domenica 16 agosto 2026

Ipotesi di una Sconfitta, un romanzo di Giorgio Falco


La scrittura in Italia è sempre stata una cosa prevalentemente relegata alla borghesia. I salotti bene, lo scrittore famoso tra i parenti o il padre regista o giornalista che ti lanciano, la scuola Holden con i suoi costi di iscrizione da capogiro, i sofismi televisivi alla Baricco costruiti apposta per ultracinquantenni annoiate mogli di ingegneri, dottori o industriali. In Italia, quindi, per uno scrittore non appartenente alla borghesia o ai salotti giusti è molto difficile emergere. Abbiamo tuttavia scrittori come Giorgio Falco o Vitalino Trevisan, che  dopo una vita passata a barcamenarsi tra la scrittura e i lavori più umili e disparati, riescono comunque ad affermarsi. A mio avviso questi due, il secondo morto suicida quattro anni fa, sono gli esponenti contemporanei più importanti di un tipo di letteratura che non viene dall'establishment ma dal basso, dal lavoro nudo e crudo; un tipo di letteratura del tutto alieno ai circoli letterari che contano, ai drammi middle class da serie televisiva e alle mode culturali del momento (mode quasi sempre di importazione anglosassone).

martedì 4 agosto 2026

Quattro letture: La Macchia Umana, Fiesta, Il Pianeta del Silenzio e Il Grande Mantenuto


La Macchia Umana, di Philip Roth (4/5) 

 La Macchia umana è il primo libro che ho letto di Philip Roth, scrittore che di certo non ha bisogno di presentazioni. Nell'immaginario di inizio anni duemila il titolo era abbastanza noto per via del famoso adattamento filmico con Antony Hopkins e Nicole Kidman (mi ricordo che mia madre aveva la VHS). La storia narra di Coleman Silk, un professore universitario in pensione con un segreto: è un bianco con genitori neri (cosa geneticamente possibile, infatti Roth per creare il personaggio si era ispirato a una persona realmente esistita). Coleman fonda quindi il suo successo personale su una menzogna: ben consapevole della condizione dei neri americani nella sua epoca (nel flashback sul suo passato colpisce molto il fatto che abbia perso il primo grande amore della sua vita, una ragazza bianca di buona famiglia, dopo avergli fatto conoscere i genitori afroamericani), Coleman si spaccia per bianco, tant'è che, ironia della sorte, alla fine della sua carriera una innocente battuta su due allievi di colore (li chiama niggas  o qualcosa del genere) gli costa uno scandalo che lo spinge all'isolamento. Ritornato quindi a una condizione di marginalità sociale, Coleman fa amicizia con lo scrittore Nathan Zuckerman, una sorta di alter ego di Roth che fa da io narrante (una voce fin troppo onniscente, soprattutto nelle lunghissime disgressioni sui personaggi), e si trova un'amante di trent'anni più giovane, la bidella Faunia, che gli è socialmente agli antipodi. Paradossalmente Coleman ha mentito per far carriera, Faunia invece mente sul suo analfabetismo (in realtà sa leggere e scrivere) per fare tutto il contrario, ossia per rendersi completamente estranea e invisibile a quel tritacarne che è la società americana.

sabato 1 agosto 2026

The only neat thing to do: un (morboso) racconto di James Tiptree Jr.


 James Tiptree Jr. in realtà è una donna, un'autrice di fantascienza che pubblicava racconti e romanzi sotto pseudonimo maschile quando quel tipo di letteratura era al suo apice (ossia il periodo che va dagli anni settanta alla fine degli anni ottanta). Di lei, in Occidente, a parte qualche femminista interessata più a politicizzarla che a comprenderla, nessuno si ricorda nulla: in effetti, come scrittrice, inutile nascondersi dietro a un dito, la Tiptree fa un po' cacare. Scrivo questo perché, a parer mio, nonostante le sue storie siano insolite, oscure e conturbanti per il loro tempo, purtroppo, come faceva notare il buon Céline, la letteratura è innanzitutto una questione di stile, e lo stile della Tiptree è abbastanza anonimo, fumettoso e scadente. Ciononostante, in Giappone, almeno presso quella generazione di "adulti" che la leggeva negli anni ottanta, la Tiptree è un mostro sacro. Questo perché nella sua raccolta di racconti The Starry Rift è presente un lolicon drama dalle venature kamikaze, ossia The only neat thing to do ("L'unica cosa pulita da fare"). In questo caso, la cattiva scrittura della Tiptree, oltre ai personaggi e alle tematiche del racconto, fa molta presa sui giapponesi: The only neat thing to do, con i suoi dialoghi ridicoli con tanto di onomatopee nel parlato, di fatto è un manga che avrebbe potuto nascere dalla penna di una Takemiya Keiko a caso, e infatti la copertina della vecchia edizione giapponese del libro, come si vede dall'immagine che ho messo in intestazione, parla chiaro. Inutile dire che questo libretto sia finito nelle mani di lolicon acclamati come Anno Hideaki, creatore di Evangelion, o Kitoh Mohiro, creatore di Narutaru; ma prima di parlare di giapponesate andiamo per ordine e riassumiamo un attimo la trama. 

venerdì 26 giugno 2026

Due spicci: qualche riflessione su una serie a mio parere evitabile


Ed eccoci con la nuova piangina Calcariana. Tre milioni di euro dal ministero della cultura, qualche polemica sullo sfruttamento degli animatori (cosa che c'è sempre stata: se questo tipo di sfruttamento c'è in Giappone, che è un paese evoluto, figuriamoci in Italia). La solita solfa sul senso di colpa, sugli amici di strada che soffrono mentre io so' un privileggiato e bla bla bla. La serie del 2023 ci stava, siccome oltre alla piangina cercava di dire qualcos'altro; anche la prima ci stava, dopotutto, ed era ben più frizzante di questa, che nonostante la colonna sonora che sarà costata un occhio della testa a livello di copyright (Moonlight Shadow di Mike Oldfield, Love Will Tear Us Apart dei Joy Division e tanti altri classici immortali che stonano a dir poco in un prodotto così infantile) si rivela posticcia, nonché trascurabile e ridondante addirittura dal punto di vista  dell'umorismo (ma serve davvero rafforzare ogni battuta con una scenetta dedicata? Forse a priori si sapeva che non facevano molto ridere 'ste battute, tant'è che mi sono venuti in mente i Robinson, in cui a ogni stronzata che dicevano partiva la risata preregistrata). Perché sì, le battute. È proprio l'umorismo il punto forte di Calcare, quello che lo ha fatto salire alla ribalta in una società del ritardo mentale come quella in cui viviamo. Avesse parlato di cose  serie e basta, non se lo sarebbe inculato nessuno. E se le battute non funzionano, se l'umorismo non funziona, il castello non tarda a crollare. 

giovedì 18 giugno 2026

Venti anni o duecento anni? Riflessioni personali


Me ne sto per i fatti miei seduto alla fermata del bus e mi si avvicina una coppia sulla ventina. Capelli ricci e mascellone lui, facciotta da barbie e fisichino palestrato lei. Comunicano tra loro dozzinalmente, manco fossero due IA; la loro interfaccia col  mondo circostante non è il tatto ma lo smartphone, che maneggiano con velocità e precisione chirurgica. A occhio penso di avere sedici anni in più di loro ma mi sento come se ne avessi molti, ma molti di più. Di fatto due persone del genere non c'entrano nulla col mio vissuto e il mondo che mi ha formato. Eppure quel tipo di persone sono ormai ovunque. A casa ho una foto della mia classe di seconda media: ragazzini tutti diversi tra loro, tagli di capelli diversi, vestiti diversi, una generale sensazione di futuro che anima i loro sorrisi. A osservare i ragazzini di oggi invece mi sembra gli manchi soltanto il codice a barre in testa. È inutile negarlo, da quando avevo sedici anni a ora che ne ho trentasei sono cambiate troppe cose. Quei vent'anni che sono passati me ne sembrano duecento, di anni.

giovedì 16 aprile 2026

Addio alle armi, un romanzo di Ernest Hemingway


Ero da tempo alla ricerca di un libro in cui perdermi, di una storia che in qualche modo mi catturasse portandomi in un mondo altro ben distante da questa rovinosa contemporaneità che tutti stiamo vivendo. Un sabato pomeriggio, spulciando tra gli scaffali del secondo piano della Feltrinelli di Torino, sotto consiglio di mia madre, direi che questo libro l'ho infine trovato. Farewell to Arms mi  ha permesso per un po' di giorni di fuggire dalla realtà ma è comunque una letteratura del reale, con i suoi dialoghi secchi, le sue descrizioni quasi cinematografiche, i suoi avvenimenti di guerra in cui l'invenzione autoriale è palesemente ridotta al minimo (Hemingway fece effettivamente l'autista di ambulanze in Italia durante la WWI e durante quel periodo ebbe altresì una storia d'amore con un'infermiera inglese). I luoghi narrati sono anche i miei di luoghi, dei luoghi in cui ho amato, e forse è anche per questo che il romanzo mi ha preso così tanto: Milano, Udine e l'alto Vicentino. 

giovedì 2 aprile 2026

Rivedere Megazone 23 nel 2026


"Il mondo sta cambiando, non sarà più possibile vivere facendo ciò che ci piace", ammette a un certo punto uno dei personaggi di Megazone 23, un OVA che un Io abbastanza diverso da quello attuale aveva recensito molti anni fa. Il cartone animato, o anime che dir si voglia, è un prodotto degli anni ottanta, gli anni della guerra fredda e del (fittizio) boom economico giapponese, la cosiddetta baburu keizai, per chi volesse approfondire. La storia è questa: Shogo è un ragazzotto che si muove per una vibrante,  colorata e caotica Tokyo anni ottanta; a un certo punto entra per caso in possesso di una gigantesca moto in grado di trasformarsi in un robottone, un'arma segreta sviluppata dal governo; poi vabbè, conosce la bella Yui, la tipica ragazza che la darebbe volentieri a un vecchio pur di avere una parte in un film di serie B (trattasi di una questione etologica, diciamo, forse non c'entra lo spirito del tempo). Messa così sembrerebbe una roba banale, e in effetti 'sto Megazone 23 un qualcosa di banale lo è, dico almeno a livello di sceneggiatura (come mai i militari ammazzano la ragazzina che gira il film amatoriale sulla supermoto di Shogo ma lui di fatto è libero di tenersela e di farci ciò che vuole? Boh!). La cosa che nel duemilaventisei colpisce duro, comunque, è la seguente: la Tokyo in cui si muovono i personaggi, o meglio,  il mondo di benessere e prosperità in cui avvengono le vicende, di fatto è una simulazione gestita da un supercomputer, il cosiddetto Bahamut (e no, Matrix non esisteva ancora nel 1985). E  il mondo reale è cosa ben diversa dall'illusione: la Tokyo dei miracoli economici di Shogo e dell'arrapata Yui è un  simulacro contenuto all'interno di un'astronave gigantesca i cui militari, gli unici a conoscere il segreto di Bahamut, sono in perenne lotta contro indecifrabili forze aliene. Una volta che Bahamut viene spento dagli uomini di guerra e potere, ed ergo il velo di Maya squarciato, Shogo, Yui e compagnia brutta devono imparare a fare i conti con un mondo completamente diverso da quello a cui erano abituati. Ma non ne hanno gli strumenti, sono stati colti alla sprovvista.  

martedì 24 febbraio 2026

Il maestro della seduzione


L’allievo era un uomo come molti altri: salario nella norma, aspetto fisico anch’esso nella norma. Un’età buona, ancora al di sotto del geriatrico limite della quarantina. Per quanto da piccolo sognasse di fare l’astronauta o di diventare una persona importante, l’allievo si era ritrovato, non senza disappunto, a essere semplicemente medio. Certo, c'erano persone ben più medie di lui, ma che sapevano vendersi meglio; persone che gridavano più forte, che sapevano imporsi. Ma l'allievo, di prendere parte a siffatto gioco, non ne aveva alcuna voglia. In una delle sue solitarie serate démodé, tuttavia, in uno stato di dormiveglia indotto dalla visione dell’ennesimo film cecoslovacco lungo tre ore, una fatina dalle sembianze di Kate Bush gli rivelò che il  mondo e le persone sono come un grande meccanismo, e che un ingranaggio che gira soltanto per sé stesso, senza mai ingranare con gli altri, prima o poi è destinato a ossidare. L’allievo decise quindi di agire, e si iscrisse a un gruppo WhatsApp gestito da un personaggio web che amava definirsi “cupido” e “gran maestro di seduzione per single”. Il maestro era un bell’uomo sulla cinquantina con le mascelle grandi, gli occhi azzurri e i capelli lunghi e fluenti. Una sorta di personaggio televisivo anni ottanta catapultato in un presente di omoni tatuati e maranza rompicoglioni, non privo di un alone di ingenuità che gli faceva del tutto ignorare il suo essere in qualche modo kitsch. Le serate di incontri da lui organizzate si svolgevano all’Acqua Club, un locale non troppo lontano dalla casa dell’allievo, e vantavano di un prezzo abbordabile. Non si poteva dire di no al maestro, così come non si potevano non ascoltare i consigli delle fatine con gli occhi azzurri. Vestiti bene, mi raccomando, che fanno selezione all’ingresso; fai il mio nome e ti indicheranno l’area destinata agli incontri fra single, facendoti saltare la fila. Saltare la fila, ebbene sì, proprio come i vip. Faccina contenta in chat. Easy. 

lunedì 16 febbraio 2026

Mr. Robot: una recensione trollina


Gli Epstein files sono ormai cosa pubblica: rilasciati questo mese dal dipartimento di stato degli U.S.A., hanno di fatto riconfermato per l'ennesima volta l'antropofagia del potere in tutte le sue accezioni più scabrose e rivoltanti (certo, qua in Italia ce ne fottiamo abbastanza perchè siamo tutti un po' provincialotti e pensiamo soltanto al nostro circolino o all'erba di quello di fronte, però in America le cose stanno diversamente). Sembra tra l'altro che in una email di Epstein del duemilaundici si faccia riferimento a una conversazione avuta da quest'ultimo con Bill Gates in merito al "come far fuori i poveri per intero", in pieno stile Kappa di Akutagawa (non per niente nel qui presente articolo, ancora prima della pubblicazione degli Epstein files, mi ero chiesto: Chissà se gli inutili schiavi che verranno, una volta diventati soltanto un peso per i padroni, verranno pure loro trucidati). Questi ragionamenti deve averli fatti anche Sam Esmail una decina di anni fa, tant'è che Mr. Robot è una serie che parla di hacker anarchici, di megacorporazioni onnipotenti, di supermega ricchi che giocano a fare Dio ricadendo tuttavia nei soliti schematismi mentali innescati dall'umano, troppo umano contrasto tra il principio del piacere e il principio di realtà: le strategie di sopravvivenza di cui quel genio che (era) Ikuhara Kunihiko; il cosiddetto coping, come si direbbe nell'oggidì. 

mercoledì 4 febbraio 2026

Riflessioni di un essere umano

 

Apro gli occhi. Sono ancora io, sono ancora una coscienza. Non lo sono sempre, né lo sarò per sempre: spesso dormo e mi annullo, anche se ho gli occhi aperti; talvolta divento qualcun altro, mi comporto in dei modi che poi, a posteriori, mi sembrano poco coerenti con l'idea che ho di me stesso. Ho un brutto rapporto con l'impermanenza, quindi cerco l'immobilità: ed ecco che mi siedo, chiudo gli occhi e osservo i miei pensieri scorrere in uno dei rari momenti in cui sono veramente lucido. Fluiscono meccanicamente, seguendo catene causali radicate in una scatola nera chiamata subconscio. Il desiderio, il velo di Maya, l'esserci a intermittenza, senza alcuna vera risoluzione. L'alternativa è illudersi, lasciarsi corrompere da sé stessi, fissare dei respingenti tra le confusionarie carrozze del proprio animo. 

martedì 23 dicembre 2025

Katia vuole fare la scrittrice


 “Siamo una casa editrice che ama investire sui giovani talenti: è da sempre nostra premura organizzare incontri di discussione tra gli autori e il loro pubblico. Inoltre, come avrà già notato, siamo molto, ma molto attenti al sociale”. La facciotta alla Helen Kane di Katia ascoltava entusiasta quella specie di agente immobiliare che gesticolava dall’altra parte dello schermo. Per via delle sue umili origini e della sua tendenza a chiudersi in se stessa, una tendenza a cui un individuo in camice bianco affibbiò l'etichetta di autismo, Katia aveva avuto un’adolescenza a dir poco difficile; a ciò si sommava il suo essere un po’ paffutella e il suo scarso interesse per le mode e l’apparire. Insomma, nonostante la sua giovane età, Katia già si sentiva in qualche modo vecchia, tant’è che arrivò più volte a chiedersi: cosa lascerò di me il giorno in cui morirò? Cosa lascerò di tutto questo mio pensare, di questa mia sete di bellezza, di questa necessità di assoluto che da sempre vaga per la mia mente? Da qui il bisogno di scrivere: grazie alla scrittura Katia aveva trovato una sorta di rifugio, di conforto dell’anima; poter pubblicare il suo lavoro, pensò, avrebbe potuto aiutare altre persone con i suoi stessi problemi; o in qualche modo le avrebbe rese testimoni dei suoi pensieri più profondi e rari, che sarebbero rimasti scolpiti in eterno tra le pagine del suo libro. Quella piccola casa editrice, quindi, contando anche il fatto che tutte le altre avevano bellamente ignorato il suo manoscritto, pensò potesse fare al caso suo. 

giovedì 18 dicembre 2025

Giochiamo a merda? - Parte seconda


Intorno a ora di pranzo incontrai mio padre all’ingresso del campeggio: indossava un orologio nuovo, lucente, che non avevo mai visto prima. Sul quadrante c'era scritto "Omega". 
«Ciao pa’, fatta la spesa?».
«Sì, adesso andiamo a mangiare».
«Bello l’orologio…».
Mio padre ignorò le mie parole e continuò a insistere per farsi prestare il televisore dal custode, che a un certo punto si rassegnò e glielo andò a prendere controvoglia. Tornati all’MB100, dopo aver messo due bistecche sul fuoco, colui che col suo seme aveva innescato il meccanicismo che mi mise al mondo predispose il piccolo Mivar attaccandosi alla rete elettrica del campeggio. Una volta pranzato ruttò, aprì la sedia sdraio e, armato del suo nuovo orologio, si mise a guardare i suoi soliti telefilm americani, dei rush superomistici intervallati da pubblicità friggi cervello. 
Quando aveva a che fare con la gente delle roulotte, inclusi i fratelli di Laura, che passavano spesso davanti alla nostra dimora con i loro sacchi in mano, mio padre si comportava come un agnellino: era amichevole e salutava sempre tutti. Nondimeno, nonostante fosse lampante che gli zingari lo infastidissero, non mi aveva mai espresso alcun divieto di frequentarli: l’importante era che non lo disturbassi quando dormiva o faceva le sue cose.

giovedì 11 dicembre 2025

Careless people (Gente che se ne frega), un libro di Sarah Wynn-Williams


Le poche volte che apro Facebook o Instagram mi sale un improvviso senso di nausea: tutti che litigano con tutti, la guerra tra maschi e femmine, i reel stupidissimi di gente che fa smorfie e spara cazzate alla ricerca di una flebile fiammata di notorietà. Di certo i social non sono più ciò che erano intorno al duemiladieci, anni nei quali, anzi di essere vere e proprie macchine antropofaghe, si rifacevano a blog e forum col miraggio progressista di "connettere tutti". Sarah Wynn-Williams (che d'ora in poi abbrevierò con S.W.W.), l'autrice del qui presente libro, aveva iniziato a lavorare in Facebook proprio in quegli anni: da immagrata neozelandese qual era, riuscendo a farsi assumere inventadosi il ruolo di responsabile dell'interazione tra gli executive dell'azienda e politici e capi stato, ha di fatto vissuto il sogno americano, constatandone poi le falle e la decadenza (tant'è che nel libro, a scanso di equivoci, viene addirittura citato Citizen Kane di Orson Wells). La sostanza di tutto ciò è che un nerd piccolo borghese di Harvard, Mark Zukerberg, da ragazzotto ingenuo e poco interessato alla politica (inizialmente manco li vuole ricevere, i capi di stato), una volta raggiunta la consapevolezza della propria potenza, si trasforma in un pericoloso affarista megalomane ossessionato dal rendere Facebook un Moloch globale, uno strumento di potere grazie al quale lui e i suoi più fidati collaboratori calibrano le scelte dell'algoritmo (che decide cosa le persone devono vedere e quindi pensare) in modo tale da massimizzare il proprio guadagno, senza curarsi delle conseguenze che ciò può avere sulla società (un esempio lampante citato dall'autrice, nonché documentato da Amnesty International, è il ruolo che Facebook ha avuto nello sterminio dei rohingya da parte delle forze armate di Myanmar, per dirne una). Una persona mediamente intelligente capirebbe già da sé, senza alcun bisogno di informarsi, quanto i social e la pseudocultura da essi portata in auge sia nociva per la specie umana; ma qui, in questo coraggioso libro (che ha venduto un sacco nonostante la censura imposta da Meta), tutto ciò viene messo nero su bianco. 

domenica 23 novembre 2025

Eraserhead, Lynch e il surreale tormento dell'indelebile (by Molly)


Molte volte ci troviamo di fronte ad opere trascendentali, metafisiche ed introspettive. Penso che Eraserhead, lungometraggio immerso in un'impronta simbolica, onirica e psicoanalitica, sia proprio una di queste. David Lynch è un regista noto per l'impronta sfuggente e spesso apparentemente priva di senso delle sue pellicole, una caratteristica che rende impossibile darne un'analisi univoca e concreta. Questo perché l'artista lascia parlare il proprio inconscio, mettendosi in disparte e ricercando il senso, per l'appunto, nel proprio nonsenso interiore.  

Direi che in generale il cinema vanta, per sua natura, un mix di arti diverse: immagini, musica, dialoghi. Ma in concreto si tratta di un modo di narrare che si fa strada principalmente mediante la vista, la più immediata modalità della percezione. Le immagini sono più veloci nel parlare all'inconscio rispetto alle parole e Lynch lo sa benissimo, tant'è che pare quasi ricercare nello spettatore una sorta di compatibilità emotiva. E la mia, in questo caso, l'ha sicuramente trovata. Eraserhead, indipendente opera prima (parlando di lungometraggi) di Lynch, girata a strettissimo budget nell'arco di cinque anni, rappresenta, a detta dell'autore, il suo film più personale e spirituale, ed è certamente reo di avermi regalato, nella sua angosciante atmosfera, una delle esperienze più affascinanti della mia vita.

sabato 15 novembre 2025

Dalla postmodernità alla postumanità


 La postmodernità era ancora un luogo di narrazioni, piccole narrazioni, pseudo-tali o addirittura l'assenza di esse; delle narrazioni che in qualche modo, nonostante tutto, raccoglievano ancora in sé un chicco di significato, poiché la modernità, o in qualche modo i soliti archetipi dell'umano, rintoccavano pur sempre sul fondo del barile (tipo che ne so, Kirkegaard opportunamente citato in Evangelion; oppure Utena, che per significato non è poi così diverso dalla Recerche di Proust). La letteratura postmoderna era Pynchon, Cărtărescu e compagnia: un bel casino, certamente, ma si trattava pur sempre di letteratura. Un prompt generato automaticamente con ChatGPT rastrellando l'internet (tra l'altro violando il diritto d'autore) è pur sempre letteratura? È pur sempre umanità? Ha pur sempre un significato? Alcuni diranno che l'I.A. è uno strumento, così come  una volta lo era il vocabolario online. Ma per me no, non è così. Questa intelligenza artificiale è un cambiamento radicale, una cosa che non può essere paragonata a nessun oggetto appartenente al passato.

domenica 9 novembre 2025

Giochiamo a merda? (Un racconto originale by me) - Parte prima

 Quando ero ragazzino, mio padre mi portava al campeggio con il suo Mercedes MB100, un vecchio furgone mezzo scassato senza finestre né arredamento i cui interni puzzavano di sigaretta e umidità. Il trabiccolo, forse aiutato dalla provvidenza divina, percorreva ai novanta all’ora l’autostrada che conduceva nelle immensità della Valle d’Aosta. Il silenzio, qualche grugnito di lui ed ecco finalmente arrivare una galleria: un breve intermezzo e due file di piccoli quadratini gialli presero per qualche minuto il posto del Sole. Quando ebbi modo di tornare a osservare i nembostrati che abbracciavano le piramidi di roccia all’orizzonte, sentii le orecchie tapparsi. Entrammo in una nuova galleria: mio padre iniziò a parlare delle sue solite cose, come un robot, mentre io, senza ascoltare, guardavo fuori dal finestrino tutto il tempo. 
«C’è professione “mi spacco il culo” e professione “figa”, come tua madre. Professione “figa”, capito?».
In realtà, mia madre mi manteneva facendo la contabile, e non lo aveva mai denunciato per tutta una serie di violenze domestiche che fortunatamente li condussero al divorzio, risparmiando al bambino che ero ulteriori scene d’inferno. 
«Perché stai zitto? Perché non rispondi? Perché guardi sempre di là? Perché…?».
Quell’uomo grande e grosso con il faccione largo, lo sguardo incazzoso e un paio di occhiali da sole che lo facevano sembrare una sorta di emulo di Vasco Rossi, ecco, quell’uomo non riusciva proprio a sopportare il silenzio. Di mio stavo semplicemente pensando al fatto che a breve avrei rivisto il mio amico Itti, il piccolo pakistano adottato dal custode del campeggio. Ripensai a quando l’estate scorsa era salito sullo scivolo per farmi vedere il suo pisellino in maniera trionfale, dall’alto verso il basso, come un vero king. 

lunedì 3 novembre 2025

Devilman: La saga demoniaca: Recensione


"Quando metto a confronto Dio e il Diavolo, mi schiero dalla parte di quest'ultimo. Quando penso a Dio, penso a quello del film La Bibbia: è un Dio terribile  che si comporta come un uomo di potere, un dittatore. Odio le persone che esercitano potere, per questo mi schiero col Diavolo che combatte Dio" [Go Nagai]. 

Jacopo è un amico: uno di quelli veri, uno di quei pochi che  mi porto dietro da una vita. Ci siamo quindi visti crescere a vicenda, sia come persone che come "scrittori", senza tuttavia mai risparmiarci vicendevoli critiche e taglienti osservazioni sul nostro reciproco operato (ne avevo tirati di bestemmioni a editare Yoshiyuki Tomino e Gundam, ad esempio, così come lui ne aveva tirati a leggere il  mio primo romanzo, Antropofagia, che tra l'altro, se lo sfoglio con gli occhi di oggi, devo ammettere che mi pare  abbastanza una stronzata). Anni e anni fa, nell'epoca dei forum e dei tempi d'oro di Animeclick, Jacopo era "quello dei real robot", mentre io ero un "nichilista", ossia uno dei disagiati appartenenti a un gruppetto di elitisti dell'animazione che qualche utente, non di certo privo di senso dell'umorismo, aveva battezzato "il club dei piccoli cinici". Jacopo, infatti, contrariamente a me, era ed è un vero e proprio entusiasta e appassionato dell'intrattenimento visivo, l'uomo dei real robot, sì, ma anche un grande estimatore e conoscitore del cinema horror di tutti i tempi, oltre che uno studioso di Storia, scienze politiche e quant'altro. Fatto salvo ciò, a mio parere, con questo libro su Devilman, Jacopo è riuscito a riunificare in qualche modo tutte le sue "anime", distaccandosi dalla sua solita etichetta di esperto di gAndam. Inutile dire che Devilman sia uno dei miei manga preferiti, nonché uno dei grandi capolavori di sempre del media, e che di mio abbia molto apprezzato (data la mia natura, tsk) il nichilismo spietato di una roba esagerata come Violence Jack, o il nonsense narrativo di un tanto malato quanto a suo modo elegante Devillady. Perché di Go Nagai amo l'anima anarchica, sovversiva, truce e viscerale, la mancanza di fronzoli per andare dritti al punto nelle cose, anche le più turpi e sgradevoli, un po' come faceva in letteratura quall'altro matto di Dazai Osamu. Pertanto, quando ho aperto Devilman: La saga demoniaca e mi sono trovato i riassunti di tutti i vari manga, anime e spinoff del cult nagaiano, con tanto di corposi retroscena e addirittura una linea temporale della saga che aiuta a fare i vari collegamenti tra le tappe dello scontro tra il Diavolo e Dio tanto caro all'autore, non ho potuto fare a meno di immergermi nella lettura, finendo il libro in un solo giorno.  

lunedì 13 ottobre 2025

Alla ricerca del tempo perduto: Riflessioni

 

Mi guardo intorno e mi sento al tramonto dell'umanità: un collega felice, quasi come se vivesse in una bolla tutta sua, parla sempre del suo bambino, e io francamente non so proprio cosa dirgli. Non posso di certo dire che l'umanità è sempre meno umana, che le macchine a breve distruggeranno completamente la cultura, l'arte e le emozioni. Che il suo bambino avrà una vita molto difficile, essendo il figlio di un impiegatuccio con un mutuo a carico ed essendo la società italiana ormai un colabrodo. Mi rifugio quindi nella lettura dei classici, una pratica che nell'oggidì mi pare una cosa da selvaggi, da anticonformisti (la scrittrice affermata che tiene il mio corso di scrittura, quando le ho detto che leggevo Proust, mi ha guardato come se fossi stato un alieno). Allora sì, fuggo tra le pagine, fuggo in epoche in cui si respirava ancora quella sensazione di vera "umanità". La recherche du temps perdu, nel mio presente, in particolare in questi ultimi otto/nove mesi di vita, è stata proprio ciò di cui avevo bisogno per sopravvivere alla disumanità del mio, di tempo. Con molto rammarico ne ho quindi raggiunto la parola "FINE" (tutto maiuscolo). Di certo questa è un'opera che il me stesso ventenne non sarebbe mai stato in grado né di comprendere né di completare, quindi a fine lettura mi sono sentito in qualche modo "cresciuto", anche se pur sempre impotente. Forse la crescita è realizzazione di questa impotenza, di questa rassegnazione che mi limita a guardare la tragedia del mondo, delle persone e del tempo con tristezza, senza poter fare nulla dall'alto della consapevolezza acquisita grazie all'invecchiamento. In questo post analizzerò (ovviamente a mio modo) il capolavoro Proustiano: non rientra di certo nelle mie intenzioni scriverne un'inutile recensione pseudocritica o pseudoaccademica, dato che il web e le biblioteche sono pieni di saggi e disquisizioni a tema. 

lunedì 15 settembre 2025

Dieci giorni all'esecuzione (un racconto originale by Molly)

 

 * * * Giorno 1 * * *

 

Mi ci rispecchio a malapena nel riflesso di questa enorme finestra che mi separa dal resto del mondo: da qui, dalla mia prigionia, posso ammirare tutta la città. Ho come l’impressione che i miei capelli non siano mai stati così spenti, né i miei occhi così rossi.

Tra dieci giorni non sarò più qui: in piazza tutti potranno ammirare la mia esecuzione. Così ha stabilito il sovrano, così è scritto nelle leggi. E io le ho violate.

Qui uccidere non è la cosa più grave che si possa fare, o meglio, dipende chi si uccide, dato che il valore delle persone non sempre è lo stesso. Io comunque non ho ucciso nessuno: forse è stata la mia sola presenza a uccidere, il mio respiro affannato, il mio passo incerto e pesante.

Mi accorgo di come si vede bene la città da quassù: si vede il Palazzo Reale, che in tutta la sua magnificenza sembra quasi un gigante intento a guardarti con aria di sfida. Chissà se oltre le mura che la circondano ci sono luoghi più umani, sussurro tra me e me.

Abbassando lo sguardo, sempre più in basso, ci sono le case di noi abitanti. Occorre sapere che vivere qui è un privilegio, questo ci viene detto sin dall'infanzia. Le famiglie più ricche godono di ogni beneficio: noi di sotto possiamo soltanto alzare gli occhi al cielo, apprezzare la loro fortuna e ritenerci graziati dalla loro presenza.

sabato 23 agosto 2025

Letture: Mishima, Gadda e altri


In questo periodo della mia vita così privo di emozioni e particolari turbamenti, una sorta di eterno presente à la Beautiful Dreamer, leggo molto. Quest'anno in particolare ho iniziato la temeraria lettura della Recerche di Proust, un gravoso impegno che tuttavia intervallo con letture più "leggere". Qui "recensisco" alcune di esse, in particolare I racconti della maturità di Checov, Il Maestro di Vigevano di Mastronardi, La Cognizione del Dolore di Gadda,  Lo Stadio di Wimbledon di Roberto del Giudice e infine, gran finale, Confessioni di una Maschera di Mishima Yukio. Ovviamente le edizioni che ho letto sono quelle che ho caricato come immagini di corredo al testo (occhio quindi a non comprare la versione tradotta dall'americano del libro di Mishima). Cover Photo (titolo: un abitacolo vuoto) by me.