio dei pianeti. Una notte propizia, la regina Lilia dà alla luce due gemelli, e siccome tale evento viene considerato di cattivo presagio, essi vengono divisi, e uno dei due affidato alla donna guerriero Iru, una sorta di ninja che gli farà da tutore. Entrambi i fratelli hanno dei poteri paranormali che si riveleranno fondamentali per permettere la sopravvivenza dell'umanità all'attacco della macchine... 

sabato 31 gennaio 2015

Ginga Nagareboshi Gin: Recensione

Titolo originale: Ginga Nagareboshi Gin
Regia: Katsumata Tomoharu
Soggetto: basato sull'omonimo manga di Yoshihiro Takahashi
Sceneggiatura: Kenji Terada
Character Design: Yanase Jouji
Musiche: Oumi Gorou
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 21 episodi
Anno di trasmissione: 1986


"Ginga Nagareboshi Gin" è un'anime decisamente intenso. Si tratta di uno shounen di formazione anni '80 duro e puro, nel quale i veri protagonisti sono i cani anziché gli uomini. La storia ha origine nelle ventose, fredde ed innevate alpi giapponesi, nelle quali gli orsi costituiscono una grave minaccia per la sopravvivenza dell'uomo. Gin è il cucciolo figlio di Riki, un carismatico cane da orso il quale, durante una caccia all'ultimo sangue, viene scaraventato nei meandri di un precipizio dalla sua monolitica, imponente e feroce preda. Da questo evento avrà inizio il viaggio di formazione che Gin intraprenderà al fine di vendicare il padre: egli dovrà uccidere Akakabuto, il temibile e sanguinario leader degli orsi bruni.

domenica 26 ottobre 2014

Great Mazinger (Il Grande Mazinga): Recensione

 Titolo originale: Gureeto Majinga
Regia: Tomoharu Katsumata, Nobuo Onuki, Takeshi Tamiya, Tetsuo Imazawa, Masayuki Akehi
Soggetto: Go Nagai
Sceneggiatura: Keisuke Fujikawa, Susumu Takajira, Tohojiro Andou
Character Design: Keisuke Morishita
Mechanical Design: Go Nagai, Ken Ishikawa, Gosaku Ota
Musiche: Michiaki Watanabe
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 56 episodi
Anni di trasmissione: 1974 - 1975


Quando si parla di "Mazinger" inevitabilmente si tira in ballo un mito, un'opera iconica sia in Italia che in Giappone, la quale ancora oggi ha numerosi estimatori in tutto il mondo. Il merito di questa grande fama, tuttavia, non è solo di "Mazinger Z", ma anche del suo seguito, il sommo "Great Mazinger", il quale ha aggiornato sotto tutti gli aspetti il suo prequel, diventando una delle punte di diamante del celebre robotico nagaiano, corrente stilistica che dominerà incontrastata nelle opere affini degli anni settanta, sino all'avvento dello "sci-fi boom" inaugurato dai film di "Corazzata Spaziale Yamato" e di "Star Wars", nel quale il robotico verrà differenziato in molteplici modi, assai eterogenei e spesso più affini alla fantascienza e alla space opera di ampio respiro che al robotico nagaiano tout court (gli esempi più celebri di questo fatto sono "Gundam", "Ideon" e "Baldios").

sabato 25 ottobre 2014

Mazinger Z (Mazinga Z): Recensione

Titolo originale: Majinga Z
Regia: Yugo Serikawa, Tomoharu Katsumata
Soggetto: Go Nagai
Sceneggiatura: Hirokazu Fuse, Hiroyasu Yamaura, Keisuke Fujikawa, Susumu Takaku
Character Design: Keisuke Morishita, Yoshiyuki Hane
Mechanical Design: Go Nagai, Ken Ishikawa, Gosaku Ota
Musiche: Michiaki Watanabe
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 92 episodi
Anni di trasmissione: 1972 - 1974

 
Al giorno d'oggi, esattamente nel momento in cui il genere robotico è stato sviscerato in tutti i modi possibili, e si è evoluto o involuto a seconda del contesto, del target di riferimento e del periodo storico di maggiore o minore fertilità artistica degli autori, affrontare la visione di "Mazinger Z" significa tornare indietro nel tempo a osservare, con interesse storico e culturale, com'era il robotico ai suoi primordi; "Mazinger Z" è infatti il grande capostipite del genere, uno degli anime più influenti della storia e il primo paradigma che detterà legge fino all'avvento degli altrettanto epocali "Gundam" e "Macross".

sabato 26 aprile 2014

Mononoke (TV): Recensione

Titolo originale: Mononoke
Regia: Kenji Nakamura
Sceneggiatura: Chiaki J. Konaka, Ikuko Takahashi, Michiko Yokote e Manabu Ishikawa
Character Design: Hashimoto Takashi
Musiche:Takanashi Yasuharu
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 12 episodi
Anno di trasmissione: 2007


Mononoke è una serie del 2007 prodotta dalla Toei Animation e magistralmente diretta da Kenji Nakamura, regista di "Ayakashi: japanese classic horror". Quest'opera è considerabile infatti come una sorta di spin-off degli ultimi tre episodi di Ayakashi (intitolati: “Bake Neko”), un insieme di vicende parallele strutturate sulla medesima ambientazione e concentrate attorno all'enigmatica figura del farmacista (Kusuriuri), impegnato in un misterioso viaggio.

lunedì 21 aprile 2014

Galaxy Express 999: Recensione

Titolo originale: Ginga Tetsudō Surī Nain
Regia: Nobutaka Nishizawa, Masayuki Akehi
Soggetto: Leiji Matsumoto
Sceneggiatura: Keisuke Fujikawa, Hiroyasu Yamamura, Leiji Matsumoto (non accreditato)
Character Design: Shingo Araki, Shigeru Kogawa
Musiche: Nozomi Aoki
Studio: Toei Animation
Formato: serie televisiva di 113 episodi
Anni di trasmissione: 1978 - 1981 


"Galaxy Express 999" è l'opera più significativa di Leiji Matsumoto, l'unica in cui la trasognata e malinconica poetica dell'autore trova la sua ideale dimensione. Si tratta di un anime fiabesco, dalle molteplici sfaccettature - poesia, melodramma, senso dell'assurdo e del macabro, parodia, fantascienza, critica sociale, western, psicologico -, che attinge direttamente dal vissuto e dall'ideologia del grande poeta delle immagini giapponese scandendo, senza celare un radicale rifiuto della logica, dello scientismo e delle autorità, un inno alle emozioni, alla vita, alla giovinezza e alla bellezza. Questo grande classico dell'animazione giapponese è un viaggio di formazione in cui un bambino, accompagnato da una misteriosa e bellissima donna, va alla scoperta di sé stesso e del grigio mondo degli adulti, a bordo di un treno a vapore che vola tra i multiformi e pericolosi pianeti dello spazio infinito.